giovedì 31 agosto 2017

Video: #Ark è finalmente disponibile In versione fisica e digitale





Ark, è finalmente disponibile per l'acquisto in versione fisica e digitale. Per festeggiare l'arrivo della versione finale, è stato rilasciato anche questo nuovo trailer che vi propongo

 

 

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martedì 29 agosto 2017

NEVE NERA

Neve Nera
di Martin Hodara
con Leonardo Sbaraglia, Riccardo Darin, Laia Costa
Spagna, Argentina, 2017
genere, thriller, noir, drammatico
durata, 90'


Agosto è un mese favorevole alla distribuzione dei lungometraggi di provenienza argentina. Se, l'anno scorso, era stato "Il clan" di Paolo Trapero a trovare posto nello smagrito cartellone delle uscite agostane, questa volta tocca a Martin Hodara e al suo "Neve Nera" dare un contributo a quella che potrebbe diventare una vera e propria tendenza. Le coincidenze però non si fermano qui, poiché i film appena citati non sono solo opere che pescano buona parte del loro repertorio da codici appartenenti a prodotti di genere, ma che, in un modo o nell'altro, si preoccupano di mettere sotto accusa la famiglia e i rapporti che la regolano. Determinato a lasciarsi indietro gli anni più bui della sua storia, e quindi, a dedicarsi a progetti finalmente svincolati dalla necessità di rielaborare gli avvenimenti più tragici della cronaca nazionale, il cinema argentino si è affermato in tempi recenti, investendo i propri talenti in produzioni non per forza legate al blasone dei suoi autori (viene in mente Lucrecia Martel) ma per lo più caratterizzate da una drammaturgia accattivante e allo stesso tempo tragica ("Il segreto dei suoi occhi", 2009), in cui suspence e mistero la fanno da padrone. "Neve nera" rientra a pieno titolo all'interno di questa linea narrativa, raccontando la diaspora famigliare che coinvolge Marcos e Salvador (Riccardo Darin), costretti a ritrovarsi per diversi l'eredità del padre venuto improvvisamente a mancare. Segnata dalla scomparsa del fratello minore, verificatasi durante una battuta di caccia in circostanze mai del tutto chiarite, l'esistenza di Marcos e di sua moglie Laura (Laia Costa, già vista in "Victoria") entra in conflitto con quella di Salvador, il quale, addossatasi la responsabilità dell'incidente, vive da recluso negli stessi luoghi che tempo addietro sono stati testimoni del doloroso evento.


Ambientato nell'inverno di una Patagonia mai così respingente, "Neve Nera" si dipana tra il passato e il presente dei personaggi nel tentativo di fare luce sul reale svolgimento dei fatti attraverso un'indagine esistenziale che un poco alla volta riesce a portare a galla le ragioni dell'ostilità di Salvador nei confronti di Marcos. Invece di frammentare la narrazione con i flashback relativi alla giovinezza dei personaggi, quelli volti a ripercorrere gli avvenimenti culminanti nella circostanza delittuosa, il regista opta per una soluzione in cui le diverse scansioni temporali arrivano a convivere nella stessa inquadratura. Una scelta che permette a Hodara di rendere più fluida la progressione narrativa, regalandogli, nel contempo, la possibilità di intercettare la natura fantasmatica di una vicenda in cui ad un certo punto i protagonisti diventano i testimoni (oculari) di una sorta di seduta spiritica, dove, al centro della scena, ci sono le loro versioni giovanili, colte nell'esperienza che di lì a poco li riporterà sul luogo del delitto. L'efficacia di questo espediente non deve però ingannare sulla qualità complessiva della messinscena che rimane piuttosto dimessa e al di sotto della media per un prodotto di questo tipo. A pesare sul risultato finale è la piattezza delle immagini, incapaci di tradurre sul piano visivo lo scavo psicologico sostenuto dalla sceneggiatura. Ma più di tutto a mancare è un punto di vista sul paesaggio sudamericano, mai in grado di diventare protagonista della storia e di rappresentare quell'altrove che invece vorrebbe essere. Se poi aggiungiamo la decisione di ingaggiare un attore del calibro di Ricardo Darin per poi relegarlo in un ruolo che non gli consente di ripagare la fiducia accordatagli, il dado è tratto. Per sua fortuna, però, l'interesse nei confronti di "Neve nera" non si esaurisce con ciò che vediamo sullo schermo ma prosegue sul piano della realtà. Il ricorso a una "Storia ufficiale", usata per coprire d'onorabilità la lunga serie di misfatti di cui ci si è macchiati, il passato come strumento di conoscenza e luogo privilegiato della rappresentazione, le contraddizioni e la fragilità del consesso famigliare, trasformato in un laboratorio dove a essere verificata è la tenuta della coesione nazionale, sono costanti del cinema argentino contemporaneo di cui anche "Neve nera" si serve per mettere in scena il subconscio collettivo del paese.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)


