domenica 31 dicembre 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA

La La Land di Damien Chazelle (USA, 2017)

JUMANJI: BENVENUTI NELLA GIUNGLA


Jumanji: Benvenuti nella giungla
di Jake Kasdan
con The Rock, Jack Black, Karen Gillan, Kevin Hart
USA, 2018
genere, avventura, azione, fantasy
durata, 119'



Nel considerare gli elementi che rendono “Jumanji - Benvenuti nella giungla” un prodotto di pura fantasia non tragga in inganno le particolarità della trama, e cioè il meccanismo del gioco che da il titolo al film. Come già sa chi ha visto il lungometraggio di Joe Johnston di cui quello diretto da Jake Kasdan è il sequel, Jumani è il gioco che proietta i partecipanti in una giungla popolata da misteriose  e letali creature. Nella necessità di aggiornare la confezione del prodotto, Kasdan sostituisce il gioco da tavola con l’omonimo video game che all’inizio della storia risucchia i nostri in una foresta delle meraviglie dove i ragazzi, oltre alla fauna locale , devono vedersela contro gli sgherri del cattivo che vorrebbe impedirgli di venire in possesso del gioiello necessario a farli ritornare a casa. Ma la vera novità di “Jumanji - Benvenuti nella giungla” è quella che riguarda i personaggi. Capita infatti che gli stessi, nel passaggio dalla realtà quotidiana a quella virtuale, siano chiamati all’avventura utilizzando gli avatar fornitegli dal gioco e quindi con corpi diversi da quelli abituali. Se, come accade, il divertimento deriva dalla difficoltà dei personaggi di adeguarsi a una trasformazione che regala loro un fisico e dei carismi opposti a quelli di sempre, al punto che i due nerd del gruppo si ritrovano ad avere la silhouette e le possibilità di Rambo (interpretato da “The Rock”) e Lara Croft, a fare la differenza in termini di immaginazione è, paradossalmente, la rappresentazione della condizione giovanile. Coevo di una serie come “Tredici”, in grado negli Stati Uniti di scatenare polemiche e dibatti per il realismo con il quale viene analizzata il dramma del bullismo e, più in generale, le disfunzioni proprie della fase adolescenziale, “Jumanji” va in direzione opposta. Kasdan infatti non esenta i suoi liceali da ansie e dolori ma utilizza il malessere dei suoi in maniera ludica e divertita, non mettendo mai in discussione la certezza che a tutto si possa mettere rimedio. Chi non lo avesse fatto, provi a guardare la fiction in questione e poi consideri se, paradossalmente, non sia proprio questa visione del mondo a dare al film il contributo maggiore in termini di trasfigurazione della nostra contemporaneità.
Carlo Cerofolini

sabato 30 dicembre 2017

VIDEO: #BLOODBORNE - PS4 - CHALICE DUNGEON - TUTTI I NEMICI DEL GIOCO + MOSTRI MAI VISTI


 

 

 

 

CIAO RAGAZZI GUARDATE QUESTO CALICE PIENO ZEPPO DI MOSTRI, E DI MOSTRI MAI VISTI NEL GIOCO. QUI VI ALLEGO IL GLIFO 2C8CZH8H

 

 

 

 

 

 

Notizie su Little Devil Inside " Un Gioco da Tenere Sottocchio " (Video) #LittleDevilInside


 

 

 

Fonte

 

 

 

 

 

Little Devil Inside offrirà al giocatore circa un centinaio di ore di gioco totali, riporta Gameranx.

 

 

 

Il gioco al momento è riuscito a raggiungere il 122% del suo obbiettivo stimato su Kickstarter nel maggio 2015, per cui lo sviluppatore è stato recentemente protagonista di un'intervista nella quale ha discusso riguardo il tempo di gioco del suo titolo, ed i piani per futuri DLC.

La storia principale ci terrà occupati per circa 20 ore, mentre la durata totale può raggiungere le 100. Il gioco sarà inoltre un unico pacchetto a prezzo pieno, per cui niente impostazione alla "game as service". Inoltre ancora nulla in programma sul fronte DLC. Sono in programma anche un secondo e terzo capitolo, qualora il titolo si dimostri di successo.

Il gioco è atteso nel 2018 prima su PC e successivamente su console. Lo state attendendo anche voi?

 

 

 

A GRAY STATE


A Gray State
di Erik Nelson
USA,'2017
genere, documentario
durata, 93'




Minnesota filmmaker David Crowley had a vision for America
He called it "Gray State"
(dal trailer di "A Gray State" di Erik Nelson)



Per capire meglio cosa significhi fare un film come "A Gray State" è indispensabile una premessa che ci porta a parlare di Werner Herzog e del suo "Grizzly Man", documentario incentrato sulla parabola esistenziale di Timothy Treadwell, capace di rischiare la propria incolumità pur di condividere spazi e abitudini del pericoloso animale. Se la smodata passione di Treadwell forniva al cinema di Herzog lo spunto per riappropriarsi dell'ambiente d'elezione, e quindi di tornare a quello stato di natura caotico e selvaggio che ne aveva ispirato i capolavori, il punto centrale di "Grizzly Man" è - come spesso succede nel cinema del cineasta teutonico - il tentativo di rappresentare il momento in cui la ragione cede il passo all'irrazionale, esplorando il confine invisibile che separa la normalità dalla follia. 

Una lezione di cinema di cui senza dubbio Erik Nelson (produttore di "Grizzly Man" e di "Cave of the Forgotten Dreams") ha tenuto conto quando si è trattato di scegliere il soggetto del suo documentario, basato sulla vicenda altrettanto drammatica di David Crowley, veterano di guerra e regista in itinere, trovato morto nella sua casa insieme a moglie e figlia nel gennaio 2015. Facendosi messaggero della protesta del cosiddetto Tea Party, il movimento politico che, nelle teorie cospirative espresse nella sceneggiatura di "A Gray State" - il film che il protagonista cercava di realizzare - vedeva confermato uno degli argomenti di punta della suo messaggio propagandistico, Crowley era diventato una figura di riferimento della destra più conservatrice, ala politica che oggi accusa il governo americano di averlo ucciso per liberarsi di un temibile avversario. 

