martedì 31 gennaio 2017

ZERO DAYS

Zero Days
di Alex Gibney
USA, 2017
genere, documentario
durata, 116'


Nel linguaggio degli hackers l'espressione zero days ha un significato diverso da quello espresso dalla combinazione singole parole indicando un tipo di minaccia informatica che per il fatto di essere ancora sconosciuta non viene divulgata al fine di evitare che male intenzionati ne possano usufruire. Diversamente ma non troppo per le implicazioni che spiegheremo più avanti il documentarista Alex Gibney per il suo nuovo film utilizza il binomio lessicale per sintetizzare la cesura storica rappresentata dall'episodio relativo al sabotaggio della centrale nucleare di Natanz in Iran, avvenuto nel 2010 ad opera di un'operazione di intelligence pianificata da un pool di paesi stranieri. In questo caso a segnare il punto zero - da cui il titolo del film - nella belligeranza tra stati sovrannazionali è l'impiego strategico dello strumento informatico che da elemento difensivo atto a proteggere la sicurezza delle informazioni diventa per la prima volta una vera e propria arma offensiva capace di offendere l'obiettivo - e nello specifico il paese persiano - con effetti equiparati a quelli raggiungibili con il lancio di un ordigno nucleare.

Tale distinzione costituisce la traccia di una sorta di mappa narrativa che a partire dal titolo ("Zero Days") fa viaggiare le immagini del film in due direzioni destinate a interagire attraverso la vicenda che nel 2012 portò il presidente dell'Iran Maḥmūd Aḥmadinežād ad accusare formalmente Stati Uniti e Israele degli attacchi subiti che oltre al danneggiamento delle centrifughe necessarie all'arricchimento dell'uranio, prendevano in considerazione anche gli omicidi di alcuni ingegneri coinvolti nel programma di sviluppo atomico. La prima è quella del resoconto storiografico che a partire dai giorni nostri procede avanti e indietro nel tempo per ripercorre le origini del problema costituito per l'appunto dalla decisione degli Stati Uniti di fare dello stato iraniano il poliziotto del medio oriente e quindi di appoggiarne il programma di incremento nucleare destinato poi, con la rivoluzione degli ayatollah e il rovesciamento del regime dello scià a rivoltarsi contro il mentore statunitense. La seconda invece si concentra sugli aspetti prettamente tecnici del problema che non riguardano solamente il funzionamento del super virus Stuxnet, capace, una volta installato, di funzionare in maniera autonoma e indipendente rispetto al suo originatore (portando avanti la propria azione distruttrice senza che i rilevatori siano in grado di rilevare anomalie in atto) ma che si insinuano negli aspetti meno conosciuti della questione, alcuni dei quali, come per esempio il ricorso sistematico alla Cyber Command (intelligence militare destinata a operare in ambiente cibernetico) da parte delle potenze mondiali, portano a galla la mancata regolamentazione di una materia a dir poco scottante per la capacità della stessa di incidere sulle risorse umane e materiali dell'avversario, annullandone in pochi minuti la capacità dei suoi sistemi di comando e controllo.



Corredato da una serie di interviste a personalità ed esperti coinvolti anche in prima persona negli avvenimenti occorsi nel sito di Natanz tra i quali, scorrendo l'elenco degli intervenuti, troviamo tra gli altri ex capi della CIA e del Mossad, tecnici di settore incaricati di studiare la natura del malwere e, finanche il giornalista (David E. Sanger) del New York Times a cui si devono gli articoli scritti per il New York Times a proposito delle responsabilità di Stati Uniti e e Israele negli episodi incriminati, "Zero Days" sulla scia dell'esempio lasciato dal seminale, e diciamo noi inarrivabile "Citizen Four" di Laura Poltras (a cui Gibney "ruba" qualcosa dal punto di vista estetico visuale), indaga e mette a nudo una delle vicende più oscure e intricate della politica americana e mondiale, destinata ancora oggi a influenzare il divenire dello scacchiere geopolitico mondiale. In concomitanza con un cinema che nella volontà di fare luce sulla realtà dei fatti supplisce alle omissioni della storia ufficiale (come era successo negli ultimi "Going Clear: Scientology e la prigione della fede" e "Steve Jobs: The Man in the Machine"), quelle che il regista si prende la briga di certificare nella sequenza in cui una dopo l'altro assistiamo al rifiuto da parte degli intervistati di entrare nel merito delle responsabilità da attribuire agli uni e agli altri, "Zero Days" si produce in uno scarto di senso in cui la verità ultima è paradossalmente affidata alle parole dell'avatar (in realtà un'attrice con sembianze modificate con la tecnica del morphing) creato dai maghi della CG, al quale Gibney attribuisce i pensieri e le testimonianze raccolte in via confidenziale da chi, avendo preso parte alla operazione "Olympic Games" (così si chiamava la missione incaricata di neutralizzare gli impianti iraniani), ha deciso previa anonimato di rivelare i retroscena del loro mandato. 