lunedì 28 agosto 2017

Guarda qui: #Bloodborne: il gioco di carte da Tavolo







Fonte: http://ift.tt/1gqY9N5

 

 

 

Parliamo di #Bloodborne: The Card Game è una versione del videogioco Souls like realizzato da Bandai Namco e FromSoftware pubblicato in esclusiva per PS4. Vediamo insieme quali sono le sue caratteristiche principali.

 

 

 

Bloodborne: The Card Game è un gioco di carte realizzato dall’autore già vincitore di molti premi Eric Lang ed è pubblicato e distribuito in tutto il mondo da Cool Mini or Not.

 

 

 

 

 

Quando Bloodborne: The Card Game è stato annunciato per la prima volta, Lang postò un messaggio su Twitter in cui descriveva brevemente la sua versione del gioco, affermando:

Il mio obiettivo con Bloodborne era quello di ricreare l’intensità e la frustrazione del videogioco in un contesto fra giocatori. Moltissime morti.

Il gioco è basato sui Chalice Dungeon presenti come parte opzionale del videogioco originale Bloodborne. Si tratta di labirinti che possono anche essere generati in maniera procedurale ambientati in tombe create, al di sotto della città di Yharnam, dai Great Ones (esseri sovrannaturali chiamati in questo modo anche da Lovecraft, i cui mondi sono stati fonte di ispirazione per Bloodbrone, il videogioco).

 

 

 

 

 

Qui, risiedono terrificanti creature, che i giocatori dovranno uccidere, e del cui sangue si dovranno impossessare, per poter procedere nel gioco. I miglioramenti per l’equipaggiamento nel gioco di carte sono diversificati e molteplici, passando per armi devastanti come la devastante Pistola a Ripetizione e il leggendario Kirkhammer.

La parte migliore è il fatto che i giocatori non dovranno passare molte ore uccidendo tutto ciò che si muove attraverso pericolosissimi labirinti sotterranei, e morendo spesso sotto i duri colpi inferti dalle mortali bestie che li abitano: una partita, infatti, ha una durata media di 30-45 minuti, e potranno partecipare a una partita da 3 a 5 giocatori. Come si legge anche sul sito ufficiale di Bloodborne: The Card Game, sul quale potrete anche acquistare il gioco, l’età minima consigliata per poter giocare è di 14 anni.

Parlando sempre in generale, Bloodborne: The Card Game è un gioco basato sulla gestione del rischio, in cui sarà necessario lavorare in squadra e gestire con consapevolezza l’inventario e gli upgrade: dunque, una mentalità di gioco di tipo tattico e strategico sarà indispensabile per poter uscire vivi dai Chalice Dungeon di Bloodborne: The Card Game.

 

 

I giocatori inizieranno la partita con una serie di armi basilari, che potranno essere migliorate per poter potenziare le proprie capacità e combo per il combattimento.

Durante ogni turno, un mostro scelto a casa attacca i giocatori, che dovranno fronteggiarlo insieme, come squadra: del resto, è pur sempre vero che “un cacciatore non è mai solo”. Ogni giocatore potrà scegliere una carta dalla propria mano per giocarla, in contemporanea con i suoi compagni di squadra, per cercare di uccidere il mostro.

Ovviamente, anche i mostri potranno rispondere agli attacchi dei giocatori, utilizzando dei dadi esplosivi, che sono potenzialmente in grado di infliggere danni infiniti.

I giocatori possono giocare finché lo desiderano, ma se moriranno in combattimento perderanno tutti i loro progressi. Il sangue che verrà raccolto costituirà i Punti Vittoria.

