martedì 27 ottobre 2020

AMMONITE

Ammonite

di Francis Lee

con Kate Winslet, Saoirse Ronan

genere, romantico, biografico, drammatico

USA, Gran Bretagna, Australia 2020

durata, 120’

 

Nell'ambito del lungometraggi candidati agli Oscar ce ne sono alcuni progettati fin dall'inizio con un unico scopo, quello di far risaltare le interpretazioni di attori e attrici chiamati a interpretarli. Di solito si tratta di film a metà strada tra prodotto mainstream e cinema d'autore caratterizzati da temi di facile presa e personaggi accattivanti, tali da portare il pubblico all'immedesimazione sin dalle prime sequenze.


"Ammonite" del regista britannico Francis Lee combacia alla perfezione con i requisiti sopra elencati a cominciare dalla scelta dell'argomento incentrato sulla relazione tra due donne nell'Inghilterra vittoriana della prima metà dell'Ottocento. E poi per il fatto che a interpretare la paleontologa Mary Anning e la sua amante, la giovane e maritata Charlotte Murchison, ci siano due delle attrici anglosassoni più amate e rispettate non solo per la loro bravura ma anche per il fatto di proporre da anni un modello di femminilità fuori dagli schemi, capace di essere indipendente senza per questo rinunciare al romanticismo e alla femminilità. Resa più affascinante da trascorrere degli anni, Kate Winslet appare quanto mai in parte in un ruolo, quello della Anning, in cui le si chiedeva di essere tormentata e sofferente senza però perdere un briciolo della dignità e dell'autorevolezza necessarie a impersonare una studiosa capace di imporre il proprio pensiero all'interno di una comunità scientifica maschilista e conservatrice. Fa da contrappeso la presenza di Saoirse Ronan, attrice prediletta dal cinema newyorkese più chic, nei panni della più fragile Murchison, capace però di sostenere anche dal punto di vista intellettuale la forte personalità della sua interlocutrice.


Consapevole del capitale umano e artistico messogli a disposizione, la regia di Lee evita artifici e soluzioni che non siano quelle di mettere le sue attrici nella condizione di esprimersi al meglio. In questo Lee adotta una regia invisibile ma efficace nel far risuonare sguardi e silenzi attraverso il contraltare di un paesaggio letterario e insieme cinematografico. Battuta dal vento e bagnata dal mare in perenne tempesta il sublime della costa inglese davanti alla mdp diventa qualcosa a metà strada tra "Lezioni di piano" e "Cime tempestose": senza avere la complessità di quei modelli ma riprendendoli soprattutto quando si tratta di assegnare al sublime dell'elemento naturale i’inespresso di una relazione per molti versi impossibile da manifestare e dunque destinata a farsi sentire in maniera indiretta nell'austerità del clima, negli improvvisi cambi di luce, in generale nelle asprezze di un luogo tanto pittoresco quanto inospitale.


Minimale nello sviluppo dell’intreccio e laconico in quello dialogico, "Ammonite" è un film di atmosfere e suggestioni che le due interpreti principali trasformano in un tessuto emotivo più nascosto che esplicito, conseguenza di rimandi interni come quello che fa del processo conoscitivo la capacità di saper andare oltre l'apparenza. Winslet e Ronan sono da Oscar.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


MI CHIAMO FRANCESCO TOTTI

Mi chiamo Francesco Totti

di Alex Infascelli

con Francesco Totti

genere, documentario

Italia, 2020

durata, 101'




"Mi chiamo Francesco Totti" è in primo luogo la storia di un predestinato. Le prime immagini del nuovo film di Alex Infascelli ce lo dicono senza mezzi termini attraverso un aneddoto tanto divertente quanto esplicativo dell’abilità funambolica del protagonista nel calciare un pallone. Apprendiamo infatti che il campione ancora in erba era già un cecchino infallibile ai tempi della scuola elementare quando giocando a tirassegno con i corpi dei compagni finiva per centrarli tutti al primo colpo.


