lunedì 31 dicembre 2018

BLACK MIRROR - BANDERSNATCH


Black Mirror - Bandersnatch
di David Slade
con Fionn Whitehead e Will Poulter
USA, 2018
Fantascienza
durata, variabile ma intorno ai 90'


Black Mirror ci ha sempre abituati a qualcosa di nuovo, ma questa volta Charlie Brooker (autore e padre spirituale del franchise) si è superato. Normalmente ogni volta che si preme il tasto “play” prima di un nuovo episodio di questa serie ci si aspetta di vedere uno spaccato – amplificato ma realistico – sulle debolezze dell’uomo e sulle conseguenze dannose che le stesse hanno sul genere umano, o magari una piccola anticipazione di un futuro distopico - non troppo lontano - verso cui il mondo sta andando alla deriva.
Questa volta però è diverso, almeno per tre motivi: in primis perché non si tratta di una nuova stagione ma di uno speciale (nello stesso stile in cui gli autori lanciarono nel 2014 lo speciale di Natale ansiogeno “White Christmas”); in secondo luogo perché è un film-episodio che guarda al passato più che al futuro; ma soprattutto perché quella che si ha di fronte non è un’unica opera, ma almeno 5 differenti pellicole che lo spettatore può mixare a piacimento giocando a fare Dio o il regista (la differenza in questo caso è quanto mai sottile) per qualche momento.

Detta così può sembrare incomprensibile come cosa, per cui va subito precisato che “Bandersnatch” è a tutti gli effetti il primo film interattivo della piattaforma Netflix…e se non è un momento epico questo, poco ci manca.
Interattività in questo caso significa potere decisionale: lo spettatore infatti, grazie all’ausilio del pc o di altri strumenti con il touch pad, può decidere quali scelte il protagonista deve compiere, quali oggetti prendere o ancora quali azioni compiere. La linea temporale a volte è confusa, ma regole del gioco sono semplici e riassumibili in “ogni scelta è diversa ma tutte sono si influenzano reciprocamente”. 

Immaginate quindi ad esempio di essere davanti a Morpheus di Matrix – a cui questo speciale sembra ispirarsi molto – e di avere l’opportunità di scegliere se prendere la pillola rossa e scoprire così quant’è profonda la tana del bianconiglio, o prendere la pillola blu e vedere cosa sarebbe accaduto a Zion se Neo non avesse preso quella decisione. O ancora: chissà quante volte durante un film horror avete urlato allo schermo “no, non entrare!” sperando che il malcapitato vi sentisse.
Bene, “Bandersnatch” è tutto questo e molto di più: è libero arbitrio (anche se in alcuni scelte è soltanto apparente), è tornare indietro nel tempo e vedere dove ti porta la scelta sbagliata, è prendere 10 volte la stessa strada sapendo che facilmente durante il percorso incontrerai nuovi sentieri che ti condurranno ad altri scenari.

Il protagonista di questo speciale di Black Mirror è Stefan Butler, un giovane adolescente degli anni 90 in fissa con i videogiochi e la programmazione che decide di sottoporre alla software house “Tuckersoft” la propria idea per un nuovo gioco ispirato al libro-avventura della madre “Bandersnatch”. Esattamente come questo episodio, il libro (e conseguentemente il gioco) è stato scritto in modo tale che lo spettatore/lettore/giocatore possa decidere in maniera autonoma – o averne l’illusione – verso quale direzione veicolare la narrazione.

Ad attenderlo alla Tuckersoft c’è il suo idolo di sempre, il famoso programmatore di videogame Colin Ritman, il quale in tutto e per tutto ricorda la figura di Tyler Durden di “Fight Club”, facendo di fatti dubitare più volte il sottoscritto che vi scrive sulla sua reale esistenza.
Da questo momento in poi e da questo preciso incontro, dopo che lo spettatore verrà chiamato a prendere un paio di decisioni ininfluenti per la storia (diciamo di riscaldamento per capire come funziona questa nuova interattività), inizia il vero labirinto narrativo. 
Diverse saranno le scelte da compiere, diversi ed esponenziali gli scenari che si aprono dopo ogni decisione, e diverse le conseguenze che tali azioni avranno sui vari livelli temporali della storia. Perché se c’è una cosa che deve essere chiara a chi si approccia a questo nuovo episodio è che non è solo il futuro che può essere riscritto, ma anche il passato che ti sembrava di aver già vissuto.
Sono 5 i finali alternativi previsti verso cui lo spettatore verrà indirizzato in base alle strade che ha deciso di percorrere durante il cammino, per un totale di circa 90 minuti previsti per una narrazione completa standard, ma che saranno sicuramente molti di più qualora vogliate stravolgere le vostre scelte già compiute e tornare sui vostri passi per conoscere lo scenario alternativo.
Gli amanti di Black Mirror inoltre potranno riconoscere nei vari filoni narrativi i tanti Easter Eggs presenti (più o meno esplicitamente) dei precedenti episodi della serie: da “Metalhead” a “White Bear” passando per “San Junipero”.