Fonti: 1, 2.

domenica 27 agosto 2017

VIDEO: CALL OF DUTY WWII: BETA GUARDA IL MULTIPLAYER




La scelta di ambientare nuovamente il gioco nella Seconda Guerra Mondiale a vari anni di distanza da Call of Duty: World at War, ha fatto accendere sin da subito l'interesse del pubblico e della critica attorno al progetto, complice forse l'eccessiva deriva futuristica in cui si è arenata la serie di Activision, unita alla riproposizione di un immaginario bellico sempreverde per il genere di riferimento.

Basterà far ritornare il franchise alle proprie origini rappresentative per stimolare i giocatori a cimentarsi in qualcosa al contempo più "fresco" e, magari, innovativo nei suoi elementi? Detto così sembra quasi una sorta di ossimoro ma, strano a dirsi, già dai primi minuti della nostra anteprima abbiamo percepito la presenza di questo concetto fondamentale, evidente frutto della volontà degli sviluppatori. La posta in gioco per Activision e Sledgehammer Games è alta, per cui non resta che scoprire se la strada intrapresa risulti convincente.

Non appena abbiamo avviato la Beta di Call of Duty: WWII siamo scesi da una jeep in un ampio avamposto militare degli Alleati, ossia il Quartier Generale, una sorta di lobby virtuale dove la comunità di gioco potrà interagire attraverso attività social, addestramenti, confronti di statistiche accumulate, nonché godere di alcune funzioni in-game, come assistere ai tornei ufficiali in delle sale di proiezione video. Ovviamente tutto ciò si è rivelato un biglietto da visita di uno spazio che potrà essere esplorato interamente solo nell'esperienza completa. 

 

 

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Poltergeist - Demoniache presenze di Tobe Hooper (USA, 1982)

ANNABELLE 2: CREATION

Annabelle 2
di David F. Sandberg 
con Stephanie Sigman, Talitha Bateman, Lulu Wilson
USA, 2017
genere, thriller
durata, 109’ 


Samuel Mullins è un abile costruttore di bambole che vive con la moglie Esther e la figlioletta Bee. Ha appena finito di creare un nuovo modello di bambola quando, di ritorno dalla Messa, Bee è vittima di un tragico incidente stradale. Dodici anni dopo, i Mullins aprono la loro grande casa a suor Charlotte e a un gruppo di giovani ragazze e bambine orfane, in modo da dare loro un posto dove vivere in comunità. Tra le bambine ci sono Janice, cui la polio ha lasciato delle difficoltà nel camminare, e la sua inseparabile amica Linda: hanno giurato che staranno sempre insieme e si faranno adottare dalla stessa famiglia, in modo da diventare sorelle. Samuel Mullins è cooperativo, ma taciturno e provato dai dolori dell'esistenza, mentre sua moglie vive confinata in una stanza, impossibilitata a muoversi e con una maschera che le copre una parte del viso. Il signor Mullins spiega che c'è una stanza, quella di Bee, nella quale nessuno deve entrare. Ma, attirata da misteriosi bigliettini, una notte Janice trova la porta della stanza non chiusa a chiave e ci entra. Dentro si imbatte in una meravigliosa casa di bambole e poi trova, chiusa in un armadio, una strana bambola, quella che noi conosciamo come Annabelle. Quando lo viene a sapere, suor Charlotte ordina a Janice di non trasgredire mai più le regole di quella casa perché potrebbe mettere in pericolo l'avvenire suo e delle compagne. Janice promette, ma le cose vanno diversamente. La bambola conserva un terribile segreto che i Mullins conoscono e i guai cominciano in serie. Seguito di “Annabelle”, spin-off di “L'evocazione - The conjuring”, il film riporta al centro dell'attenzione la malefica bambola già protagonista del primo film della serie e con essa rinvigorisce un sottogenere, quello delle evil dolls, che vanta nella storia del cinema horror illustri precedenti. In realtà, più che un seguito, questo è un prequel perché racconta non ciò che è successo dopo il primo film, ma ciò che è successo prima. Generalmente i prequel soffrono per il fatto di raccontare avvenimenti che in qualche modo sono noti o possono essere intuiti. In questo caso, l'esito è sorprendentemente buono. La storia, nelle sue linee generali, è abbastanza semplice e prevedibile, pur riportando con sagacia narrativa le cose sino a un rapido ed efficace collegamento con l'inizio del film precedente. È il modo in cui la storia è raccontata a fare la differenza. 