Ed è proprio il palesamento inquietante e incredibile dello scenario che fuoriesce dall'anonimato di queste confessioni a far sì che "Zero Days" vada oltre il casus belli in questione per abbracciare conseguenze che ci interessano prima il qualità di cittadini e poi in veste di spettatori: come potrebbero essere le ripercussioni dovute all'esistenza (lo apprendiamo al termine del film) di un cosiddetto piano Nitro Zeus, cyber attacco su ampia scala messo in piedi dagli Stati Uniti allo scopo di cautelarsi dalle ricadute di una possibile crisi irachena. Se la bravura di Gibney è oramai acclarata "Zero Days" la evidenzia nella perizia filologica della sua esposizione come pure e forse ancor di più in una struttura narrativa che senza perdere la forza dei suoi contenuti assume le movenze proprie di certi romanzi di genere che, nella fattispecie, potrebbe essere paragonate agli affreschi noir del mitico James Ellroy. Dai romanzi dello scrittore americano "Zero Days" eredità la capacità di trascendere il reale assurgendo a una forma di racconto che si nutre dei grandi archetipi della letteratura e del cinema americano. Una qualità di cui si è accorta la I Wonder Pictures alla quale va il nostro plauso per il coraggio dimostrato nell'aver deciso di distribuirlo nella sale italiane.
(pubblicata su ondacinema.it)

I Giochi Nuovi del 2017 Che Porterò Nel canale Gameplay1973channel


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lunedì 30 gennaio 2017

Pubblicata La soluzione completa al 100% di Resident Evil 7






Resident Evil 7 - Soluzione e Guida Completa - Resident Evil VII è un gioco affascinante e ricco di mistero, è facile perdersi qualcosa o bloccarsi in certe aree quindi crediamo che una soluzione completa possa essere utile non solo per chi desidera completare il gioco al 100%, ma anche per chi vuole semplicemente godersi al meglio la propria visita nella villa dei Baker. Cercheremo di non fare spoiler nei limiti del possibile, ma in alcune sezioni sfortunatamente sarà inevitabile. E tutto pronto quindi, vi diamo il benvenuto alla nostra soluzione completa dedicata al nuovo Resident Evil VII! Leggi anche Guida ai personaggi e Guida di sopravvivenza




Articolo a cura di Pietro Gualano

PROPRIO LUI?

Proprio lui?
di John Hamburg
con James Franco, Bryan Cranston, Zoey Deutch
USA, 2016
genere, commedia
durata,111'



Sulle prime “Proprio lui” ha tutta l’aria di essere un prodotto preconfezionato perché se si prende l’idea del padre iper apprensivo che entra a gamba tesa nella vita della figlia per sabotarne la relazione con un genero poco gradito e la si combina con il modo in cui la trama fa accadere l’incontro tra la famiglia di lei e quella di lui, organizzato all’interno di un contesto vacanziero (Le vacanze di Natale) e di una visita di cortesia che si trasforma quasi subito in una sorta di “spedizione punitiva”, la prima cosa che salta in mente è quella di assistere a una replica di “Ti presento i miei?”, la commedia blockbuster che vedeva i personaggi interpretati da Robert De Niro e Ben Stiller contendersi i favori della promessa sposa interpretata da Teri Polo. Se questo non bastasse a confermare il sospetto di avere a che fare con un reeboot sotto mentite spoglie sovvengono i nomi di Jon Hamburg e di Ben Stiller, già coinvolti a vario titolo nel film di Jay Roach e qui presenti in veste di regista/sceneggiatore (Hamburg) e di produttore (Stiller). 

In realtà qualche differenza tra i due lungometraggi esiste e la si può rintracciare nel tipo di comicità utilizzata da Hamburg che risulta tanto più greve, sboccata e goliardica quanto può esserlo quella a cui si ispirano il co sceneggiatore Jona Hill (altro attore sempre più attivo dietro la macchina da presa) e il protagonista James Franco, frequentatori seriali delle commedie scritte e dirette da Judd Apatow, e in particolare di titoli come “50 anni vergine”, “Molto incinta” e “Strafumati” da cui la congrega di personaggi capitanati dallo stesso Franco sembra uscire fuori. 


E sempre rimanendo sul piano della discontinuità tra le due pellicole “Proprio lui?” si fa promotore di valori, credenze e stili di vita che nel mettere a confronto il modello tradizionale rappresentato dalla famiglia di Stephanie (la Zoey Deutch di “Tutti vogliono qualcosa”) e quello per così dire alternativo costituito dalla svoltolata tribù messa in piedi dal fidanzato istituzionalizza una tipologia di gioventù contemporanea che fa il verso a quella frichettona degli anni settanta (di fatto la villa in cui vivono Laird (Franco) e i suoi accoliti è una sorta di moderno falansterio) ma che a conti fatti finisce per tradirne l’assunto ribellistico sposando in toto la predominanza dell’elemento tecnologico e futuristico - proprio del sistema dominante - su quello umanistico e passatista. Che poi, a  margine di questi discorsi, il finale del film, conciliatorio e bene augurante, rimetta le cose a posto, facendo di stranezze e divergenze il motivo da cui partire per risolvere ogni incomprensione poco vale perché, pur nella volontà di trasgredire la norma, “Proprio lui” deve comunque obbedire alle regole del gioco che per un prodotto mainstream sono quelle di offrire  qualche risata - e il film riesce a farlo - e una conclusione a lieto fine.  