Quello che si avverte quando si conclude la visione di tutti i finali è un senso di completezza e perfezione che quasi dà fastidio considerando la cura dei dettagli e la correlata imprevedibilità della storia. Sicuramente c’è aria di premi per la sceneggiatura (Charlie Brooker) e per la regia (David Slade, lo stesso di “The Twilight Saga: Eclipse” e di varie episodi di serie come “Breaking Bad” e “Hannibal”), entrambe sensazionali ed avveniristiche.
Dopo la delusione della 4° stagione, finalmente un titolo per Black Mirror che riporta lustro e rende onore ai capolavori dei precedenti anni.
Lorenzo Governatori

domenica 30 dicembre 2018

Sony Japan Studio parla di un titolo non ancora annunciato per il 2019 (che sia lui ) @SonyJapanStudio






Sony Interactive Entertainment Japan Studio ha da poco pubblicato con successo Astro Bot Rescue Mission, ma nonostante questo lo studio non ha intenzione di starsene con le mani in mano.
Come riporta TWINFINITE, il director di Sony Interactive Entertainment Japan Studio Teruyuki Toriyama ha affermato che nel 2019 vedremo un nuovo titolo non ancora annunciato. Toriyama ha lavorato sul già citato Astro Bot Rescue Mission, Déraciné, Bloodborne e si occuperà anche del misterioso nuovo titolo. Ulteriore conferma arriva anche dal producer Masaaki Yamagiwa, che ha già lavorato su Déraciné, Bloodborne.
Sony Interactive Entertainment Japan Studio ha pubblicato alcuni tra le esclusive Sony più creative ed apprezzate degli ultimi 2 anni e sarà sicuramente un piacere scoprire quale sarà il suo prossimo progetto, purtroppo però al momento non possiamo fare altro che aspettare pazientemente. 


BIRD BOX


Bird box
di Susanne Bier
con Sandra Bullock e John Malkovich
USA, 2018
Horror – Fantascienza
durata, 117'


Maloire (Sandra Bullock) è una giovane donna incinta che vive in una piccola cittadina americana di periferia. La sua esistenza, pacata e abbastanza tranquilla circondata da arte e quadri, viene stravolta dall’arrivo anche negli Stati Uniti di quello che sembra essere in prima battuta un’epidemia virale che attacca il sistema nervoso e spinge gli individui a suicidarsi. In realtà si scoprirà in seguito che le morti non sono causate da un virus, ma dalla presenza di un demone/fantasma la cui visione ipnotizza immediatamente il malcapitato e lo costringe al gesto estremo. L’unico modo per sopravvivere è fuggire, fare provviste, barricare la casa o il rifugio scelto, e soprattutto non aprire mai gli occhi o guardare aldilà del portone che separa i fuggitivi dal mondo esterno.
Maloire sarà chiamata a gestire la difficile situazione e a compiere finalmente il passo decisivo di accettare la gravidanza e diventare quindi la madre di cui suo figlio (e non solo) ha bisogno per sopravvivere.

“Bird Box” è un thriller / horror tratto dall’omonimo romanzo di Josh Malerman del 2014; una pellicola piatta, che non lascia nulla allo spettatore, senza colpi di scena e che francamente annoia anche. Il problema infatti non è il cast, comunque abbastanza ricco con figure di spicco come Sandra Bullock e John Malkovich, ma bensì la trama: poco energica, poco chiara, poco coinvolgente. Difficile cavarsela quindi con la sola bella idea delle bende puntando tutto sull’effetto ansia del “ti avverto ma non ti posso vedere” se chi osserva la pellicola non riesce ad immedesimarsi quasi mai nel personaggio o ad immergersi nella narrazione.
Un progetto forse incompiuto, un’indecisione fra essere un horror ansiogeno ed un thriller fantascientifico che costa cara alla regista danese Susanne Bier (già vista sul grande schermo alle prese con il film “In un mondo migliore”, vincitore del Golden Globe e del premio oscar come miglior film straniero nel 2011).
Lorenzo Goverrnatori

venerdì 28 dicembre 2018

INVISIBILI: BEAST

Beast
di, Michael Pierce
con, Jessie Buckley, Johnny Flynn, Geraldine James, Trystan Gravelle, Shannon Tarbet
GB, 2017 
genere, drammatico
durata, 105’

I got a secrets in my garden shed
I got a scar where all my urges bled…
I got a place where all my dreams are dead…
- Porcupine Tree -

Neanche l’amore redime. Perlomeno, non sempre. Esistono, cioè, creature che in esso, oltre all’ipotesi di un momentaneo abbandono e ristoro, fiutano il fetore della trappola. E reagiscono.