Eppure, nonostante la grandezza indiscutibile del repertorio, dimostrata nel corso di una carriera suggellata dalla vittoria del campionato e da quella del mondiale del 2006, quest’ultima voluta a tutti i costi e nonostante l’infortunio che ne aveva messo a rischio la presenza, il nostro ha l’umiltà di riconoscere la benevolenza di un destino capace di fargli evitare la cessione ad altra squadra nel momento in cui la sua carriera nella Roma stava per esplodere. Anche in quel caso, come nell’altro ben più famoso che fu causa del prematuro ritiro, fu un allenatore, l’argentino Carlos Bianchi, a mettersi di traverso e a peccare di lesa maestà cercando in tutti i modi di farlo cedere ad altra squadra per sostituirlo con un giocatore già affermato.


In questo senso fa ancora più scalpore, dopo aver raccolto le testimonianze di ammirazione e affetto del pubblico restituito dal campione con generosità e riconoscenza verso familiari, amici e colleghi, vedere, e soprattutto ascoltare, la conferma delle parole di accusa pronunciate nei confronti di Luciano Spalletti, il tecnico che, secondo la ricostruzione dell’interessato, si accanì senza motivo  contro la sua persona emarginandolo dal resto della squadra e di fatto impedendogli di scendere in campo se non per piccoli scampoli di partita.


Da questo punto di vista "Il mio nome è Francesco Totti" è, per dirla come Raymond Chandler, una sorta di lungo addio poiché il film costruisce la narrazione a partire dal giorno in cui Totti si appresta a calcare per l’ultima volta un campo di calcio per poi ripercorre le fasi salienti della carriera, non senza tornare di tanto in tanto alla vigilia del fatidico momento per filmare le sensazioni del protagonista.



Aggiungi didascalia
Accompagnato dalla voce fuori campo del protagonista, uguale per simpatia e disincanto a quella di certe scenette pubblicitarie, il film è efficace a trasformare il materiale visivo  in una biografia essenziale da cui è possibile percepire non tanto il talento del calciatore quanto l’umanità dell’uomo, quella capace di farne da sempre un antidivo. Certo, anche il documentario di Infascelli come altri dedicati a grandi personaggi sportivi mantiene la prerogativa per cui è nato e cioè quella di celebrare Totti dal punto di vista di chi ne ha ammirato le gesta sportive, mettendo dunque da parte gli strumenti critici propri del documentario per privilegiare una comunicazione positiva, volta a confermare le certezze degli appassionati. La scelta di privilegiare le immagini rispetto al contenuto, e quindi di non estrapolare mai il protagonista dal contesto che ha concorso a costruirne il mito, contribuisce a fare del Totti cinematografico un vero e proprio personaggio: fonte di ispirazione per film già usciti ("Il campione" di Leonardo D’Agostini) e al centro di progetti sul punto di nascere come la prossima serie interpretata da Pietro Castellitto. Presentato con successo nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma, "Io mi chiamo Francesco Totti" ha le potenzialità per piacere al grande pubblico.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


LITTLE JOE

Little Joe

di Jessica Hausner

con Emily Beecham, Ben Whishaw

Austria, Gran Bretagna, Germania 2019

genere, drammatico, fantascienza

durata, 100'





Che i corpi più delle parole veicolino in modo immediato i significati è un fatto oramai risaputo. Lo affermava il grande filosofo francese Gilles Deleuze, ce lo dice il cinema attraverso l'esistenza di capolavori a cui gli attori si prestano non solo con voce e carisma ma anche in qualità di collettori di segni che nel loro insieme sono in grado di riassumerne il risvolto di un avvenimento, se non addirittura il consuntivo di un'intera vita senza che vi sia bisogno di parlarne. Nell'ambito di una produzione che procede a senso unico, divisa com'è tra film che per colpe non loro faticano a farsi notare ed altri che rischiano di diventare scontati per motivi opposti, "Little Joe" di Jessica Hausner riesce a mantenersi in equilibrio tra i due estremi proprio in virtù della politica dei corpi di cui si è appena detto.