Come nel film del regista tedesco, anche quello di Nelson parte utilizzando una sorta di falso scopo. Nelle battute iniziali infatti Crowley ci appare perfettamente risolto all'interno di un contesto che lo coinvolge in maniera viscerale ma pragmatica, con la ricerca dei finanziamenti che procede di pari passo con le fasi di pre-produzione del lungometraggio. Le immagini lo mostrano indaffarato nella promozione del suo lavoro in un clima generale di fervore ed entusiasmo, favorito dalla fattiva collaborazione di amici e famigliari. Tutto sembra tornare nel resoconto messo insieme da Nelson utilizzando per la maggior parte frammenti girati dallo stesso Crowley, il quale, a testimonianza dell'invasività dello strumento mediatico nell'esistenza dell'uomo contemporaneo ("Grizzly Man" vi alludeva sommessamente, ma in maniera netta), teneva una specie di diario filmato comprensivo di registrazioni vocali in cui rifletteva sulla propria esistenza e faceva il punto dell'attività lavorativa. Anche la morte, improvvisa e inaspettata, sembra comunque assecondare la trasparenza del film, ponendosi in relazione con la testimonianza del seguito riscosso da Crowley e dalle sue dottrine, diventate troppo ingombranti per non trasformarlo nel bersaglio di eventuali ritorsioni da parte dei suoi avversari. Invece, come in un tutti i gialli che si rispettino, Nelson a un certo punto mischia le carte, portando lo spettatore (come faceva Herzog con Treadwell) ad addentrarsi nella personalità dell'ex militare allo scopo di far venire a galla i lati più oscuri del suo carattere. 

Ciò che ne consegue è una perdita di senso che scombina le gerarchie della narrazione, facendo prevalere il privato sul pubblico, in un confronto continuo tra lo spettatore e il protagonista, ahimè fagocitato dai demoni dell'ispirazione artistica. Ai temi che appartengono al contingente della vicenda, come quello degli effetti post traumatici dovuti all'impiego nelle zone di guerra (a che titolo se ne parla lo lasciamo scoprire allo spettatore) e, ancora, delle derive assunte da certa politica statunitense, specialmente nell'entroterra del paese, Nelson non si lascia sfuggire l'opportunità di mostrare quello derivato dai fantasmi dall'ossessione artistica, riuscendo meglio di altri a mostrare in diretta e con pochi filtri cosa accade quando è quest'ultima a prendere il sopravvento sul resto della realtà. Ma c'è di più perché, alla maniera di "Citizen Four", il regista mette a punto un dispositivo capace di trascendere la forma documentaria con una struttura drammaturgica narrativa che - oscillando tra scoperte e successive sottrazioni - fa di "A Gray State" un mistery come il cinema di finzione non riesce più a inventare. 

Distribuito dalla Netflix il film di Nelson conferma l'importanza di saper scegliere una buona storia e di riuscire a trasporla senza perdere di vista il fattore umano. Senza dubbio tra i migliori prodotti diffusi dalla piattaforma americana.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

mercoledì 27 dicembre 2017

COME UN GATTO IN TANGENZIALE

Come un gatto in tangenziale
di Riccardo Milani
con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Claudio Amendola
Italia, 2017 
genere, commedia
durata, 98’


Giovanni (Antonio Albanese) è un intellettuale che viene remunerato per ciò che pensa (Think Tank); Monica (Paola Cortellesi) è una borgatara che vive nella borgata romana di Bastogi.
Lui vive in un lussuoso appartamento nel centro di Roma, lei in una squallida casa all’interno di un casermone.
I due si incontrano a causa dei loro figli tredicenni che si innamorano e iniziano forzatamente a frequentarsi. Finale aperto e a sorpresa soprattutto per Monica e Giovanni, anche se forse la loro storia durerà come "un gatto in tangenziale”.
Nuovo film di Riccardo Milani che ci riprova con la coppia Albanese-Cortellesi dopo il lungometraggio di successo dello scorso anno “Mamma o papà”?
Il tema parla del conflitto sociale tra il ricco e il povero, l’intellettuale radical-chic di sinistra e la cameriera borgatara. Il razzismo ed il pregiudizio è qui reciproco e violento e rivela la profonda incomunicabilità originaria e naturale tra due mondi che come due rette parallele non si incontreranno mai… oppure si incontreranno all’infinito.
E Monica e Giovanni – le due rette parallele - finiscono per incontrarsi proprio all’infinito a causa dei loro ragazzi che hanno deciso di fidanzarsi.
Il ragazzo vive nella borgata romana di Bastogi tra indiani, gente del Bangla Desh, spacciatori, tossici e comuni delinquenti. La ragazza parla francese e indossa abiti e borse firmate e vive con il padre in un lussuosissimo appartamento nel cuore della capitale.
Ma i loro genitori – pur diversi in tutto – concordano sul fatto che questa storia non può continuare e iniziano a frequentarsi per evitare il peggio, aspettando che il destino o il tempo separino i loro ragazzi.
Lontana dalle melodie d’amore shakespeariano di Romeo e Giulietta, la storia - pur se sembra rimandare alla più famosa storia d’amore  di tutti i secoli – non potrebbe esserne più distante.
Rappresenta un mero pretesto per svolgere il tema delle classi a confronto, del dualismo centro-periferia attraverso però una esagerata caricatura degli stessi protagonisti.
Riccardo Milani probabilmente utilizza questo eccesso nei suoi personaggi per suscitare maggiore ilarità nel pubblico e rendere più intensa la commedia, ma il risultato è negativo, perché strappa sì qualche sorriso ma toglie credibilità ai personaggi stessi. Paola Cortellesi viene eccessivamente dipinta come una “coatta romana”, coloratissima, piena di tatuaggi, orecchini -lampadario, con la pelle perennemente abbronzata, unghie laccatissime e scarpe aperte sul davanti. Sembra sempre stia masticando gomme e si muove come chi è sempre sul punto di colpirti con una mazza da baseball.
Antonio Albanese è il suo esatto contrario: grigio, minimalista, sembra sempre indossare la cravatta anche al mare, cortese e ben educato. Almeno nelle apparenze visto che predica l’integrazione ed il supporto finanziario alle periferie romane, ma quando si tratta della sua vita e di quella di sua figlia si chiude a riccio nella sua prigione dorata e diventa il peggiore razzista di classe.
L’integrazione va bene ..ma solo se non tocca la vota di chi generosamente la auspica, va bene ma solo a parole. Il film è pieno zeppo di luoghi comuni: la spiaggia borgatara di Coccia di Morto, vicino Passo Scuro dove tutti fanno casino e sono chiassosamente colorati non può stare al passo con quella di Capalbio dove tutti parlano sussurrando e dove si sta scalzi per sei mesi l’anno per stare a contatto con la terra.