Uno di questi esseri irrequieti è di sicuro Moll Hantford/(una nervosa e seducente) Buckley, riccioli color del rame e sguardi affilati (sovente scrutati dalla mdp) al di sotto dei quali ribolle un’insopprimibile tristezza venata di rabbia. Giovane ma non più giovanissima donna, con apparente docilità avvezza a una consuetudine nei suoi aspetti materiali confortevole, adegua sforzi e aspettative al ritmo di un piccolo mondo-a-parte rappresentato da un villaggio rurale sull’isola di Jersey (scherzo tettonico a più o meno un centinaio di miglia a SO delle coste britanniche percorso da dolci orografie contrappuntate da vigneti, aree agricole, boschi, distese verdeggianti atte alle inurbazioni residenziali, qualche picco e splendide scogliere affacciate sulle acque della Manica). Non fosse che il tempo, il suo riproporsi immancabilmente nelle stesse fogge - Moll tira a campare per mezzo d’un lavoro temporaneo come guida turistica; accudisce il padre vulnerato dalla demenza e patisce l’asfissiante sollecitudine della madre/James, direttrice del coro della chiesa (del quale Moll stessa fa parte), inquisitiva e beghina - alla lunga e in silenzio prepara il campo a un’insofferenza che prenderà forma e si farà oggetto allorché le circostanze la condurranno, piantato in asso il ricevimento allestito per il suo compleanno (“Mi stavo annoiando. Volevo solo andare a ballare”, dirà alla madre, prevedibilmente contrariata, il giorno dopo) di fronte a Pascal Renouf/Flynn, taciturno coetaneo di probabile retaggio normanno, quotidiano spartito tra lavoretti manuali e bracconaggio, che la sottrae alle insistenze di uno smargiasso - rimasuglio fastidioso della notte di festa spesa a bere - e la riporta a casa. Di colpo, il mondo pare assumere un sapore diverso. Le giornate diventano febbrili nell’attesa di ritrovare, con l’incontro, con la conoscenza reciproca e travolgente dei corpi e della chimica delle affinità e dei contrasti (“Hai appena detto che mi ami. Perché ?”; “Non lo so. E’… capitato”), la possibilità di una magia che l’indolente evidenza di un presente impassibile fotocopia di sé stesso ha di continuo negato. Come e fin dove, però, protrarre l’incanto, quando i cadaveri di alcune ragazze riemergono dalla terra e tra i principali sospettati figura proprio l’ambiguo Pascal ?


Contrariamente - ed è un pregio - alle aspettative di un pubblico che solo per comodità definiamo medio (qui nell’accezione di aduso a una certa meccanica consequenzialità del principio di causa/effetto), l’esordio di Pierce - passato al Toronto Film Festival - utilizza alcuni stilemi cari alla detection del noir e talaltri tipici delle insidiose sospensioni del thriller solo per imprimere scarti ulteriori e d’immediata immedesimazione (non a caso, la progressione propriamente poliziesca del film si consuma, diciamo così, oltre il margine delle inquadrature, perlopiù attraverso le saltuarie rivelazioni concesse da Clifford/Gravelle - agente del posto, eterno spasimante frustrato di Moll - che mettono al corrente la protagonista degli sviluppi investigativi, alcuni dei quali, peraltro, la riguardano da vicino) al tentativo di approfondire al meglio l’indagine che più lo interessa, quella dell’animo contrastato e irrisolto di Moll. Ossia per tessere la trama contraddittoria, non necessariamente coerente, di certo non edificante, di un dramma realistico intriso di oscuri grovigli psicologici, di rancori mal sopiti, di recriminazioni mute ma persistenti, di cui l’idillio fugace ma caparbio vissuto con Pascal si rivela infine esserne, allo stesso tempo, l’elemento detonante e l’esito più beffardo e tragico, tributo necessario al nucleo più nascosto di una personalità orfana in primis di sé stessa che oramai reclama, contro ogni ordine e decenza, l’affermazione del proprio desiderio.