domenica 29 gennaio 2017

LES OGRES

Les ogres di Léa Fehner
con Adele Haenel, Marc Barbè, François Fehner 
Francia, 2016 
genere, commedia drammatica
durata, 144' 



La compagnia di teatro Davaï è in tournée perenne: è una vita di gruppo, nomade, itinerante. Nel sud della Francia, i quindici attori della compagnia presentano una rivisitazione corale e scatenata dell'"Orso" di Cechov. È uno spettacolo che fanno da anni, ma ogni volta accade qualcosa di nuovo. C'è Lola, che torna per una sostituzione e manda in crisi François; c'è Mona che aspetta un bambino da un uomo che ha perso un figlio da pochi anni; ci sono tavole da sparecchiare, mucche da spostare, ragioni da recuperare, tutto prima che si apra il sipario e che venga il tempo di andare in scena. Il teatro in "Les Ogres" arricchisce il lavoro cinematografico, ne ravviva le potenzialità, ne rivaluta persino lo specifico, esaltando quella capacità di parlare in prima persona, con un primo piano, e un attimo dopo in terza, con un campo lungo, e di rompere l'unità temporale, di recuperare il ritmo dell'esistenza nelle ellissi e nelle ripetizioni. 

Il teatro è ogni volta diverso, mai uguale a se stesso, mentre il film non ha bisogno di esserlo, la sua natura contiene già la varietà, eppure uno dei motivi di bellezza del film della Fehner è l'apertura che si respira al suo interno, tra le righe di una sceneggiatura che è ferrea e calibrata, ma è anche potenzialmente differenziabile, in quanto concepita attorno ad un'avventura finto-vera, che da qualche parte è ancora in corso. 


Come una commediante, la regista, trentaseienne di Tolosa, impersona ruoli diversi: è il direttore della compagnia, responsabile di un mondo -quello del set- con le sue regole e le sue gerarchie; ma è anche la figlia del regista, quella che, come sua sorella Inès, ha bisogno di trovare la propria autonomia, rompendo il legame di dipendenza dall'approvazione dei genitori; è dentro la vita della compagnia e fuori, ne vede il fascino ma anche l'aspetto decadente e grottesco, la passione ma anche la fuga dal reale, l'esaltazione che va sempre nutrita, artificialmente, crudelmente. Mescolando autobiografia (i genitori, Francois Fehner e Marion Bouvarel, sono veri teatranti) e costruzione, attori di teatro e di cinema, sconosciuti e famosi, Léa Fehner, alla sua opera seconda, riesce nella sfida di raccontare con ordine il caos, di parlare del peso delle cose senza farlo avvertire, di attualizzare la rappresentazione di una scelta di vita che è quella dello spettacolo, che ha un prezzo.
Riccardo Supino

LA FOTO DELLA SETTIMANA

























Fuga di mezzanotte di Alan Parker (GB, USA, 1978)

mercoledì 25 gennaio 2017

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: POESIA SIN FIN

Poesia Sin Fin
di Alejandro Jodorowsky
con Brontis Jodorowsky, Adan Jodorowsky, Pamela Flores, Jeremias Herskovits, Kaori Ito
Cile, Francia, Giappone, 2016
genere, drammatico, biografico, surreale
durata, 128’

Alejandro Jodorowsky è un’artista poliedrico: poeta, scrittore, saggista, attore, sceneggiatore di film e fumetti, regista teatrale e cinematografico, drammaturgo, esperto di tarocchi, nato cileno e poi emigrato in Francia, dove ha maggiormente sviluppato e maturato la sua vena artistica, fondando il movimento artistico “Panico”, insieme a Fermando Arrabal e Roland Topor, e diventando prima allievo e poi assistente del famoso mimo Marcel Marceau.

Quindi è difficile scindere il regista Jodorowsky in un solo ruolo visto che ognuna delle sue espressioni artistiche convive contemporaneamente, creando un’ibridazione ispirativa che travalica il surrealismo (primo e fondante corrente artistica a cui l’autore cileno guarda), creando un’arte personale e originale.

Come autore cinematografico dobbiamo ricordare, tra le sue esigue opere, “El Topo”, “La montagna sacra” e “Santa Sangre”, dove il surrealismo, la magia, la psicoanalisi, la critica storica e sociale s’intersecano in modo indissolubile e senza soluzione di continuità, utilizzando artifici scenici svelati, rivelati, lapalissiani, grotteschi, dove la finzione, la fantasia e la realtà giocano a rincorrersi una con l’altra, attraverso i frame delle sequenze che Jodorowsky compone come un burattinaio con il suo spettacolo di marionette variopinte, crude, scurrili, grossolane, sfiorando sempre il pacchiano e il kitsch, ma riuscendo sempre a saltarlo grazie alla sua fantasia unica e originale della messa in scena.
Nato nel 1929, a 87 anni è tempo di bilanci e Alejandro Jodorowsky ha portato sul grande schermo parte della sua biografia, prima con “La danza della realtà” (2013) e poi con questo “Poesia Sin Fin” (2016).