Un fatto tutt'altro che scontato se si considera che "Little Joe" è a tutti gli effetti un'opera di fantascienza, ipotizzando tra le altre cose la possibilità di creare in maniera artificiale un fiore in grado di dispensare felicità e buon umore, previa cure e amore dispensate loro dai fortunati possessori. Una prerogativa, quella di "Little Joe", confermata anche dal twist che mette in moto la tensione, scaturito dalla possibilità che la generosità con cui la pianta reagisce agli stimoli benefici dispensando il miracoloso polline altro non sia che la maniera in cui la stessa mette in atto una sorta di colonizzazione dell'intero pianeta. Alle prese con un plot di stampo hollywoodiano di cui il film possiede anche la matrice linguistica, essendo "Little Joe" girato in inglese e con attori anglosassoni, la Hausner rinuncia sul piano della messinscena alle caratteristiche implicite a una vicenda di portata universale, facendo a meno delle scenografie mastodontiche e della computer graphic tipiche ci certe visioni apocalittiche e preferendo da par suo circoscrivere la vicenda in un universo altero e metodico in cui lo spazio pubblico, costituito dai laboratori dell'istituto di genetica in cui si svolgono le ricerche, lascia di tanto in tanto il posto a quello privato rappresentato dell'abitazione in cui la biologa Alice Woodward vive con il proprio figlio. La donna e il gruppo di persone come lei coinvolte negli sventurati eventi divengono gli elementi principali di un vero e proprio racconto da camera, in cui quello che succede in termini di azione è molto meno importante - e qui sta la prima rottura, forse la più importante rispetto alle convenzioni del genere - rispetto al resto e, dunque, ai non detti e all'inespresso che emergono dalla visione generale del contesto. Non è un caso se gli episodi in cui l'aggressività repressa dei personaggi trova sfogo vengano occultati allo spettatore un attimo prima del loro verificarsi. Così come non è una coincidenza in un quadro emotivo di difficile ricognizione per la ritrosia dei protagonisti a condividere pensieri e sentimenti - a malapena scrutati dalla psicologa durante le sedute a cui Alice si sottopone per cercare di capire se la disaffezione del figlio nei suoi confronti sia causata dalla pianta con cui il ragazzo è venuto a contatto o siano invece frutto delle sue frustrazioni di madre assente e poco incline a esternare baci e carezze - che ad andare oltre l'apparenza dei fatti e a dirci qualcosa di più sulla rassegnata insoddisfazione di uomini e donne siano la postura e l'impassibilità dei personaggi: rigidi e marziali come potrebbero esserlo dei soldati durante una parata militare. Sono infatti i corpi dei personaggi, nella mancanza di peculiarità che li distingua gli uni dagli altri, a diventare l'emblema di un conformismo sociale che non riconosce qualsiasi ipotesi di diversità. Nello snodo finale di una trama peraltro esigua "Little Joe" lo dimostra attraverso la risoluzione degli eventi relativi al percorso esistenziale di Alice, a differenza degli altri personaggi destinata ad attraversare tutti gli stadi di evoluzione della vicenda senza per questo giungere a conclusioni diverse da quelle dei suoi compagni di viaggio. Come si capisce, più che a un classico film di fantascienza contemporanea "Little Joe", alla stregua di "High Life", è piuttosto una riflessione filosofica sulla infelicità dell'uomo e su quanto si sia disposti a sacrificare in termini di libertà per potersene liberare.