Nello specifico ma sulla medesima linea, Moll, la sua torbida pazienza, la sua spensieratezza ferina, la sua impazienza di evadere (“Andare via. Via da quest’isola”), partecipa e si dibatte in sintonia acerba e istintiva con un paesaggio quasi intatto, in buona parte ancora non manipolato dall’uomo che, da un lato, l’accoglie e ne riverbera, assecondandole, le pulsioni più autentiche (quando deve lasciarsi alle spalle la rigida cupezza dei dettami sociali; quando necessita di conferme o s’attarda a interrogarsi circa la passione che la spinge verso Pascal, Moll, che a volte si muove con la grazia circospetta di certe ribelli ritrose di Sargent, cerca il mare, il tumulto del vento su uno sperone di roccia, la calma evocativa del bosco); dall’altro, mano mano, ne alimenta la repressa attitudine animale, tanto di auto-conservazione che di sopraffazione (introdotta ai rudimenti della caccia dall’amante, non esita a fracassare la testa di una lepre con il calcio del fucile per finirla; in un sogno-allucinazione assai vivido recita sia il ruolo di vittima che di carnefice di un’aggressione: quindi assaggia con ipnotica voluttà gli attimi che precedono la morte scimmiottando in un lugubre, parziale auto-seppellimento, con tanto di manciate di terra infilate in bocca, il rituale utilizzato nei casi di omicidio che coinvolgono la sua comunità). L’esito, tutt’altro che scontato, è quello di una definitiva e naturale torsione interiore (vittima di bullismo ai tempi della scuola, accusata di replica violenta nei confronti di una compagna, Moll arriva a dire, più come una presa di coscienza che come una confessione: “Non sono chi dico di essere. La ragazza che ho pugnalato… Non fu un incidente. Fu una vendetta. Ho provato a ucciderla. Questa è la parte più nascosta di me”), oltre la quale la rivalsa sul mondo di un essere umano ferito si trasforma nello sguardo libero e imprevedibile - testardamente, terribilmente vivo - di una bestia.
TFK

SPIDER- MAN: UN NUOVO UNIVERSO


Spider-Man: Un nuovo universo
di  Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman 
USA, 2018
generi, avventura, animazione, fantasy
durata, 117' 


Dicevamo da altre parti come il confine tra live action e computer graphic sia sempre più labile. I film in uscita nel periodo natalizio ce ne danno esempio attraverso un rimescolamento di generi, tecniche e formati in cui è sempre più difficile fare una distinzione tra gli esiti di una ripresa dal vivo e sequenze che sono frutto di intelligenze “artificiali”. Come in Alpha – Un’amicizia forte come la vita e prossimamente in Acquaman, anche Spider-Man: Un nuovo universo non si lascia sfuggire l’occasione di dimostrare a che punto sia arrivata la verosimiglianza di certi effetti speciali, in grado – per esempio – di annullare le differenze tra film e animazione quando si tratta di far volteggiare il tessiragnatele tra i grattacieli di New York, oppure quando in campo lungo lo vediamo affrontare i nemici di sempre. Una sottolineatura, questa, che non nasce dalla convinzione che al film in questione manchi qualcosa per poter essere all’altezza degli altri capitoli della saga di Spider-Man: al contrario, se c’è una cosa che si può dire del lungometraggio diretto da Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman è proprio quella di essere sufficiente a se stesso nel delineare l’universo nel quale si muove il super eroe. Il quale, per il tripudio dei suoi fan, vi appare in tante differenti versioni quante sono le dimensioni che lo contengono. A metterli insieme tutti in una volta ci pensa la sceneggiatura degli scatenati Phil Lord e Chris Miller e l’immaginazione delinquenziale di Kingpin, il re del crimine, che nel tentativo di riportare in vita la moglie defunta provoca un cortocircuito spazio temporale capace di far convergere sullo stesso punto i molteplici universi generati dagli albi a fumetti dell’Uomo Ragno. Quindi non solo Peter Parker, adulto e imbolsito quanto basta per farne un eroe pronto per la pensione (qui sostituito dal teen ager Miles Morales), il “padrone di casa” del film, attraverso il quale la favola dell’uomo qualunque chiamato a nuove responsabilità dall’acquisizione di straordinari poteri viene aggiornata alle istanze degli spettatori più giovani.

La novità vera e propria di Spider-Man: Un nuovo universo sta altrove (trattandosi di una riscrittura delle avventure già presenti nei fumetti), vale a dire nella strepitosa fantasia con la quale il film riesce nella messa in scena. Alla pari dello Spielberg di Ready Player One, anche questo film viaggia su due binari, con quello esplicitamente narrativo, legato allo sviluppo del confronto tra bene e male a fare da apripista al postmodernismo del sottotesto, capace di trasformare lo schermo in una sorta di enciclopedia animata del mondo legato alle avventure dell’Uomo ragno. Da questo punto di vista Spider-Man: Un nuovo universo appare in grado di aggiungere qualcosa alla saga, aggiornandola con una chiave pop che privilegia il lato ludico della vicenda e, dal punto di vista cinematografico, assegna alla musica la funzione di raccontare suoni e rumori della modernità. Particolari questi tali da rendere il film in perfetta sintonia con il clima che contraddistingue il periodo natalizio.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

giovedì 27 dicembre 2018

7 UOMINI A MOLLO


7 uomini a mollo
di Gilles Lellouche
con Mathieu Amalric, Guillaume Canet, Jean-Hugues Anglade, Benoît Poelvoorde, Virginie Efira
Francia, 2018
genere, commedia
durata, 122'