Proprio quest’ultimo, presentato al Festival del Film di Locarno lo scorso anno, è proiettato in anteprima assoluta per l’Italia allo Spazio Oberdan di Milano dal 20 gennaio, inizia dove finiva il primo capitolo. Se “La danza della realtà” raccontava l’infanzia di Alejandro bambino nel piccolo paese di Tocopilla sulla costa cilena, “Poesia Sin Fin” inizia proprio con la famiglia che lascia Tocopilla per andare a vivere a Santiago. Il film narra quindi l’apprendistato giovanile di Alejandro (interpretato dal figlio Adan, anche autore della colonna sonora), la ribellione nei confronti del padre che lo vuole medico, della famiglia di origini ebreo-ucraine, dei primi contatti con l’avanguardia artistica del suo paese, delle prime esperienze di poeta e dei turbamenti sessuali e la scoperta dell’amore, fino al 1953, quando si decide di emigrare in Francia per realizzare compiutamente le proprie ambizioni.


Film intimo, quasi familiare se si pensa che partecipano alla realizzazione oltre al figlio Adan, anche l’altro figlio Brontis, che interpreta il padre: prodotto utilizzando il crowdfunding, scritto e ideato da Jodorowsky, che appare anche a fianco del suo alter ego filmico (che poi è suo figlio), “Poesia Sin Fin” è una mise en abyme tra realtà e finzione caratterizzante l’intera opera dell’artista.  Jodorowsky utilizza quinte di cartone per mettere in scena la Santiago degli anni 40-50; oppure locali iperrealisti (come il bar dove il giovane Alejandro incontra la poetessa sua prima amante); o ancora la folla colorata di uomini, donne e freaks nelle varie feste negli interni dei locali oppure in strada. La madre si esprime sempre cantando, quasi a voler omaggiare lo spirito artistico e femmineo, in contrapposizione con la violenza verbale e razionalista del padre che lo deride e lo vuole a tutti i costi medico. Ma lui per diventare poeta deve recidere l’albero di una famiglia piccolo borghese, grottesca (in una sequenza significativa nella prima parte del film, quando Alejandro con questo gesto di ribellione abbandona la famiglia) dedita solo agli affari e a meschini inganni, anche tra di loro (come dimostra la partita a carte dove il resto della famiglia bara per rubare i soldi al padre di Alejandro). Una “poesia senza fine” che non è solo declamazione, ma che diviene “atto”, azione, scelta di vita nel quotidiano.

“Poesia Sin Fin” non raggiunge le vette delle sue opere più famose, ma è comunque un film intimo, sentito, fantasioso, a tratti divertente e spiazzante. Un racconto di se stesso e della sua vita, che vuole essere anche un omaggio alla poesia della vita e al coraggio di chi vuole essere poeta.
 Antonio Pettierre
“Poesia sin fin - Anteprima”, Fondazione Cineteca Italiana, Spazio Oberdan, Sala Alda Merini a Milano dal 20 al 31 gennaio 2017.

martedì 24 gennaio 2017

L'ORA LEGALE

L'ora legale 
di Salvatore Ficarra e Valentino Picone 
on Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Leo Gullotta 
Italia, 2017 
genere, commedia
durata, 92' 


Salvo e Valentino sono cognati e vivono a Pietrammare, paesino della Sicilia dove gestiscono insieme un chiosco sulla piazza principale. Il marito della sorella di Valentino, a sua volta sorella della moglie di Salvo, è Pierpaolo Natoli, un professore di liceo dagli elevati valori morali e condotta integerrima. Pierpaolo si candida a sindaco di Pietrammare; contrapponendosi a Gaetano Patanè, il primo cittadino in carica, un concentrato di corruzione e malaffare, vuole proporre un cambiamento radicale, che metta fine al degrado etico ed estetico che Patanè ha incoraggiato nel paese. A sorpresa, i compaesani votano Natoli sindaco: una volta eletto questi esigerà il rispetto assoluto delle regole, ma in Italia chi invoca la legalità lo fa sempre riferendosi agli altri, mai a se stesso. Salvo e Valentino rappresentano bene la popolazione di Pietrammare: da una parte i molti, come Salvo, che nel malcostume ci sguazzano, traendone il proprio piccolo o grande tornaconto; dall'altra i pochi come Valentino, che vorrebbero un paese migliore, più onesto e rispettoso del prossimo. I due cognati, però, scopriranno di essere meno diversi di quanto pensassero, perché quella verso la legalità è una strada in salita, soprattutto per chi non è mai stato abituato a percorrerla. Salvatore Ficarra e Valentino Picone aggiungono un altro tassello alla loro filmografia di autori, registi e interpreti di racconti comici del malcostume italiano con un intento civico superiore a quello della commedia italiana media contemporanea, ma mai eccessivamente graffianti e poco inclini a indispettire il proprio fedele pubblico. 