Tenendo conto che a un certo punto ogni cosa viene messa in discussione allorché la sceneggiatura ipotizza che i timori di Alice non siano reali ma frutto della sua immaginazione, l'affondo della Hausner diventa ancora più forte, lasciando intendere quanto sia facile in un consesso umano dominato dalla paura e dai sensi di colpa (questo è quello che emerge dall'analisi dei comportamenti dei personaggi) imporre una qualsiasi forma di controllo, a partire da quella dell'autocensura del singolo rispetto ai dati del reale. Se la Hausner lavora di sottrazione per quanto riguarda recitazione e dialoghi, così non succede negli altri comparti, chiamati a supplire alla sistemica mancanza di informazioni dell'apparato dialogico. In tale contesto a diventare fondamentale nella messa in scena dell'alterazione psichica emotiva dei personaggi è allora la sollecitazione sensoriale operata nei confronti dello spettatore. Contribuiscono all'impresa i detour mentali innescati dalla musica dodecafonica oppure la composizione delle immagini volta a sottolineare nella razionalità delle architetture, nella compostezza degli interni, ordinati ma minacciosi, nella artificialità dei colori e nei recessi che di tanto in tanto spezzano la metafisica uniformità delle fonti luminose facendo emergere le crepe di un sistema sociale in cui la forma prevale sulla sostanza. Sfumature e stratificazioni che l'autrice austriaca raggela nell'incedere ipnotico della macchina da presa, rigorosa nell'infrangere con ciclica ricorrenza la fissità del pianosequenza attraverso carrellate laterali e rotazioni panoramiche capaci di porre lo spettatore nelle medesime condizioni dei personaggi, vittime designate del sogno allucinogeno. Presentato in anteprima nel concorso ufficiale della 72sima edizione del Festival di Cannes, "Little Joe" è entrato nel palmarès grazie a Emily Beecham vincitrice come migliore attrice per il ruolo di Alice. Lodevole il recupero di Movies Inspired distributore coraggioso e di qualità.

Carlo Cerofolini

domenica 25 ottobre 2020

SUL PIU' BELLO

giovedì 22 ottobre 2020

INVISIBILI: GOD BLESS AMERICA

God bless America

di: Bobcat Goldthwait

con: Joel Murray, Tara Lynne Barr, Melinda Page Hamilton, Rich McDonald, Mackenzie Brooke Smith, Maddie Hasson
- USA 2011 -
105’




Esiste una sconfitta
pari al venire corroso
che non ho scelto io
ma è dell'epoca in cui vivo
— CCCP —




Magari qualcuno ricorda ancora o - e sarebbe un mezzo miracolo - di recente si è imbattuto in quel misto di rabbia e disgusto mano mano e testardamente assurto a rango di anatema distintivo non solo di un preciso periodo storico (l’imporsi definitivo del materialismo nella sua declinazione edonistico-reazionaria a cavallo degli anni ’80 dell’altro secolo), ma di quanto la iniqua lungimiranza dell’intrecciarsi delle circostanze sia capace di trasformarsi quasi senza colpo ferire, in questo caso, in stigma indelebile dello stesso stare al mondo nella dimensione di agonia protratta di quella che abbiamo imparato a conoscere - e a subire - col nome di modernità e post-modernità, pronunciato e ripetuto allo sfinimento da G.L.Ferretti nel brano dei CCCP “Morire”, ossia nel a suo modo celebre produciconsumacrepa. Se tale affermazione, infatti, caustica (perché stanca delle menzogne consolatorie), eppure per nulla autocompiaciuta; feroce (perché certa della concretezza di una china suicida) ma non priva di un suo esausto sconcerto, non ci fosse appartenuta così nel profondo da far sorgere la necessità di rievocarla ogniqualvolta il tessuto della nostra normalità addomesticata patisce l’ennesimo strappo in direzione di quel collasso collettivo il cui incombere persino l’ipnosi propagandistica oramai stenta a dissimulare, l’avremmo abbandonata a sé stessa o, probabilmente, menzionata di sfuggita a mo’ di lascito di una personalità sguaiatamente provocatoria. Al contrario, lei è ancora tra noi e alla luce di un’opera come “God bless America” di Goldthwait, non possiamo esimerci dall’interrogarci sulle valenze, se possibile, ancora più drammatiche, acquisite nel frattempo (parliamo di oltre trent’anni) da una affermazione in grado di far risuonare sulle sue frequenze acide lo spartito del comune e immemore quotidiano di esseri umani del terzo millennio. Chiaro: bisognerebbe interrogarsi, ad esempio una volta per tutte, circa il momento esatto - e la scarsa resistenza opposta al loro inverarsi - in cui, mettiamo, abbiamo barattato la libertà e l’indipendenza di pensiero con la soddisfazione illusoria del benessere; o la facilità con cui abbiamo sepolto ogni dilemma morale sotto l’insindacabile urgenza presunta di un determinismo cieco a ogni istanza che non sia qui e ora redditizia: ma ciò - come è ovvio e anche giusto - esula dai compiti di questa minuscola rubrica e rimanda sia ad altri ambiti che allo specifico di una teorica riflessione individuale.