“La Francia è la Francia”, diceva qualche tempo fa Jean-Claude Junker presidente della Commissione europea rispondendo in merito alle presunte agevolazioni nei confronti della manovra di bilancio messa in atto dai cugini d’oltralpe. Se in campo economico un’affermazione del genere non può non far discutere, in quello cinematografico calza a pennello con la diversità di un movimento che, a differenza del nostro (e non solo), può contare su un’industria in grado di supportare e dare lustro tanto ai prodotti commerciali quanto alle espressioni più alte e sofisticate della settima arte senza dimenticare la continua osmosi tra cinema e teatro - altra peculiarità autoctona - con il primo che non smette di attingere dal secondo attori e attrici destinati ad alzare il livello della posta in palio anche nell’ambito di produzioni in apparenza meno ambiziose di altre. A dispetto della nomea di gravità e pesantezza ereditata da un cinema (quello parigino) oramai estinto, la maggior parte dei titoli arrivati sui nostri schermi e, in particolare, i generi meno impegnativi, sono attraversati da un’aria di normalità e da una voglia di non prendersi sul serio che permette loro di affrontare con leggerezza temi anche molto drammatici senza perdere nulla in termini di profondità e riflessione.

Alla categoria in questione appartiene - ultimo in ordine di tempo - “7 uomini a mollo” di Gilles Lellouche, il quale, giunto alla regia del suo terzo film, il primo girato senza essere affiancato da un altro collega, racconta caduta e riscatto di un gruppo di quarantenni afflitti e depressi (ai sette del titolo bisogna aggiungere anche i due personaggi interpretati da Virginie Efira e Marina Foïs, esponenti di una compagine femminile altrettanto giù di corda), che prova a risalire la china entrando a far parte di una squadra di nuoto sincronizzato destinata a rappresentare il paese in un’importante competizione internazionale. La presenza dell’elemento acquatico come simbolo di purificazione e di rinascita si addice con il tema del film ma va detto che Lellouche se ne serve in maniera “passiva”, ovverosia non mettendo mai lo spettatore in condizione di rendersene conto, se non come conseguenza del rapporto di causa-effetto stabilito tra l’apprendimento dello sport e i miglioramenti scaturiti dall’applicazione sistematica dei suoi principi, nonché la progressiva riconquista della propria autostima da parte dei protagonisti. Particolare, questo, indicativo di una regia schematica ma efficace anche quando si tratta di mettere insieme da una parte i codici del cinema sportivo, primo fra tutti quello che fa dei sacrifici e della tenzone agonistica una sorta di palestra della vita e, dall’altra, quelli tipici della commedia in cui, come nelle versioni migliori, comico e drammatico si intrecciano in maniera indissolubile.

Senza mai stravolgere del tutto le condizioni di partenza, nel senso che i nostri erano e - nonostante tutto - restano dei nerd anche se in una variante più matura - “7 uomini a mollo” guarda sì al cinema americano (più che a quello di tradizione francese) ma non vi aderisce fino in fondo, soprattutto per quanto riguarda la retorica della vittoria che non rende di colpo i personaggi più accettabili né belli bensì più sicuri di sé stessi e meno vittime della realtà che li circonda. Da questo punto di vista spicca il contrasto tra l’apparato formale costituito da un corredo di hit musicali (a stelle e strisce) energetici e vitali, di quelli normalmente usati dal cinema mainstream per commentare l’eleganza del gesto o la riuscita di imprese epocali, e la prosaicità dei corpi e del contesto ambientale: i primi, ripresi in tutta la loro improbabile decadenza fisica, resa ancora più evidente dal fatto che gli attori sovrappeso e fuori forma sono spesso in costume; il secondo, ridotto a (non)luogo ordinario e anodino, spesso inquadrato per apparire simile a quello di certo cinema exploitation - rivelato dall’uso dello zoom al posto della carrellata in avanti - e a cenni di parossismi tarantiniani,  nella seconda parte, quella dedicata al risveglio dal torpore della routine quotidiana. Tutto ciò nonostante il film rimanga profondamente francese nell’anima dei personaggi, interpretati in modo da restare sempre due passi indietro rispetto ai ritmi dell’esistenza e delle mode e immersi in uno spleen agrodolce a cui si addicono le facce sdrucite di moschettieri del calibro di Mathieu Almaric, Guillaume Canet, Benoît Poelvoorde, Jean-Hugues Anglade. Bastano, infatti, loro a rendere godibile e a giustificare l’intera operazione.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

IL RITORNO DI MARY POPPINS

Il ritorno di Mary Poppins
di Rob Marshall
con Emily Blunt, Lin-Manuel Miranda, Ben Wishaw
USA, 2018
genere, musical, sentimentale
durata, 130 minuti