Il multiplex diventa un luogo pieno di persone rumorose che masticano, ruminano popcorn e ingurgitano Coca-Cola guardando film senza alcuno spessore, mentre il cinema d’essai è la sala per gli intellettuali che guardano film armeni sottotitolati in francese e rispettano in silenzio il lungometraggio anche se non ha contenuti e messaggi particolari, restando diligentemente seduti alla loro poltrona anche oltre i titoli di coda..
Anche il marito criminale di Monica (Claudio Amendola) è una caricatura: parrucchiere di professione, macellaio rissaiolo per passione e indole, anche lui coattissimo, coloratissimo, pieno di tatuaggi.. in una parola eccessivo.
Paola Cortellesi è sempre bravissima e ci ha ormai abituati a vederla in questi ruoli di donna forte di umili origini, ma l’effetto che ne scaturisce nel suo insieme è quello di dipingerci realtà stereotipate ed esagerate, schiave di clichè che oggi non ritroviamo più così nettamente come il regista ci vuole mostrare. Lo stesso finale è una forzatura dell’andamento della sceneggiatura, laddove affrettatamente ci vorrebbe aprire alla speranza dell’integrazione, perlomeno dei cuori dei due protagonisti che, d’un tratto e del tutto inopinatamente, sembrano sentire la mancanza l’uno dell’altra e seduti su una panchina in centro riescono perlomeno a gustarsi una pizza al cartone…. Forse per il solo tempo di “un gatto in tangenziale”.
Michela Montanari

BRIGHT

Bright
di David Ayer
con Wll Smith, Joel Edgerton, Noomi Rapace
USA, 2017
avventura, azione, thriller, fantasy
durata, 117'

Per il contesto in cui vengono dette, le parole pronunciate dal personaggio di Jake Gyllenhaal in "End of the Watch - Tolleranza zero" appaiono addirittura profetiche rispetto a ciò che sarebbe diventato il cinema di David Ayer. Il film del 2012 rappresentava l'ultimo atto di un percorso destinato a spiccare il volo a partire dal lungometraggio successivo, in cui la libertà creativa dei primi lavori deve vedersela con le conseguenze derivate dalla possibilità di accedere a mezzi produttivi di maggior peso commerciale. Ciò detto, se paragonassimo film come "Harsh Times" e appunto di "End of Watch" ai vari "Fury" e "Suicide Squad" ci si accorgerebbe che poco è cambiato dal punto di vista della trama e dei personaggi. La strada - intesa nel suo insieme di luoghi e persone - continua a essere allo stesso tempo lo spazio fisico per eccellenza, quello dove si genera e in cui si conclude ogni azione, e il viatico spirituale, mediante il quale la natura umana è chiamata a lottare per mondarsi dai propri peccati. Per rendersene conto basterebbe ricordare l'odissea di "End of the Watch", interamente ambientata nella Los Angeles dei sobborghi e dei vicoli più violenti e malfamati (gli stessi descritti da Ayer nella sceneggiatura di "Training Day") e confrontarla con i viaggi al termine della notte descritti nel film bellico interpretato da Brad Pitt e in quello supereroistico targato DC Comics.



Non esente da colpe ma condividendo, se non del tutto, almeno in parte, la natura delittuosa dei suoi avversari, l'antieroe di Ayers è destinato al venir meno di ogni certezza tranne quella dei pericoli sparsi lungo l'itinerario che lo separa dal raggiungimento della zona di sicurezza che gli consente di salvaguardare la propria incolumità. "Bright" non fa eccezione e anzi, in questo, sembra quasi la fotocopia del film precedente, riservando ai protagonisti il medesimo trattamento quando li immagina soli per le vie di una città che non vede l'ora di poterne pubblicare il necrologio. Analogie che non si fermano qui, se è vero che alla pari di "Suicide Squad" anche "Bright" sceglie di rivestire la contemporaneità con le caratteristiche tipiche del genere fantasy e supereroistico nella visione distopica di una Los Angeles in cui gli esseri umani convivono con orchi, fate ed elfi e in cui i grattacieli evocano nelle forme le torri e i castelli de "Il signore degli anelli". E, ancora, nel rispetto delle unità di tempo e di luogo (l'arco notturno e la collocazione metropolitana) come pure nella struttura narrativa organizzata intorno al percorso a ostacoli che vede l'agente Daryl Ward (Will Smith) e il collega Nick Jakoby (il primo orco a essere arruolato nella polizia) impegnati a portare in salvo la bacchetta magica di cui i cattivi si vogliono impossessare per governare gli Stati Uniti e il resto delle Nazioni.