Ciò che comunque è fuori di dubbio è che un tarlo non dissimile a quello evocato dall’invettiva ferrettiana (benché a sua volta distorta dalla contestuale progressione beffarda dell’eterogenesi dei fini) si sia insinuato, con lentezza ma inesorabilmente, nel già mesto andirivieni che costituisce il corpo molle dell’esistenza di Frank Murdock/Murray, pingue uomo-massa a stelle e strisce incastrato in una routine senza apparenti vie d’uscita; tipo privo di particolari talenti però consapevole e stufo sia della propria mediocrità quanto soprattutto di quella di un panorama - l’attuale - che non solo è persuaso di esserne immune ma ha preso persino a vantarsene senza vergogna, tanto da raggiungere, al volgere di un giorno qualunque, il fatidico punto di non ritorno oltre il quale, a suo parere, all’opzione drastica e violenta non si oppone, come alternativa, che la beffa dell’assurdo. Del resto, cosa fare se tua figlia, ragazzina capricciosa e petulante, si rifiuta di passare del tempo insieme, riuscendo solo a sbraitare al telefono, complice una madre/ex moglie superficiale e permissiva, “Voglio un I-phone, voglio un I-phone, voglio un I-phone !” ? Cosa pensare se i tuoi colleghi di lavoro - pagliacci abbondantemente rincoglioniti da intere giornate spese all’interno di un loculo 2x2 a rimorchio di mansioni da scimmia digitale, eppure sempre lì a mettere in fila commenti causidici sulle prurigini delle celebrità - appaiono addirittura sollevati quando il Capo ti licenzia su due piedi con una motivazione difficile dire se più prevaricatrice o demenziale ? Come regolarsi se i tuoi vicini passano gran parte del tempo incollati al televisore deliziandoti, grazie a pareti divisorie spesse un dito, con i loro liquami catodici impreziositi dagli strepiti del pupo di casa che sembra non esaurire mai le lacrime conseguenti alla sua fresca venuta ? Vasto programma, avrebbe detto quello. Certo è che Frank attacca a rimuginare, aiutato nell’impresa da elementari constatazioni di fatto. Estromesso tra derisione e biasimo dalla produzione, assottigliatasi la capacità di accedere ai consumi, non resta, conclude, in un contesto come quello (nello specifico) americano contemporaneo, dominato dal chiacchiericcio deprimente dei mass-media, dall’idiozia come unica moneta di scambio e dalla volgarità umiliante del denaro e degli oggetti, che crepare. Eventualità che invero lui non esclude, anzi, prova anche a mettere in atto, non fosse che una certa irresolutezza intrisa di nostalgia da un lato e in generale quella comica accozzaglia di imprevisti che chiamiamo vita, dall’altro, si scoprono capaci di brigare insieme affinché prenda piede un’altra opzione: far sparire dalla faccia della terra tutti quelli che rendono la permanenza sulla medesima uno strazio insopportabile e/o un inferno scemo. E’ pure vero, però, che una follia del genere non sarebbe praticabile ma più di tutto non avrebbe lo stesso sapore se a condirne la sgangherata inerzia non ci piombasse sopra a piedi pari qualcosa di altrettanto stravagante e fuori controllo, a dire un micro uragano femmina con i connotati di Roxanne Harmon/Barr, olim vocata Roxy, teenager scappata dal caramello rivoltante di genitori a misura delle famigliole-modello della pubblicità, nichilista, ciclotimica, pasticciona ma arguta e decisa, pronta con la sua stramba effervescenza a scuotere il disilluso Frank indirizzandone l’hybris verso una sorta di percorso di eliminazione tanto impietoso quanto umorale e arrivando a sgrossare per sé e per il nuovo strampalato compare, di puro estro adolescenziale e vitalismo deviato, la fisionomia grottesco-criminale pari a quella dei più inverosimili Bonnie e Clyde.