A distanza di poco più di cinquant’anni ecco che torna sul grande schermo l’insuperabile tata Mary Poppins. A vestire i panni dell’imprevedibile e “stupendoso” personaggio in questa nuova versione è una molto efficace Emily Blunt. La storia riparte dalla fine degli  avvenimenti del primo film. Stavolta il periodo è quello tra le due guerre e i piccoli protagonisti sono i figli di Michael Banks, il quale, insieme alla sorellina, aveva affrontato in prima persona tutte le avventure proposte loro da Mary Poppins quando entrambi erano in giovanissima età. Adesso l’uomo, vedovo da un anno, si trova a dover fare i conti con la banca che reclama la sua casa (appartenuta alla sua famiglia) e, intento a trovare tutta la documentazione che lo potrà salvare, non può dedicarsi completamente ai tre figli. Sembra, quindi, il momento perfetto perché Mary Poppins possa arrivare a casa Banks, in viale dei Ciliegi numero 17, direttamente dal cielo aggrappata al suo ombrello, proprio per dedicarsi a tempo pieno ai tre bambini.
La storia è un susseguirsi di avventure e disavventure, tutte peripezie in pieno stile “Mary Poppins”, intervallate da canti e balli ai quali prendono parte tutti i personaggi, nessuno escluso. Il tutto saggiamente condito da un tuffo nel cartone animato, come, del resto, era avvenuto anche in occasione del primo film.

Presentato come sequel dell’opera del 1964 con protagonista Julie Andrews, “Il ritorno di Mary Poppins” andrebbe forse, più giustamente, etichettato come un remake. Tralasciando per un attimo il fatto che, cronologicamente, si collochi dopo e che i protagonisti siano la generazione successiva a quella coinvolta nel primo lungometraggio, tutto quello che vediamo è un puro omaggio a quella che è diventata una delle storie più acclamate del cinema. Anche le canzoni stesse sembrano richiamare quelle di un tempo, sia per le parole che per la musica che per lo stile in generale. I personaggi altri non sono che dei richiami a quelli originali, dal cameo di Meryl Streep, che interpreta la cugina di Mary Poppins e che rimanda evidentemente al personaggio dello zio Albert, al lampionario Jack che sembra essere l’alter ego dello spazzacamino Bert.

Visto in questa chiave, cioè in quella di remake piuttosto che sequel, il film riesce nell’intento di creare una storia particolare e diversa che può essere apprezzata anche e soprattutto dai più giovani, ignari quasi completamente del primo film. Per i più nostalgici, invece, il nuovo film di Rob Marshall è un vero e proprio dialogo con quello di Robert Stevenson.
Chissà se anche in questo caso le melodie rimarranno impresse nella mente degli spettatori e saranno ancora cantate e ricordate per molti anni. La cosa certa è che Marshall merita un applauso per il coraggio di essersi cimentato in un compito tutt’altro che semplice che, però, è riuscito a portare a termine nel migliore dei modi, probabilmente dopo un’analisi accurata e approfondita del film originale, per il quale si può intuire nutre (e ha nutrito) grande interesse e amore, a giudicare dai continui, palesi e più nascosti omaggi che si susseguono all’interno della narrazione.
E un ultimo punto a favore è quello della scelta di inserire un cameo di Angela Lansbury (la nota “Signora in giallo”) che sembra quasi voler strizzare l’occhio al pubblico meno giovane in modo tale che possa apprezzare l’opera a tutto tondo.
Veronica Ranocchi

Guardate Ralph Spacca Internet: la nuova clip italiana del film







Diretto da Rich Moore e Phil Johnson, Ralph Spacca Internet uscirà nelle sale italiane il 1° gennaio 2019.
Nella nostra recensione vi abbiamo detto che il film “prende quanto di buono fatto dal precedente capitolo e lo innesta in un universo narrativo tutto nuovo, quello del dorato mondo di internet. Il risultato è un film infarcito di buoni sentimenti, humor e un neanche troppo velato giudizio verso la generazione web 2.0.”




Arriva La demo di Anthem che vi permetterà di accedere a Livello 10 e attivare le abilità fin da subito




La demo di Anthem vi permetterà di accedere a un buon numero di abilità fin da subito


Anthem debutterà nei negozi a fine febbraio, ma prima di allora avremo l’occasione di testarlo con mano grazie a una demo.
La nuova produzione Bioware promette di offrire ai giocatori una vasta gamma di attività, ma anche una variegata offerta in termini di elementi GDR e personalizzazione del proprio avatar virtuale.
Fortunatamente,  il lead producer Mike Gamble ha confermato che nella versione di prova non dovrete livellare per ore per poter accedere alle abilità base, il che darà modo ai giocatori di potersi fare un’idea fin da subito delle meccaniche di combattimento e delle potenzialità dei Javelin.


Sono Stati Annunciati i titoli PS Plus di gennaio 2019, ecco quali sono " Steep e Zone of the Enders HD Collection "






A gennaio, fatevi un giretto sulle montagne innevate di Steep, oppure salvate il mondo a bordo di un robot gigante, grazie all'abbonamento PS Plus.