A mutare nella poetica di Ayers è semmai la prospettiva, passata da un contesto polarizzato sulla corruzione esistente all'interno della polizia americana alle quinte di uno scontro in cui i personaggi diventano emissari o vittime di forze superiori e per lo più sconosciute, come il Signore del male che, in "Bright", la perfida Noomi Rapace conta di risvegliare grazie agli arcani prodigi della formidabile bacchetta. Ma ciò che più conta in tale contesto è la constatazione di come a fare le spese del nuovo corso cinematografico sia il mancato equilibrio tra le opposte tensioni che da sempre attraversano il cinema del regista. In "Bright", infatti, la necessità di intrattenere e di fare spettacolo - presente fin dai tempi dell'esordio - ha la meglio sulla propensione al realismo - brutale ma sincero - che rappresenta uno dei segni distintivi delle sue regie, spesso contaminate da uno sguardo che si rifà a esperienze vissute in prima persona. La sceneggiatura di Max Landis (figlio del grande John) non aiuta (non è un caso che i film meno riusciti di Ayer siano quelli in cui il regista non firma il copione), lavorando in superficie sia quando si tratta di affrontare la questione razziale, riassunta più che altro nelle diversità fisiognomiche che caratterizzano le parti in causa, sia nel ricalcare certo cinema di John Carpentener (1997, Fuga da New York) il cui universo, riflesso nell'eccentricità un po' freak dei suoi abitanti e nell'andirivieni notturno messo in atto dai protagonisti, è sprovvisto della coerenza necessaria a farlo percepire come un mondo a sé stante. Se poi ci mettiamo che la recitazione di Smith rimane a metà strada tra dramma e commedia si capisce come "Bright" sia destinato a figurare in maniera interlocutoria nella carriera di coloro che ne hanno preso parte.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì 25 dicembre 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA

La vita è meravigliosa di Frank Capra (USA, 1946)

DICKENS - L'UOMO CHE INVENTO' IL NATALE

Dickens: l’uomo che inventò il Natale 
di Bharat Nalluri
con Dan Stevens, Christopher Plummer, Jonathan Pryce
Irlanda, 2017
genere, biografia
durata, 104’


Alcuni mesi dopo una trionfale tournée americana, Charles Dickens rientra a Londra, dove lo attendono debiti e crisi creativa. Padre di una famiglia numerosa e figlio di un padre dissipatore, Charles è a caccia di denaro e di ispirazione. Illuminato all'improvviso dalle favole di una giovane domestica irlandese, decide di scrivere un racconto di Natale. I suoi editori,  però, delusi dalle vendite dei libri precedenti, rifiutano di investire su quel bizzarro abbozzo di spiriti e vecchi avari. Ostinato e appassionato, Charles trova un illustratore e un'alternativa. In compagnia dei suoi personaggi, lavorerà duramente per sei settimane venendo a capo della sua storia e chiudendo per sempre i conti col passato. 

Gli ingredienti obbligatori per identificare un buon film di Natale sono naturalmente la vigilia, la neve, un abete, una famiglia riunita intorno e un Babbo Natale che può essere declinato in angelo, elfo, diavoletto o fantasma. L’elemento indispensabile, difficile da afferrare, è soprattutto uno stato dello spirito, un mélange di benevolenza, sentimento e riconciliazione a cui non difetta mai un tocco di redenzione. All'origine del più classico dei cocktail c'è il racconto di Charles Dickens "Canto di Natale", pubblicato in Inghilterra nel dicembre del 1843. Dickens non era certo il primo scrittore a celebrare lo spirito del Natale ma fu quello che incontrò il successo più grande, sancendo lo slittamento della festa religiosa verso la convivialità familiare, la cena della veglia e lo scambio dei regali.

"Canto di Natale", che ha avuto numerosi adattamenti al cinema: l'ultimo, di Robert Zemeckis, racconta la storia di un vecchio uomo avaro e solitario che riceve la visita dei tre spiriti del Natale: lo spirito del passato, del presente e del futuro. A turno, gli dimostrano quello che ha perduto e quello che perderà perseverando nella ricerca della ricchezza e dell'arricchimento personale. Numerosi i film che rivendicano l'eredità dickensiana, da  La vita è meravigliosa a Il cielo può attendere, passando per Miracolo nella 34ª strada, tutto il mondo ha la sua chance e un angelo custode per riuscire e rimandare l'infelicità.

Tutto il mondo ha letto o visto almeno una volta quella storia di solidarietà, innocenza e bontà redentrice persuasa che la vita valga la pena di essere vissuta. Quella che racconta Bharat Nalluri è la storia vera dell'uomo che la inventò saldando i debiti e ricacciando indietro i fantasmi. Integrando la meraviglia all'ordinario, il meraviglioso al realismo sociale, l'immaginazione fervida al quotidiano laborioso di Charles Dickens: il regista gioca con le possibilità di questa magica intrusione. Il risultato non è tanto e non è solo il racconto biografico, ma anche e soprattutto la rappresentazione del processo creativo dello scrittore e del suo percorso iniziatico che, grazie agli spiriti che gli rendono visita, rivive i momenti salienti della sua vita. 


Pensato per grandi e piccini, “Dickens - L'uomo che inventò il Natale” è una favola natalizia che dosa stupore e candore senza rinunciare alla complessità. Dietro l'aria spensierata e gli occhi blu di Dan Stevens, il film rivela un'anima struggente e una buona tensione drammatica. Assediato dai suoi personaggi, che bussano educati alla porta del suo studio e lo seguono per strada in cerca di un finale, Charles Dickens cova un dolore. Il dolore fatale dell'abbandono e di un'infanzia sfruttata dentro una fabbrica di lucido da scarpe, l'angoscia sublimata nei suoi romanzi e nei suoi eroi dai colori forti, alle prese con la miseria sociale e morale. Personaggi che nutrono ancora oggi l'immaginario infantile e che non hanno ancora finito di interrogare quello adulto.