"L'ora legale" da un lato affronta di petto il tema di un'Italia ingovernabile a cominciare dal basso, dall'altro assesta un colpo al cerchio e uno alla botte nel momento in cui, ad esempio, caratterizza Pierpaolo (interpretato da Vincenzo Amato con insolita inespressività) come anonimo e incolore, ben lontano da un carismatico Barack Obama seppure in sedicesimo, mentre Salvo è pirotecnico e irresistibile, un Lucignolo per cui è impossibile non provare simpatia. È inquietante anche la tempistica dell'uscita de L'ora legale. Da un lato arriva un anno dopo il successo di Quo vado?, cui il dream team di sceneggiatori composto, oltre che da Ficarra e Picone, da Edoardo De Angelis (regista di Perez e Indivisibili), Nicola Guaglianone (sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot) e Fabrizio Testini (storico sodale del duo palermitano ma coautore, fra gli altri, anche di Checco Zalone), sembra essersi adeguato in corsa. Dall'altro risente dell'eco dei recenti accadimenti politici che, come sempre nell'Italia dei nostri giorni, superano di gran lunga l'immaginazione e la vis comica degli autori cinematografici. "L'ora legale" appare dunque indeciso fra appoggiare la vocazione civile di Pierpaolo e criticarne l'eccessiva rigidità, fra promuovere il cambiamento o depotenziarne l'ideologismo radicale, e si muove fra populismo e satira sociopolitica con più ambiguità che convinzione. Il risultato è comunque divertente e in qualche modo coraggioso, ha la grazia che caratterizza tutti i film di Ficarra e Picone e pone domande importanti: che Paese vogliamo essere? Siamo davvero pronti per un mondo dove le regole vengono rispettate da tutti, noi compresi? E ancora, per citare una battuta del film: "l'Italia l'onestà, se la può permettere?" "L'ora legale" resterà un documento del momento storico-politico che stiamo attraversando, sospeso tra paura e speranza, tra la curiosità e il timore di scoprire qual è Italia che ci meritiamo davvero.
Riccardo Supino

domenica 22 gennaio 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA


























Arrival di Denis Villeneuve (USA, 2016)

sabato 21 gennaio 2017

THE AUTOPSY OF JANE DOE

The Autopsy of Jane Doe
di Andre Ovredal
con Brian Cox, Emilie Hirsh
USA, 2016
genere, horror
durata, 99' 


Della considerazione per cui nel cinema horror si dice che il subconscio generi mostri e che il nemico è dentro di noi lo scandinavo Andre Ovredal ha fatto tesoro per il suo esordio americano, immaginando che nella vicenda che sta al centro di “The Autopsy of Jane Doe” il male scaturisca e si propaghi dalle viscere del cadavere su cui i due protagonisti devono eseguire l’autopsia per chiarire le cause del decesso. Succede infatti che il procedimento autoptico eseguito dai due malcapitati diventi la causa di una serie di inquietanti fenomeni destinati a concretizzarsi nelle malefiche presenze che in un crescendo di sangue e persecuzione iniziano a tormentare i protagonisti della storia. 


In questo senso “The Autopsy of Jane Doe” vive i suoi momenti migliori quando a prevalere è la parte più istintiva della vicenda, quella che a partire dal rinvenimento del cadavere e nella successiva necroscopia trova modo di esaltarsi in un mix di mistero e tensione che Ovredal si conquista limitando la sfera d’azione dei personaggi, i quali, rinchiusi all’interno della stanza ambulatorio vivono il divenire degli accadimenti attraverso ciò che succede oltre i confini del loro “territorio” e cioè nel resto dell’edificio che li ospita. In questo contesto Brian Cox nella parte del coroner Tommy Tilden e Emile Hirsch il quello di Austin Tilden, il figlio che lo assiste in qualità di tecnico medico sono perfetti nel rendere il senso di claustrofobia e la paura che deriva dalla consapevolezza di essere di fronte a una situazione senza via d’uscita. Al contrario quando - a metà del “guado” - la ragione e la voglia di spiegare prendono il sopravvento al fuori campo cine testuale il mistero si trasforma in una fabula così piena di banalità e forzature (alcune delle quali legati da risultare sterile in termini di suspence e coinvolgimento. A beneficio dello spettatore a cui questa recensione è rivolta diciamo che se fosse un match di boxe “The Autopsy of Jane Doe” sarebbe un ko tecnico. A buon intenditor...

martedì 17 gennaio 2017

LA SINDROME DI ANTONIO

La sindrome di Antonio
di Claudio Rossi Massimi
con Biagio Iacovielli, Antonio Catania, Remo Girone,
Italia, 2016
genere, commedia
durata, 100'