Come sempre, insieme a questi due titoli per PS4, saranno disponibili anche dei giochi per PS3 e PSVita, alcuni dei quali accessibili anche su PS4 grazie al cross-play. Fra i titoli PS3, spicca decisamente Zone of the Enders HD Collection, la raccolta dei titoli ZOE di Hideo Kojima, rimasterizzata in HD.
Qui di seguito, vi riportiamo la lista completa:


mercoledì 26 dicembre 2018

Video: Arriverà il Primo Febbraio 2019: la nuova avventura di Dragon Trainer " Ps4,Xbox One, Nintendo Switch e PC. "






Bandai NamcoOutright Games e Universal Games and Digital Platforms hanno rilasciato un primo trailer di DreamWorks Dragons: L’alba dei nuovi cavalieri. I giocatori si uniranno al nuovo eroico duo, Scribbler e Patch, in una battaglia epica per salvare i draghi e sconfiggere una nuova cattiva, Eir, che controlla i draghi per portare a termine i suoi malvagi piani. In questo divertente e infuocato gioco d’azione e avventura dovranno scontrarsi contro spietati nemici, esplorare nuove e celebri ambientazioni, e interagire con tutti i personaggi più amati 







martedì 25 dicembre 2018

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Sul set di Rosemary's Baby

e

lunedì 24 dicembre 2018

TAXIDRIVERS.IT: WORKSHOP MAGAZINE & SEO



Quali sono le basi per aprire un sito web? Come si crea un Magazine? Da dove si comincia per mettere su una Redazione? Come si scrive un articolo e come si condivide? Come si diventa Social Influencer? Come si diventa Editori? Come si diventa Blogger di successo?

Queste sono solo alcune delle domande a cui cercherà di dare una risposta  il workshop  Magazine & SEO organizzato a Berlino il 12 e il 13 gennaio 2019, condotto da Vincenzo Patané e Giulio Solari e, in qualità di responsabile del settore interviste di taxidrivers.it del sottoscritto con un breve intervento sull’argomento in questione.

Il workshop avrá luogo a Berlino presso la Scuola di Cinema The Visual House. Le date del workshop Magazine & SEO sono il 12 e il 13 gennaio 2019 Per maggiori info: scrivi una email a  direzionetaxidrivers@gmail.com o direttamente su facebook a The Visual House Scuola di Cinema a Berlino.
 https://bit.ly/2V8irED
Carlo Cerofolini


CAPRI-REVOLUTION


Capri-Revolution
di Mario Martone
con Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Antonio Folletto
Italia-Francia, 2018
genere: drammatico
durata, 122

Nel 1914, un gruppo di giovani del nord Europa si unisce in una comunità sull'isola di Capri, avendovi trovato il luogo ideale in cui sperimentare una ricerca sulla vita e sull'espressione artistica. Sull'isola abita con la sua famiglia Lucia, una capraia la cui attenzione viene attratta da questi stranieri, a cui inizia ad avvicinarsi. Al contempo è arrivato un giovane medico condotto, portatore di idee che mettono la scienza e l'interventismo al primo posto.
Mario Martone completa l'ideale trilogia che si è venuta componendo dopo “Noi credevamo” e “Il giovane favoloso” con un film che si muove tra la luce diurna del sole e i fuochi delle danze della notte trovando al proprio centro l'efficacissima interpretazione di Marianna Fontana.
È sua quella che si potrebbe definire l'anima divisa in tre, intorno alla quale si colloca tutta la vicenda. Il passato, con tutto ciò che di positivo ha rappresentato dalla silente figura materna, si concentra nella casa, in cui al padre malato si sostituiscono i fratelli, portatori della difesa di una tradizione che si fa abito sempre più pesante da indossare per la giovane donna. In quegli uomini e donne che scorge per la prima volta nudi su una scogliera vede aprirsi un mondo di opportunità diverse rispetto all'orizzonte chiuso di un mare forse prima di allora mai guardato con occhi nuovi. 
Martone fa esplicito riferimento alla comune che il pittore Karl Diefenbach costituì a Capri agli inizi del Novecento avendo come omologa quella del Monte Verità a Locarno. Vivere insieme, immersi nella Natura, da vegetariani ante-litteram impegnati in una ricerca in cui il corpo stesso si faceva forma d'arte vivente, non impedisce al regista di mettere in luce il nascere di forti contraddizioni all' interno della comunità.