Bharat Nalluri lavora sulla ferita e sulla guarigione, sulla proiezione e sul transfert, sull'innocenza che il male non è riuscito a corrompere. La favola è là, discreta, cruda e piena di pathos; narra con l'elaborazione letteraria dell'artista, la rielaborazione emozionale dell'uomo, un uomo che affronta i propri mostri fino a farne il carburante della propria creatività. Nalluri indaga gli elementi dolorosi del percorso di Dickens, che davanti alla prospettiva della 'morte' si domanda come fare ad affrontare la vita. Un momento di presa di coscienza brutale che persuade a cambiare, aggiustare, crescere, prima che sia troppo tardi. Quella di Dickens è una storia piena di speranza come il Natale. 
Riccardo Supino

domenica 24 dicembre 2017

JIM & ANDY: THE GREAT BEYOND

Jim & Andy: the Great Beyond
di Chris Smith
con Jim Carrey,
USA, 2017
genere, documentario
durata, 94


Scomparso dai radar hollywoodiani e travolto da una serie di vicissitudini personali che gli avevano fatto perdere ragazze e popolarità, Jim Carrey si è ripresentato al pubblico di Venezia con un documentario - Jim & Andy: the Great Beyond – the story of Jim Carrey & Andy Kaufman - che va oltre il soggetto del film, ovvero la lavorazione di “The Man on the Moon”, lungometraggio di Milos Forman, del quale il regista Chris Smith ci mostra il delirante backstage. Se, infatti , basterebbe il documento in questione per apprezzare il livello di immedesimazione raggiunto dall’attore, il quale, in una sorta di sdoppiamento psicotico diventa letteralmente il proprio alter ego , costringendo il resto della troupe, ma non solo, a considerarlo come tale (tragicomiche le parti in cui Forman e De Vito sono costrette a parlare a Kaufman e non a Carrey), “Jim & Andy: the Great Beyond – the Story of Jim Carrey & Andy Kaufman”, è, allo stesso tempo, la confessione di un uomo che ha fatto pace con i propri fantasmi e il manifesto di un’artista fuori dagli schemi. 


Senza accennare alla lunga depressione che lo ha colpito proprio all’indomani dell’uscita di “The Man on the Moon” Carrey lascia intendere il  lungo percorso che lo ha portato a distaccarsi dalle conseguenze di un successo incapace di renderlo felice, e nel contempo, si lancia in un’analisi del proprio mestiere nel quale anche le scelte in apparenza meno nobili, sono sempre state rappresentative dello stato d’animo contingente. Così, se la parte più stupefacente di “Jim & Andy: the Great Beyond” è certamente quella che permette attraverso l’identificazione di Carrey con il personaggio di Kaufman - di percepire lo straordinario talento dell’attore, per gli appassionati della prima ora, il film di Smith è la bigger than life di un’artista che ha scontato sulla propria persona gli effetti di una comicità che sembra venuta da un altro mondo. In questo senso Carrey è per davvero “The Man in the Moon”. Da non perdere. 
Carlo Cerofolini

Notizie su DayZ: la versione per PS4 è ancora in lavorazione

 

 

 Fonte

 

 

Giusto un paio di giorni fa abbiamo riportato la notizia dell’uscita di DayZ dal programma di Accesso Anticipato nel corso del 2018, inoltre nello stesso anno il gioco di Bohemia Interactive dovrebbe sbarcare anche su Xbox One.
Ebbene, ora gli sviluppatori hanno ribadito ai microfoni di GameSpot che porteranno il survival multiplayer online anche su PS4, sebbene possa volerci un po’ più di tempo affinché ciò accada.
Il team precisa che la scelta di portare DayZ prima sulla console di Microsoft dipende dalla possibilità di pubblicare il gioco tramite il programma Game Preview (l’equivalente dell’Accesso Anticipato di Steam), un’opzione che su PS4 non è percorribile.
Bisognerà quindi attendere fin dopo la pubblicazione della versione per Xbox One prima di vedere il gioco sulla piattaforma giapponese.

venerdì 22 dicembre 2017

FERDINAND

Ferndinand
di Carlos Saldanha
genere, animazione
USA, 2017
durata, 107'


Diventati popolari e largamente dibattuti sui giornali e nei talk-show, diversità e tolleranza sono temi che il cinema d’animazione ha raccontato anche quando -  soprattutto in America - parlare di diritti civili era tabù. Non deve stupire - e quello della mancanza di sorpresa sta diventando uno dei difetti di questo tipo di operazioni - perciò la scelta operata da Carlos Saldanha, già artefice della saga  de “L’era glaciale” e qui alle prese con un personaggio sviluppato da un vecchio cortometraggio delle Disney. Il protagonista è appunto Ferdinand, toro spagnolo deciso a ribellarsi al proprio destino che è appunto quello di combattere nelle arene con il torero di turno e, nella fattispecie, costretto a vedersela con chi invece lo vuole utilizzare come vittima sacrificale per l’addio alle scene del Matador più famoso del paese. 


Come vuole il copione di “Ferdinand”, la fuga del nostro si trasforma quasi subito in una funambolica quanto colorata avventura, al solito ravvivata da una coralità di personaggi secondari, la cui simpatia  e stravaganza concorrono anche questa volta ad animare un universo che fa il verso a quello (reale) dello spettatore. Identificarsi con uno di questi , soprattutto se si è piccini, è questione di un attimo, così come non si può non riconoscere a Saldanha il mestiere di chi sa come intrattenere la platea, facendola riflettere sull’importanza di tornare a una vita a misura d’uomo, alla stregua di quella bucolica alla quale Ferdinand spera di tornare al termine delle sue peripezie.   
Carlo Cerofolini

giovedì 21 dicembre 2017

Bud Spencer & Terence Hill: il Videogame Slaps and Beans " Video "



 Spero lo facciano uscire anche su console... Altrimenti ci arrabbiamo




  Bud Spencer & Terence Hill: il Videogame Slaps and Beans " Video "

martedì 19 dicembre 2017

VIDEO: I GIOCHI CHE PORTERÒ NEL 2018 " DIMMI COSA NE PENSI "







VIDEO: I GIOCHI CHE PORTERÒ NEL 2018 " DIMMI COSA NE PENSI "





domenica 17 dicembre 2017

SUBURBICON

Suburbicon
di George Clooney
con Matt Damon, Julian Moore, Noah Jupe, Oscar Isaac
USA, 2017
genere, commedia
durata, 105'


Inizialmente era una sceneggiatura rimasta nel “cassetto” dei fratelli Coen, poi, grazie all’intervento dello specialista Grant Heslov a cui si deve lo spostamento dell’ambientazione negli anni 50 e l’aggiunta dell’appendice relativa ai subbugli razziali che fanno da sfondo alle vicenda principale, è diventata “Suburbicon”, quarta fatica regista del divo Clooney, il quale, non smentendo la sua fama di sostenitore delle forze democratiche del paese ne approfitta per mettere in scena una vicenda piena di rabbia e di risentimento che sembra fare il verso ai sentimenti prodotti in una parte della nazione dalla politica di Donald Trump. 