Sapevamo già di quella che per descrivere gli effetti provocati dalla vista di un’opera d’arte aveva trovato il modo di rifarsi a un episodio della vita del celebre scrittore francese; e pure dell’altra, che aveva scelto la capitale della Svezia per dare un titolo alla malsana empatia delle vittime nei confronti dei propri carnefici. Eravamo invece ignari circa ’esistenza della sindrome che affligge il protagonista del film di Claudio Rossi Massimi intitolato non a caso “La sindrome di Antonio”. La patologia del titolo è invero un ‘invenzione del regista- peraltro autore del libro dal quale il film è tratto - utile a descrivere l’ossessione che al conseguimento del diploma spinge il ragazzo a partire alla volta della penisola ellenica per ritrovare i luoghi dove Platone e i suoi colleghi elaborarono i pilastri del pensiero moderno. Considerando che la storia è ambientata nella Grecia degli anni settanta in cui il regime dei colonnelli resisteva nella maniera più bieca e violenta allo spirito di cambiamento imposto dalle istanze sessantottine, si capisce quasi subito che la sintomatologia del titolo non è il motivo centrale della storia ma piuttosto il pretesto per innescare una serie di pensieri, comportamenti e azioni che  permettono a Massimi di raccontare di una generazione  - quella di Antonio e dello stesso regista - destinata a farsi carico del fallimento delle utopie di un’intera epoca; e, in particolare, di quella voglia di cambiare il mondo che emerge dal desiderio di conoscenza, di giustizia e di libertà presente nei discorsi del lo studente come pure in quelli di Maria, la ragazza greca che l’accompagna nel suo viaggio di scoperta e di cui finirà neanche tanto segretamente per innamorarsi. 


Strutturato come un film on the road, con le diverse tappe del tragitto destinate a corrispondere  ai tasselli del percorso di formazione del protagonista, “La sindrome di Antonio” emula i classici del genere a cominciare dal capolavoro di Jack Kerouac, da cui Massimi eredità persino l’utilizzo della macchina come mezzo di locomozione e l’idea di spostarsi all’interno di un territorio geograficamente definito. A differenza di questi modelli il regista sceglie però una forma che sembra voler rispecchiare l’ingenuità del protagonista, dando vita a un favola morale che nella sua ricercata semplicità si rivolge soprattutto a chi nei settanta non era ancora nato. Con il risultato di appiattire psicologie e contenuti su un didascalismo di stampo televisivo che non rende merito all’ultima presenza sullo schermo del grande Giorgio Albertazzi, la cui aristocratica figura è comunque esaltata da un ruolo tanto ricco di significati quanto privo di battute. Almeno in questo ambito “La sindrome di Antonio” è destinato a entrare nella storia del nostro cinema.

domenica 15 gennaio 2017

ALLIED - UN'OMBRA NASCOSTA

Allied - Un'ombra nascosta
di Robert Zemeckis
con Brad Pitt, Marion Cotillard
USA, 2017
genere, avventura, melò, drammatico
durata, 147' 


La tentazione per un film come quello di Robert Zemeckis è di risolvere la faccenda prendendo in prestito la frase pronunciata da Marianne Beausejour, protagonista della storia insieme al collega e marito Max Vatan, ufficiale dei servizi segreti in missione nel Marocco del 1942 e, nella fattispecie, in quella Casablanca che almeno al cinema e per mano dell’omonimo film interpretato da Humphrey Bogart è diventato sinonimo di amori pericolosi e spericolati. Nella scena che li vede per la prima volta insieme e lontani da sguardi indiscreti la donna confessa che il segreto del suo successo consiste in una sola regola: “Io non mento sulle emozioni. E’ per questo che funziona” dice Marianne riferendosi al metodo che fin lì gli ha permesso di farla franca, preservandola dalle conseguenze meno piacevoli della sua “professione”. Il principio appena enunciato torna  infatti utile per spiegare una delle caratteristiche principali del cinema di Zemekis che consiste appunto nel non perdere mai di vista il cuore delle sue “creature” e di farlo battere anche quando ci tratta di concepire un film come “Allied” che funziona soprattutto per la riuscita della sua messinscena. E’ infatti quest’ultima a dare una marcia in più a una trama che di per sé non ha nulla di originale e che però, essendo incentrata su due personaggi professionalmente abituati a farsi gioco delle apparenze risulta determinante nella produzione di senso quando si tratta di alimentare il tormento di Max, incaricato di scoprire se la donna diventata nel frattempo la madre di sua figlia sia davvero una spia al soldo dei nazisti. 

Nel caso di “Allied” però non si tratta solo della precisione delle ricostruzioni scenografica relative al paesaggio nord africano in cui è ambientata la prima parte della vicenda, più dinamica e avventurosa, ne di quella del contesto inglese dove, con il trasferimento dell’azione nella capitale inglese, a prevalere sono gli aspetti psicologici e quelli di genere legati al mistery e al melò. Il nostro riferimento va alla natura stessa delle immagini che nel tradire “volutamente” l’effetto di verosimiglianza con l’evidente  utilizzo della CG rimanda continuamente alla doppiezza dei personaggi, e perciò alla personalità e ai sentimenti che li riguardano; e ancora alla teatralità delle pose assunte dagli attori (e in particolare del Brad Pitt in divisa da ufficiale nell’ufficio del suo diretto superiore) volte a rievocare il modo di stare in scena tipico degli anni 40/50. Il resto lo fa la maestria del regista che non spreca un’inquadratura, tra gusto cinefilo (Hitchcock aleggia durante tutto il film) passaggi magistrali (la sequenza iniziale dal sapore metafisico e il bacio nella tempesta di sabbia) e primi piani evocativi (quello finale di Marion Cotillard).  Bello con anima "Allied" è un titolo da non perdere.