L'esordio di David F. Sandberg alla regia di un lungometraggio era stato un horror interessante come “Lights Out - Terrore nel buio”. Qui Sandberg conferma le sue doti di efficace interprete della paura e di abile orchestratore di spaventi, riuscendo a trarre, probabilmente, il massimo dalla storia. I personaggi sono descritti in modo semplice ma efficace, soprattutto per quel che riguarda la protagonista, Janice, di cui viene mostrata con sensibilità la natura fragile e ferita, alla ricerca di un'impossibile ancoraggio di stabilità nell'amicizia con Linda, la sua amica del cuore, inerme come lei. L'ambientazione rétro conferisce un contesto suggestivo e malinconico nel quale il dramma si mantiene credibile e avvincente. La prima apparizione della bambola è gestita con grande capacità di creare tensione con sapiente uso delle ombre e con parsimonia di effetti. Sandberg mantiene per gran parte del film questa abilità nella messa in scena, sfruttando immagini e suoni per creare un'uniforme aura di macabra incertezza. Quando, in un flashback esplicativo, viene svelato il segreto della bambola, le cose diventano un po' prosaiche e banali, ma è un peccato veniale e probabilmente necessario sotto il profilo narrativo: la concitata parte finale del film perde di compattezza e coerenza, ma si mantiene interessante e vivace. La pellicola cattura sin dall'inizio e non molla la presa sullo spettatore, rivelandosi uno dei non frequenti casi di seguito superiore al capostipite. Notevole il cast, nel quale spicca la presenza del grande caratterista Anthony LaPaglia, che offre un’interpretazione di grande efficacia e sensibilità, sapientemente tenuta sotto le righe. Tra le giovani attrici si rivede Lulu Wilson, già fattasi notare in “Ouija - L'origine del male”, ma la miglior figura la fa Talitha Bateman, molto convincente in un ruolo a due facce di non facile resa.
Riccardo Supino 

venerdì 25 agosto 2017

SETTE GIORNI

Sette giorni
di Rolando Colla
con Bruno Todeschini, Alessia Barela
Italia, Svizzera, 2017
genere, drammatico
durata, 115'



Inizialmente è una rotta tracciata su una cartina geografica, poi diventa il punto di vista di Chiara, ripreso dalla soggettiva che ci mostra la conclusione del suo viaggio e l'approdo nell'isola siciliana (di Levanzo) dove Ivan, l'altro protagonista del film l'attende per organizzare il matrimonio del fratello con l'amica di lei. Come spesso succede nei buoni film le sequenze introduttive oltre a disbrigare i compiti legati agli aspetti artistici e produttivi dell'operazione - riassunti dall'incarico e dal nome e cognome dei partecipanti - hanno lo scopo di dettare le linee guida della storia, di stabilire gli ambiti entro cui si svolgerà il racconto e di fornire un'idea di come il regista ha deciso di mostrarcelo. Una partitura filmica di breve durata ma pronta a caricarsi di senso quando si tratta di dare conto del (non) luogo dell'azione, definito dalle caratteristiche di un territorio che nella sua selvatichezza e per il fatto di essere isolato dal resto dell'ecumene diventa l'occasione per spogliarsi delle rispettive maschere e fare i conti con se stessi, dimenticando per un momento i lasciti delle rispettive vite. E, ancora, di segnalare la compresenza di due diverse prospettive: quella sostanziale e pragmatica - peraltro simboleggiata dalle rotte tracciate sulla carta nautica - chiamata a "riempire" la trama con la geografia del paesaggio e con le cose da fare (i preparativi a cui si dedicano Ivan e Chiara); quella interiore, anticipata dalla scelta di sostituire il primo piano della protagonista con il punto di vista "interno" al personaggio, riassunto dalla scelta di celare il volto della donna dietro la soggettiva piazzata in apertura del film.