In effetti Clooney attraverso la cittadina che da il titolo al film sembra voler riprodurre ciò che succede su larga scala nel resto della nazione. L’escalation di sangue e di violenza scaturito dall’uccisione della moglie di Matt Damon e dalle mire della sorella (un’imbacuccata Julian Moore) che fa di tutto per sostituirla dentro - e fuori - dalla camera da letto del di lei marito, altro non sono che la metafora di una comunità incapace di andare d’accordo anche all’interno del proprio nucleo famigliare, e che se non fosse per la speranza riposta nelle nuove generazioni (e quindi nel figlioletto della ex coppia) sarebbe destinata a non aver alcun futuro. 


Se il debito nei confronti dei Coen è visibile nel tono surreale e grottesco nel quale il regista cala i suoi personaggi così come nella tendenza a fare il verso al cinema hollywoodiano degli anni d’oro, smascherandone la capacità di trasfigurare in maniera idilliaca le contraddizioni insite nella società del tempo, “”Suburbicon” colpisce per la precisione con il quale tratteggia la contemporaneità americana, restituendone tic ed umori, cosi come la spietata matematica del suo darwnismo sociale.  Senza dimenticare la caratterizzazione dei personaggi, sulla cui maschera riesce a far risaltare tutte le deformazioni della loro malata psicologia. 
Carlo Cerofolini

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Duello sulla Sierra Madre di Rudolph Maté (USA, 1953)

Bloodborne 2 sta tornando. Avete Capito bene Leggi qui i Dettagli





Fonte




 

Durante i The Game Awards 2017 è stato mostrato un teaser riguardante il nuovo, misterioso progetto di From Software. C’è chi dice sia Tenchu, chi un seguito di Kuon, chi un reboot di Shadow Tower, ma in fondo tutti sperano in un seguito, spirituale o diretto che sia, di Bloodborne,  splendido soulslike arrivato in esclusiva su Playstation 4. Nonostante 30 secondi siano davvero pochi,un utente che risponde al nome di @khofordon ha analizzato dettagliatamente ogni singolo frame del teaser di cui sopra, ed ha trovato tantissime interessanti informazioni che, se confermate, significherebbero una sola cosa: Bloodborne sta tornando. 

 

 

 

 

 

 

NB: L’analisi che effettueremo in questo articolo consiste in una traduzione della teoria di khofordon, il quale ci ha gentilmente concesso le immagini da lui usate per dimostrare le sue affermazioni. Buona lettura! 

Il merchandising e Shadows Die Twice

Analizzando lo slogan Shadows Die Twice, comparso a fine teaser, bisogna soffermarsi in particolare sulla valenza della parola Twice: per i poco avvezzi all’inglese, questo termine sta a significare “due volte”, e quindi molto probabilmente si riferisce al seguito di uno dei titoli di cui sopra. Gli unici due titoli a non avere (ancora) un seguito ufficiale sono proprio Kuon e Bloodborne.

Inoltre da qualche tempo From Software ha continuato a produrre o ad autorizzare produzioni riguardanti proprio Bloodborne: giochi di carte e relative espansioni, nuove linee di abbigliamento dedicate, nuove action figures ed una graphic novel in arrivo negli Stati Uniti. Un incremento della produzione del merchandising potrebbe dunque essere il preludio all’arrivo di un nuovo titolo dedicato ai Cacciatori.

 

 

 

Il trailer

Confrontando i primi 30 secondi del primo trailer di Bloodborne con il teaser mostrato da From Software possiamo notare alcune somiglianze registiche.


 

 

Come potete vedere, gli estratti dei due video sono molto simili. C’è un background (poco) illuminato da una fioca luce arancione, con al centro una linea rossa diagonale a tagliare in due lo schermo. Per carità, le somiglianze registiche vogliono dire poco, soprattutto quando si parla di From, software house fortemente autoreferenziale, ma è innegabile che i due frame siano praticamente identici.

 

 

Richiami Orientali

 

Tutti i giochi From Software hanno dei forti richiami alla cultura orientale. Ad esempio, in The Old Hunters, DLC di Bloodborne, facciamo la conoscenza di Yamamura, un cacciatore vagabondo arrivato a Yharnam per placare la sua sete di vendetta contro una bestia.

 


 

Insomma, i richiami all’Oriente non significano per forza che il teaser mostrato ai TGA sia riferito a Tenchu.

Inoltre, un utente di Reddit, u/seramaie, ha analizzato i caratteri presenti sullo sfondo del video: si tratta di caratteri Cao Shu, vale a dire il cinese corsivo. Questo è ciò che ha trovato:

 

 


 

 

Se ad una prima analisi gli ideogrammi riportavano parole come “tigre”, “pesce” e così via, guardando più attentamente il simbolo che si riferiva a “pesce” sembra più quello che sta ad indicare il “sangue”. Dall’unione degli ideogrammi deriva una frase: To use Blood. Inutile spiegare perchè questa frase richiami in maniera abbastanza massiccia Bloodborne, la sua lore e le sue meccaniche di gioco.

 

 

Le armi di Gehrman e l’Officina del Cacciatore

 

Dando un attento sguardo alle Lame della Sepoltura di Gehrman, possiamo notare come queste presentino delle iscrizioni in Cao Shu sulle lame.


 

 

Inoltre lo scalpello che appare nel teaser mostrato ai TGA è presente nell’Officina di Gehrman.


Insomma, altri indizi a favore di Bloodborne 2.

 

 

Il dispositivo insanguinato

 

 

Il dispositivo insanguinato che possiamo ammirare nel video è uno degli elementi più controversi dell’intero teaser. C’è chi dice sia il Rampino di Tenchu, chi una Trick Weapon di Bloodborne, chi una trappola di Kuon.

Ipotesi interessante potrebbe essere quella che vede il dispositivo come una protesi di una gamba, con il meccanismo centrale a fungere da tendine.