LA FOTO DELLA SETTIMANA



















"Allied - Un'ombra nascosta" di Robert Zemeckis (USA, 2016)

sabato 14 gennaio 2017

COLLATERAL BEAUTY

Collateral Beauty
di David Frankel 
con Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet
USA, 2016 Genere: drammatico 
durata: 94' 


Howard è il manager di maggior successo di una grande azienda. Colpito dalla tragedia della morte della figlia di sei anni, non riesce a tornare a vivere. I suoi tre migliori amici e colleghi di lunga data vengono a sapere che ha scritto delle lettere, al Tempo, all'Amore e alla Morte, e assoldano tre teatranti perché impersonino queste entità astratte e dialoghino con Howard, scuotendolo e riportandolo alla consapevolezza che la sua vita non è finita. Nemmeno in mano ad un grande autore visionario un copione come questo, sarebbe stato al sicuro; meno che mai in quelle di David Frankel e di un cast troppo stranamente assortito, in cui grandi attori del calibro di Norton e Winslet vedono sminuite le proprie potenzialità: soltanto Helen Mirren riesce a emergere come merita, ma con un personaggio da commedia, lanciato come una trottola impazzita su un tappeto drammatico. Non che una dose di leggerezza non sia contemplata in partenza, ma non è quella della commedia, bensì quella sentimentale del "Canto di Natale" dickensiano, che il film riprende esplicitamente nelle figure dei tre attori che, come angeli, vedono in profondità nelle vite dei loro interlocutori. Anche qui, però, le forzature non mancano; soprattutto, diventa sempre più chiaro che in "Collateral Beauty" sono contenuti due film che non s'incontrano se non in maniera illusoria, soltanto apparente. Da un lato, il melodramma con Will Smith e Naomie Harris, film dal notevole portato tragico; dall'altro, un film dal sapore più indipendente e dal soggetto più singolare, su una piccola compagnia di attori pagati per uscire dalla comfort zone del loro teatrino off Broadway e misurare la loro arte con un'esigenza della vita vera, un terreno su cui non possono sbagliare, pena l'aggravamento di una sofferenza già insopportabile. Una prova difficile, che Keira Knightley rischia di fallire. Quando arriva il momento di spiegare il titolo, la motivazione non è convincente e appare chiaro che l'architettura, molto complessa e suggestiva, fatica a reggere per tutta la durata della pellicola.
Riccardo Supino

giovedì 12 gennaio 2017

BLUE JAY

Blue Jay
di Alexandre Lehmann
con Mark Duplass, Sarah Paulson
USA, 2016
genere, drammatico
durata, 80'



Di fronte all’amore che fu le storie del cinema si sono divise tra quelle che hanno puntato l’occhio sui tentativi di rimuoverne l’esistenza e le altre, indaffarate a rievocarlo in una dimensione di ricordi e parole dolcemente malinconica. Alexander Lehmann per il suo esordio cinematografico sceglie una forma che le contempla entrambe, immaginando che in un giorno qualsiasi di una tranquilla cittadina californiana un uomo e una donna si incontrino in un supermercato e finiscano per arrivare alle ventiquattrore seguenti ragionando su ciò che ne è stato della loro vita da quando, ancora giovanissimi, hanno deciso di lasciarsi. L’approccio narrativo usato dal regista è infatti quello del progressivo disvelamento di una verità che pur aleggiando dietro lo timidezze e i non detti dei personaggi viene celata allo spettatore fino a quando, nel corso di una serata casalinga trascorsa a rimembrare i rituali dell’antica liaison arriva a manifestarsi in un clima di crescente trepidazione per l’avvicinarsi del momento fatale, quello in cui inevitabilmente la coppia sarà chiamata a toccare e forse risolvere le questioni rimaste in sospeso anni prima.

Girato per la maggior parte in interni e illuminato da un bianco e nero che esprime il lutto sentimentale sofferto dai protagonisti “Blue Jay” è un piccolo gioiello cinematografico che alla maniera del miglior cinema indie supplisce alla mancanza di mezzi con una scrittura che permette agli attori di vivere all’interno  dei personaggi annullando lo scarto tra finzione e realtà. Va in questa direzione la scelta di Mark Duplass (attore, sceneggiatore e qui produttore insieme al fratello) nel ruolo di Jim e di una splendida Sarah Paulson (“Carol” ma anche la serie tv “American Crime”) in quello di Amanda i quali, relegati a ruoli da caratterista dall’omologazione estetica in vigore nelle grandi produzioni hollywoodiane trovano nella colloquialità di “Blu Jay” il palcoscenico adeguato a un talento in grado di reggere la scena dalla prima all’ultima immagine e capace di tradurre il lavoro d’introspezione effettuato per entrare nei personaggi in una spontaneità a tratti commovente. 