"Sette giorni" è dunque un viaggio sentimentale che si compie sulla superficie del visibile e sotto ciò che appare; attraverso gli splendidi scorci dell'isola siciliana, riprodotta dalla mdp con la volontà di restituire senza alterazioni la bellezza ancestrale di un'area miracolosamente incontaminata, e nella fisicità dei personaggi, le cui nudità sono destinate a fare da specchio alla consistente essenzialità della natura che le ospita. Se la traiettoria finale dell'indagine, volta a far uscire allo scoperto i reali propositi dell'uomo e della donna, si rivela - agli occhi delle parti in causa - come la possibilità di una rinascita personale (la presenza dell'acqua e le scene in subacquea dei corpi che vi nuotano dentro è tutt'altro che casuale) e quale ipotesi di un punto di partenza che per essere tale deve fare i conti con il dolore prodotto dalle conseguenze di quell'amore clandestino, "Sette giorni" ci dice anche altro. A cominciare dall'urgenza di un regista, l'elvetico Rolando Colla, che dopo "Giochi d'estate", ambientato nella costiera Toscana torna a girare in Italia per mettere sullo schermo la trasfigurazione di un nostos che lo riporta nelle terre dei suoi genitori (Svizzero di nascita Colla è figlio di immigrati italiani) e che l'autore mette in scena prestando alla storia stati d'animo e liturgie che gli derivano dai suoi natali. 


Da quelle terre viene lo spirito apolide e la predisposizione alla mobilità che impronta le vicenda del film, come pure l'attenzione al sociale che "Sette giorni" fa trasparire negli accenni al percorso terapeutico seguito da alcuni dei personaggi per cercare di vincere la dipendenza dalle droghe. E, ancora, il richiamo al cinema e, nella fattispecie, al festival di Locarno, punto di aggregazione e catalizzatore culturale dell'intera nazione, al quale ad un certo punto Colla rende omaggio nella sequenza dei fotogrammi proiettati sulle mura di un antico palazzo siciliano, alla pari di quanto accade su quelli ubicati nella Piazza grande della città lacustre che prima della visione si tappezzano dei momenti più evocativi della settimana arte.



Alternando fenomenologia e introspezione, sempre supportate da immagini che non perdono di vista la loro funzione narrativa, e che da sole avrebbero fatto meglio della sceneggiatura, un po' impacciata quando si tratta di dare voce alle ragioni che portano allo scoperto le intenzioni di Ivan nei confronti di Chiara, "Sette giorni" si costruisce le proprie credenziali facendo leva sulla capacità degli attori di scomparire dentro i rispettivi ruoli - con una menzione particolare per la brava e coraggiosa Alessia Barela, in grado di tenere testa e anche di più al collaudato Bruno Todeschini - e nel riuscito tentativo di rapportarsi al mondo circostante senza la volontà di volerlo spiegare, ma dando l'impressione di farlo vivere davanti ai nostri occhi.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì 23 agosto 2017

ANTONIA

Antonia
di, Ferdinando Cito Filomarino

con, Linda Caridi, Filippo Dini, Alessio Praticò

Italia,  2015
genere, biografico

durata,95’


Dolcemente guardinga Antonia Pozzi/Linda Caridi, liceale al Manzoni di Milano agli albori del Novecento, assieme all’amica del cuore osserva un paio di compagni impegnati in esercizi di lotta libera durante l’ora di ginnastica. E’ più o meno in questo attrito disciplinato tra corpo e ragione, tra impeto e discernimento, che si svolge la vicenda umana (e cinematografica) d’un artista tanto avvertito quanto precoce, in relazione al quale, nonostante tutto, la proverbiale ottusità accademica non riuscirà nello scopo di piegarne l’indole originale allo scoraggiamento.