 

 


 

 

Se si trattasse di una protesi, un elemento della lore di Bloodborne sarebbe un ulteriore conferma di questa dettagliata teoria. Gli Old Hunters credevano che la piaga delle bestie cominciasse infettando il sangue della gamba destra dei cacciatori. Motivo per il quale tutti portavano due cinghie sul gambale destro della loro armatura, utili a fermare la diffusione del sangue e quindi della piaga. Possibile dunque che alcuni di loro abbiano addirittura pensato di amputarsi la gamba per prevenire la diffusione dell’infezione.

 

 


 

 

Inoltre, sia Gehrman che il nostro Buon Cacciatore perdono la loro gamba destra dopo essere diventati gli inviati della Presenza della Luna.

Alcuni utenti dicono che il meccanismo mostrato nel teaser abbia al suo interno un Kunai. Non ci sembra però di vedere il classico manico a forma di O, tipico di queste antiche armi.

 

 

 

Somiglianze tra font

 

 

L’ultimo elemento da analizzare è quello riguardante il font usato nella scritta Shadows Die Twice. La maggior parte delle lettere utilizzate infatti sono praticamente identiche a quelle usate per il titolo del DLC di Bloodborne: The Old Hunters. Ripetiamo, From Software è sempre molto autoreferenziale, ma un indizio simile non può passare ignorato.


 

 

Insomma, è probabile che questo nuovo titolo sia dedicato agli Old Hunters per tutte le ragioni di cui sopra.

Cosa pensate dunque di questa teoria? Vi ha convinto? Secondo noi, nonostante vi siano ancora svariate possibilità che il nuovo progetto From Software sia qualcosa di diverso da Bloodborne, non possiamo negare che alcune delle analogie riportate sopra indirizzino il nostro pensiero proprio verso un sequel, spirituale o meno, di quello che per chi vi scrive è il soulslike per eccellenza.

Guarda il Nuovo Video su Darksiders 3 " Resterai Basito "





Fonte




Parliamo di Darksiders 3, ma oggi finalmente qualcosa è saltato fuori, e si tratta di un nuovo gameplay nel quale possiamo vedere particolari meccaniche di gioco all'azione.

 

 Come riporta Playstationlifestyle infatti, in occasione di una collaborazione con IGN THQ Nordic ha rilasciato un nuovo gameplay del gioco, nel quale possiamo vedere Fury affrontare un nemico noto come Lava Brute.

 

 

 

 

sabato 16 dicembre 2017

Oggi alle 15:00 In Diretta Live " Resident Evil 7 - End of Zoe - In Modalità Veterano





Ciao Ragazzi se la Modalità Veterano su Not a Hero vi Pare difficile non avete visto nulla su End of Zoe e di una difficoltà Estrema quasi impossibile da finire. Ma io ci sono Riuscito :-) Vi Aspetto Numero alla Diretta Live delle 15:00 sul Mio Canale Youtube 

 

Gameplay1973Channel

STAR WARS: GLI ULTIMI JEDI

Star Wars: gli ultimi Jedi 
di Rian Johnson
con Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver
USA, 2017
genere, fantascienza
durata, 152’

Mentre il Primo Ordine si prepara a stroncare quel che resta della Resistenza, Rey consegna a Luke Skywalker la spada laser che fu sua, invitandolo a interrompere il suo esilio per salvare il mondo libero. Luke, però, non ne vuole sapere e il Lato Oscuro tesse la sua trama letale attorno agli ultimi ribelli. 
Dopo “Il risveglio della forza”, nel 2015 ora Star Wars: Gli ultimi Jedi porta avanti la storia principale di quest’universo, quella della famiglia Skywalker/Solo e di come, a partire da Anakin, la loro influenza nella galassia attraverso le vie della Forza sia stata ineludibile. Il film diretto da Rian Johnson non ha la potenza esplosiva di quello di J. J. Abrams, ma trova una maniera tutta sua di essere contemporaneamente coerente con la tradizione e portatore di eventi, storie e intrecci nuovi.
Ad esempio, introduce una buona serie di poteri posseduti da Jedi e Sith, da lato chiaro e lato oscuro, che sono una declinazione potenziata di quelli già visti, oppure proprio del tutto inediti.

Non tutti suonano realmente in armonia con il corpus della Forza ma di certo sono idee che servono benissimo la trama. Così, “Gli ultimi Jedi”, nonostante non sia una cavalcata d’azione e intrattenimento dal ritmo praticamente perfetto come era Il risveglio della Forza, si conquista comunque un posto d’onore nella saga come uno dei capitoli più sorprendenti.
Una delle poche critiche che si potevano fare al precedente film era di somigliare troppo al primo “Guerre stellari” mai uscito in sala, “Una nuova speranza”; questo, invece, utilizza le aspettative degli spettatori riguardo quel che solitamente avviene in “un secondo capitolo di Guerre Stellari” per spiazzarli.

Prende le figure che abbiamo ormai riconosciuto, come Snoke, il capo della fazione malvagia, Kylo Ren, l’apprendista votato al lato oscuro, Luke Skywalker, il maestro Jedi, Rey, l’allieva, Poe Dameron, il ribelle, e li porta vicini alle loro consuete svolte per poi sterzare di colpo e far accadere l’ultima cosa che ci si aspetterebbe.
Di certo, lo scopriamo subito nella prima scena, “Gli ultimi Jedi” vuole proprio far ridere, vuole essere divertente nel senso più basso. Ci sono da una parte i Porg, le creaturine tenere, equivalenti degli Ewok, e dall’altra il generale Hux, ovvero Domhnall Gleeson, che è la macchietta del Primo ordine. Vessato dal capo Snoke, umiliato dai ribelli e in costante conflitto comico con Kylo Ren, il suo è il personaggio meno riuscito, perché sembra introdurre ogni volta troppo meccanicamente dell’umorismo, senza che si fonda in maniera armoniosa con il resto del film che invece ha il passo della fuga.