Su questa descrizione crea qualche perplessità la scelta di uomini e donne tutti fisicamente piacenti. Questo però non inficia il confronto che Martone ci propone, narrando il passato con un'attenzione rivolta al presente, tra due modalità di guardare al mondo e alla sua Storia. 
La disputa dialettica tra il medico e il leader della comune espone, con immediatezza unita a rigore, le due posizioni e, ancora una volta, si tiene a distanza da posizioni manichee. Il dottore è al contempo un difensore del progresso legato alle scoperte scientifiche ma anche vittima di quell'idealismo interventista che sfocerà di lì a poco nel fascismo.
È in questa situazione che Lucia si trova a crescere come donna, ad emanciparsi da un maschilismo ancestrale e a comprendere, senza false pacificazioni interiori, quanto in entrambe le nuove proposte di vita c'è di positivo e quanto invece va messo tra parentesi per poter davvero progredire, per uscire da qualsiasi tipo di gabbia ideologica e poter 'sperare' nel futuro. 
Riccardo Supino

domenica 23 dicembre 2018

COLD WAR

Cold War
di  Pawel Pawlikowski
con Tomasz Kot e Agata Kulesza
Polonia, Francia, UK 2018
genere, drammatico
durata, 88'



In una delle sue molte peregrinazioni capita che Zula/Kulig, costretta dalle circostanze e dalle complicazioni di un carattere non proprio accomodante a rimandare il lieto fine della propria storia d'amore con Wiktor/Kot, si senta dire che "quando si è innamorati il tempo non conta". Arrivati circa a metà del film questa frase è destinata a lasciare il segno non tanto per la verità che contiene, quanto piuttosto per il significato che essa assume rispetto alla sua messinscena. Per raccontare il tormentato legame sentimentale che lega un musicista e una cantante - entrambi polacchi - destinati a fare i conti con le intemperanze dell'amore e con le restrizioni delle libertà personali vigenti nell'Europa dell'est post-bellica, Pawlikowski allestisce uno spettacolo in cui il succedersi dei giorni è invece destinato ad avere un ruolo di primo piano, non solo dal punto di vista drammaturgico, per le implicazioni che la scansione delle ore e la loro apparente caducità ha sullo stato d'animo dei personaggi, ma anche da quello propriamente cronologico, nel senso che la storia del film è suddivisa in diversi quadri (costruito secondo un passo ellittico), ognuno dei quali corrispondenti a un preciso periodo storico (dal 1949 al 1964) che, tra l'altro, ha il compito di ricordare allo spettatore (oltreché ai personaggi) i limiti e le opportunità (quando si trovano al di fuori della cosiddetta cortina di ferro) offerte da opposti sistemi sociali. Ma non basta, poiché se quanto appena detto sarebbe sufficiente a fare di "Cold War" un'opera molto costruita per il segno del suo apparato formale, Pawlikovski decide di girare il film in uno smagliante bianco e nero ma soprattutto di assegnare alla musica la parte della vera protagonista, non tanto per la preponderanza che i brani e le canzoni hanno rispetto ai dialoghi, quanto per il valore narrativo della sua presenza nella vita di Zula e Wiktor.

Capita infatti che girovagando da una parte all'altra del vecchio continente (nel mappamondo del film oltre alla Polonia ci sono la Francia e la Iugoslavia) a cambiare non sia solo il paesaggio geografico e architettonico (stilizzato dalla fotografia sovente espressionista di Lukasz Zal, già responsabile delle luci di "Ida") ma lo stesso repertorio musicale utilizzato a sua volta dal regista - quando si tratta di commentare le immagini - e dai personaggi - impegnati nelle rispettive performance - per dare vita a una sorta di alfabeto esistenziale capace di assegnare a ognuno dei generi frequentati (musica popolare, rock and roll, jazz e il pop italiano dell'immancabile "24 mila baci") un determinato contesto storico, come pure il corrispettivo diretto a un preciso momento della relazione tra i due amanti, non a caso scandita da un continuo alternarsi di alti e bassi simili alle variazioni possibili su un ideale spartito.

Girato in un formato (4:3) che, nel caso, sembra un modo diverso e più efficace per esaltare l'unicità della storia e dei suoi interpreti, "Cold War" ambisce a essere un melò classico eppure adeguato ai nostri tempi, per l'importanza riconosciuta a ciò che sta davanti alla mdp - la messinscena, gli attori, gli ambienti, la stessa presenza registica - a discapito di quello che vi sta invece dietro - i temi, i presupposti della vicenda, la complessità psicologica -. A fronte di un proposito cosi elevato, i risultati possono dirsi raggiunti solo in parte perché se da un lato la regia - premiata a Cannes 2018 - mostra come al solito una perfezione formale su cui c'è poco da discutere, dall'altro la medesima ricercatezza finisce per rendere l'operazione poco spontanea, viziata da un rigore che spegne il fuoco della passione che vive sì dentro lo schermo, soprattutto per il da farsi che si danno i pur bravi Joanna Kulig e Tomasz Kot, ma fatica a uscire fuori da esso e ad arrivare in platea. Si rimare cioè e in definitiva ammirati dalla bellezza della composizione ma pure scarsamente coinvolti dal gradiente emotivo che ad essa dovrebbe sottendere.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)