Se “Blu Jay” è un film sulla fine dell’amore Duplass e Paulson, e con essi la sceneggiatura la mettono in scena raccontandone però la parte più romantica e bella, derivata dalla possibilità offerta ai personaggi di riscoprire nell’altro i motivi che una volta li avevano uniti. In questo senso, pur nel suo drammatico sotto testo “Blue Jay” riesce a comunicare sensazione positive quando si tratta di mostrare come la condivisione di brandelli della stessa esistenza  trovi comunque il modo di dare un senso alle inadeguatezze della condizione umana.  

lunedì 9 gennaio 2017

LE CLASSIFICHE DE ICINEMANIACI 2016



1.The Witch (Robert Eggers)
2. Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti)
3. Tutti vogliono  qualcosa (Richard Linklater)
4. Paterson(Jim Jarmush)
5. La canzone del mare (Tomm Moore)
6. Neruda (Pablo Larrain)
7.Carol (Todd Haynes)
7. The Neon Demon
7. Un padre, una figlia (Christian Mungiu)
7. Il libro della giungla (Jon Favreau)


Le classifiche dei redattori

nickoftime




Classifica

1. Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater
2. Un padre, una figlia/Christian Mungiu    
3. Lo chiamavano Jeeg Robot/Gabriele Mainetti
4. Carol/Todd Haynes
5. Little Sister/Hirokazu Kore'eda
6. Al di la delle montagne/Jia Zhang-Ke
7. Steve Jobs/Danny Boyle
8. I miei giorni più belli/ Arnaud Desplechin      
9. Miss Peregrine/Tim Burton 
10.One more time with feeling /Andrew Dominik

Premi

Miglior attore. Viggo Mortensen (Captain Fantastic)
Miglior attrice:. Sonia Braga (Aquarius)
Miglior regista. Christian Mungiu (Un padre, una figlia)
miglior sceneggiatura.  Lo chiamavano Jeeg Robot
miglior fotografia. Tudor Vladimir Panduru (Un padre, una figlia)
miglior colonna sonora: Tutti vogliono qualcosa 
miglior montaggio: Mircea Olteanu (un padre, una figlia) 

Migliori inediti
La La Land/Damien Chazelle
Moonlight/ Barry Jenkins
Manchester By the Sea/ Kenneth Lonergan
Il cliente/Asgar Farhadi
Wet Woman in the Wind/Akihiko Shiota
Mister Universo/Tizza Covi e Rainer Frimmel



TheFisherKing


Classifica


  1.The witch/ Robert Eggers
  2.The neon demon/ Nicolas Winding Refn
 3. Knight of cups/ Terrence Malick
  4.The assassin/ Hou Hsiao Hsien
  5.Paterson/J.Jarmush    
  6.Tutti vogliono qualcosa/ Richard Linklater     
  7.La canzone del mare/Tomm Moore
  8.Sully/ Clint Eastwood 
  9.Ma Loute/ Bruno Dumont
  10.Kubo e la spada magica/Travis Knight

Premi

 Miglior regia: Robert Eggers/"The witch".
Miglior fotografia: Emmanuel Lubezki/Knight of cups; J.Blaschke/"The witch".
Miglior attore: Ryan Gosling/The nice guys
Miglior attrice: Amy Adams/Nocturnal animals
Migliori inediti
Love / GasparNoè
    


Riccardo Supino

   



Classifica

1. Il libro della giungla (Jon Favreau) 
2. Revenant (Alejandro Ganzàles Inarritu) 
3. La vita possibile (Ivano De Matteo) 
4. The witch (Robert Eggers) 
5. Cafè society (Woody Allen) 
6. Paterson (Jim Jarmusch) 
7. Mine (Fabio Guaglione) 
8. Lo chiamavano Geeg Robot (Gabriele Mainetti) 
9. It follows (David Robert Mitchell)
10. Ave Cesare (Fratelli Coen)

Premi

Miglior regia: Inarritu (Revenant)
Miglior fotografia: Bill Pope (Il libro della giungla)
Miglior attore: Armie Hammer (Mine)

Miglior attrice: Maria Monroe (It follows)


Antonio Pettierre



Classifica

1.Neruda di Pablo Larrain 
2.Il Club di Pablo Larrain
3.The Hateful Eight di Quentin Tarantino 
4.El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra 
5.La canzone del mare di Tomm Moore 
6.Tom à la ferme di Xavier Dolan 
7.Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti 
8.1981: indagine a New York di J.C. Chandor 
9.Carol di Todd Haynes 
10.Little Sister di Hirokazu Kore-eda 


Premi

Miglior Regista: Pablo Larrain (Neruda, Il Club)
Miglior Attore: Oscar Isaac (1981: indagine a New York)
Miglior Attrice: Cate Blanchett e  Rooney Mara (Carol)
Miglior Sceneggiatura: Quentin Tarantino (The Hateful Eight)
Miglior Fotografia: David Gallego (El abrazo de la serpiente)
Miglior Montaggio: Hervé Schneid (Neruda)
Miglior Colonna sonora: Gabriele Mainetti e Michele Braga (Lo chiamavano Jeeg Robot)

Migliori inediti
Elle/Paul Verhoeven
Dans la foret/Gilles Marchand
Wet Woman in the Wind/Akihiko Shiota
Mister Universo/ Tizza Covi e Rainer Frimmel