Sempre nella prima scena scopriamo che gli ultimissimi ribelli rimasti stanno abbandonando una base e il Primo ordine è arrivato in massa a decimarli. La fuga dalla flotta nemica è il dispositivo narrativo che anima il film, costituisce un conto alla rovescia fino a che i ribelli non saranno raggiunti, e i tantissimi eventi che hanno luogo in posti remoti della galassia fanno tutti riferimento a questa fuga che è in corso. L’abilità di questo secondo capitolo è di creare tantissime situazioni differenti a partire da questo spunto e di lasciare che dentro di esse si svolgano le molte rivelazioni e colpi di scena.
Quel che, forse, non ci si aspettava da questo film è che guardasse così tanto alla stilizzazione giapponese. Nel cinema di Rian Johnson scorre non troppo sottile un’ispirazione molto forte al fumetto e all’animazione nipponici. È evidente in un film molto americano come “Looper”, in cui, quasi di colpo, deflagrano suggestioni da manga, ed è evidentissimo nell’approccio grafico a Guerre Stellari. “Gli ultimi” Jedi ogni qualvolta non deve mostrare qualcosa che conosciamo già, inventa scenari presi di peso dalla maniera in cui il design giapponese crea i suoi mondi e le sue situazioni.
Il pianeta di sale dello scontro finale, tutto bianco e rosso, ne è l’esempio perfetto. Anche la distruzione di una nave spaziale, costituisce un momento silenzioso che potrebbe tranquillamente appartenere a una tavola di un manga in bianco e nero.

“Gli ultimi Jedi” non ricalca nè imita i suoi predecessori, ma si basa sulla stessa idea. Uno dei segni distintivi di Lucas era la creazione di un design caratteristico, l’uso della grafica per dare vita agli ambienti. Questo aspetto è mantenuto da Rian Johnson, che lo interpreta  a modo suo. E, nonostante “Gli ultimi Jedi” parli tantissimo della Forza e del destino dei cavalieri, come anche di parentele, lotte con il lato chiaro e lato oscuro, è grazie all’approccio visivo che riesce a distinguersi dai capitoli precedenti.
Riccardo Supino

giovedì 14 dicembre 2017

Oggi alle 14:30 non Mancate alla diretta Live di Resident evil 7 Not a Hero in Veterano ( Sbloccate armi infinite)





Ciao Ragazzi è stata Molto Molto difficile riuscire a finirlo in Modalità Veterano, sono molto orgoglioso oggi vi spiegherò come ci sono riuscito, ma la musica Cambia riguardando End of Zoe li e ancora più difficile mista impegnando molto ma sono convinto di riuscirci  :-) Oggi in diretta live alle 14:30 non mancate

NATALE DA CHEF

Natale da chef
di Neri Parenti
con Massimo Boldi, Dario Bandiera, Rocío Muñoz Morales, Paolo Conticini
Italia, 2017 
genere: Commedia
durata, 88’


Gualtiero Saporito (Massimo Boldi)  crede di essere un grande chef mentre in realtà non sa affatto cucinare. Per questo viene ingaggiato per partecipare ad una gara di cuochi per aggiudicarsi la cena del G7. Ma viene ingaggiato proprio per perdere la gara insieme ad un team gastronomico di totali incompetenti, dal sommelier, all’aiuto cuoco, alla bellissima pasticcera che pasticcera non è..
Classico cinepanettone sotto la regia di Neri Parenti , “Natale da Chef” è fedele alla sua tradizione e non rischia nulla per rispettare la sua classica formula natalizia.  In realtà qualcosa è cambiato: Boldi qui è impegnato in gag solo verbali e non più fisiche e anche le donne del film non si esprimono in scene di sesso ed equivoci di letto, eccezion fatta per gli apprezzamenti del lato B della pasticcera/spogliarellista (Rocío Muñoz).La trama del film è sviluppata con il consueto pressapochismo del genere senza avere alcuna pretenziosità ma nel contempo senza offrire granchè al pubblico. Novità è il richiamo alla politica internazionale (il G7) sempre in chiave demenziale, evocando i soliti luoghi comuni sul presidente francese Macron e la sua consorte stagionata e sui Grandi della Terra in genere  (Trump primo fra tutti), accomunati dai terribili mal di pancia causati dalla cucina del cuoco Massimo Boldi..  I dialoghi sono ridotti ai conosciuti tormentoni e calembour, accompagnati da scene assurde ed esagerate, frutto di montaggi, che producono il solo effetto di non rendere neanche credibile la stessa scena. Enzo Salvi si conferma nelle sue battute volgari e, sinceramente, datate. Paolo Conticini cerca di far vivere un personaggio (sfigato) inconsueto rispetto a quelli che solitamente riveste, ma anche qui senza essere troppo convincente. In conclusione un cinepanettone che, strappa sì qualche risata, ma che nel complesso rivela una formula superata che non riesce a stare al passo con i tempi.
Neri Parenti è ben lontano dai successi dei suoi Fantozzi o Fracchia o “Vacanze di Natale”, film che avevano comunque una loro dignità e carisma, se pur di genere. Forse si dovrebbe prendere coraggiosamente atto della fine di un’epoca e di un modo di far ridere.
Michela Montanari

Notizie importanti su Injustice 2: potete scaricare la prova gratuita su PlayStation 4 e Xbox One dura dal 14 al 18 Dicembre

 

 

 Fonte

 

Oggi Warner Bros. Interactive Entertainment e DC Entertainment annunciano la prova gratuita del vendutissimo e acclamato picchiaduro dei NetherRealm Studios, Injustice™ 2. Dal 14 dicembre fino al 18 dicembre 2017 i giocatori potranno scaricare la versione di prova gratuita di Injustice™ 2 su PlayStation®4 e Xbox One, che offrirà loro la possibilità di provare ogni aspetto del gioco, inclusi i primi 3 coinvolgenti capitoli della modalità Storia, tutte le modalità multigiocatore e online e l'intera selezione dei personaggi di base del gioco eccetto Brainiac. Inoltre gli utenti avranno l'opportunità di provare i personaggi DLC nella modalità Multiverso per giocatore singolo. Infine, giusto in tempo per le feste, Injustice™ 2 sarà disponibile a un prezzo scontato dai rivenditori partecipanti durante il periodo di prova gratuita.