In tal senso, appare già chiara l’inconsistenza di un prevedibile riflesso condizionato teso a creare un nesso diretto tra la parabola di Frank e Roxy e quella, per dire, del William Foster/Douglas in “Un giorno di ordinaria follia” o, meno ancora, quella degli sciroccati natural born killers dell’omonimo film di Stone. Se per un verso, appunto, la vicenda dello spostato di Schumacher somma al suo interno revanscismi da sempre latenti nell’inconscio della cosiddetta maggioranza silenziosa (recriminazioni, tra l’altro, del tutto assenti nel carnevale sanguinolento allestito a favore di telecamera dai coniugi Knox/Harrelson-Lewis dell’opera stoniana) con un malessere psicologico inerente un vissuto segnato da traversie private utilizzando la rivolta plateale in guisa di extrema ratio contro una frustrazione non più incanalabile, senza in ogni caso sindacare mai troppo sul meccanismo di coercizione alla base di un fallimento collettivo in parte perseguito e in parte a forza compartimentato dal sistema ma accontentandosi, seppur paternalisticamente, di cullare ancora un’idea di ordine e coesione sociale possibili nonostante l’infierire di una prassi caotica e indifferente; per l’altro, il destino di caratteri come quelli rappresentati dal nostro curioso binomio si profila e va a compiersi entro una cornice emotiva e passionale scevra da ogni interdizione intellettualistica come da qualunque rivendicazione sociologica o genericamente brandita a titolo vendicativo. Il gesto inaudito dei due protagonisti, in altre parole, il loro stesso itinerario omicida - ed è uno degli assi calati dal lavoro di Goldthwait, assieme a un tono interpretativo che dosa con accortezza e divertita impertinenza la naturalezza di un nonsense giunto a impregnare di sé ogni atteggiamento e ogni circostanza al punto da proporsi come unico grimaldello efficace per forzare una realtà priva di logica oltreché di pietà umana, falsa per definizione, satura com’è di colori sgargianti e di un’arietta da svendita permanente, e lo stupore melanconico qua e là mostrato nei confronti del rivelarsi di tali mancanze, inconsolabili perché soppiantate o, peggio, barattate con la stupidità e il vuoto - vive e si sostanzia di una sovversione che è prima di tutto estetica - ossia gratuita e amorale, quindi per definizione giovane: il mondo è brutto, recita il teorico assunto. Noi, eliminando “chi non merita di vivere”, lo rendiamo bello - eppure non meno sarcastica e incline allo sberleffo, alla autoparodia, dal momento che è inutile prendersi troppo sul serio se quello che ti circonda della serietà non sa che farsene. Così, Frank e Roxy fanno delle rispettive esasperazioni un solo, bislacco pactum sceleris e, come detto, uccidono, ma senza autentica malvagità, fanciullescamente, verrebbe da dire, a insistere sulla linea del paradosso, ossia come il ragazzino che distrugge il suo castello di sabbia perché non conforme all’idea che se ne era fatto. Per tale motivo, le affinità distintive di un film altresì più dolente di ciò che la sua confezione ilare e rilassata lascia trasparire vanno cercate altrove: per esempio nella ferocia stralunata e nell’ironia impassibile - di preferenza virata al nero - tenute assieme dall’alchimia della strana coppia di liceali costituita da James e Alyssa nella serie britannica “The end of the fucking world”, al cui cuore non è estraneo tanto lo smarrimento a volte inerme di Frank quanto la spiccia risolutezza di Roxy; o persino, di sicuro per echi tenui ma non discordi, nel periplo inconcludente e tragico epperò circonfuso di una sua arresa dolcezza intrapreso da Kit e Holly ne “La rabbia giovane” di Malick. Ma chissà. Forse l’intento vero, tacito ma non meno pregnante, perseguito da Frank e Roxy è sempre stato quello celiniano di morire irreconciliati, ancora di più di fronte a un paesaggio umano e materiale divenuto tanto avvilente. Il rischio, di nuovo preconizzato da Ferretti (“Io sto bene”), è che, oggi come oggi, anche questa sia solo una formalità.
TFK

martedì 6 ottobre 2020

NON ODIARE