Giovane membro della buona borghesia meneghina - padre avvocato, madre discendente da una famiglia di nobile lignaggio - gli echi contorti della dittatura fascista ancora attutiti dalle distanze confortevoli del rango sociale e del privilegio (ma probabilmente più insidiosi perché destinati a lavorare sul profondo, forse fino all’irreparabile), Antonia con l’approssimarsi della fine degli studi (la sua tesi del ’35 riguarderà La formazione letteraria di Gustave Flaubert), precisa il proprio slancio poetico costituito di fondo da una schietta irruenza (dentro i labbri di tutte le ferite/io stagnerò il tuo sangue/fra le ciglia di ognuno che si strazia/asciugherò il tuo pianto), da una vulnerabile irrequietezza (Stanotte un sussultante cielo/malato di nuvole nere/acuisce a sprazzi vividi/il mio desiderio insonne/e lo fa duro e lucente/ come una lama d’acciaio), come da un acerbo ma persistente presagio della Fine (Sola mi rannicchio/sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo/che, invece di una fronte indolenzita/io sto baciando come una demente/la pelle tesa delle mie ginocchia). Filomarino (all’esordio), sulla scorta delle luci morbide ma contrastate di Mukdeeprom, racconta e insegue Antonia affidandosi a un duplice registro. Il primo genericamente naturalistico - di gran lunga il più riuscito - ritrae la protagonista in scene lineari e concise, poco o punto dialogate, lungo un itinerario che interseca gli sforzi per acquisire una personale voce letteraria; la crescente incompatibilità con l’ambiente familiare e sociale: gli amori impossibili o stolidamente non corrisposti. L’altro, nei presupposti simbolico, indulge di preferenza in sospensioni, sequenze volutamente non risolte o prolungate, attenzione evocativa su certi dettagli, azzardi espressivi (uno splendido nudo di Antonia/Caridi riversa sul letto a mo’ di Danaide di Rodin stranito dalle note anacronistiche di Va di Ciampi), a sottolineare un lodevole ma come sovente accade frustrante e, alla fine, insoddisfacente intento di rendere visibile o quantomeno percepibile un sentire intorno alla realtà in costante e contraddittoria formazione.

In un contesto tale, di asciutta sebbene didattica perseveranza, si distingue comunque la febbrile e vana applicazione amanuense di Antonia (la futura riconosciuta poetessa durante la breve vita non vedrà mai pubblicato nulla di suo) - quaderni pieni di annotazioni, brandelli di versi, minute di lettere, appunti sparsi, traduzioni, brani da rifinire - nonché, più in generale, il suo pellegrinaggio attento e nervoso, schivo ma partecipe, attraverso le cose d’un mondo (l’Italia della seconda metà degli anni Trenta) lanciato sulla china dell’ennesimo immane disastro, sempre col fare presago (quindi modernissimo) di una coscienza tesa a reperire un senso ultimativo che non si limiti alla rielaborazione teorica dell’esistente ma pretenda - attraverso comprensibili abbandoni e ritrosie - di raggiungerlo e d’imprimerlo nel proprio tempo in virtù di una mediazione esperienziale prima di tutto fisica (Antonia affronta, non di rado sola, le asprezze silenziose e le dolcezze elusive delle montagne - qui i rilievi della Valsassina -; frequenta pensierosa la calma antica della campagna lombarda: non considera la contemporaneità, per quanto retriva, ostacolo a una sessualità discreta ma libera perché curiosa e immune dai pregiudizi - Oggi, m’inarco nuda, nel nitore/del bagno bianco e m’inarcherò nuda/domani sopra un letto, se qualcuno/mi prenderà -). Aspetti d’un carattere vitale e complicato che il film accarezza a tratti, complice discreto e quasi involontario d’un mistero dolceamaro fatalmente inespresso che si compie ai primi di Febbraio del ’38, quando decide di sottrarsi per sempre al respiro dei giorni (nel frattempo divenuti oltremodo grevi), nemmeno ventisette anni dopo averne ricevuto il primo assaggio.
TFK

BABY DRIVER - IL GENIO DELLA FUGA. INCONTRO CON KEVIN SPACEY

La promozione italiana di “Baby Driver” è l’occasione per incontrare l’attore americano Kevin Spacey che nel lungometraggio di Edgar Wright interpreta il ruolo di Doc, capo banda del sodalizio criminale in cui milita Ansel Elgort, il protagonista del film. Poco propenso a prendersi sul serio, Spacey ha risposto di buon grado alle domande dei presenti, tornando spesso sul suo rapporto con il mestiere dell’attore.


Qualche tempo fa aveva dichiarato che non avrebbe più interpretato i ruoli che l’avevano fatto diventare famoso. E’ ancora di questa idea.
La risposta a quella domanda derivava dal contesto in cui mi era stata rivolta. In quel momento della mia carriera avevo bisogno di fare cambiare perché come artista  sentivo il bisogno di crescere . Ora quegli stessi ruoli li potrei di nuovo interpretare perché sono interessato a ricostruire la mia carriera d’attore e a farmi di nuovo conoscere ad Hollywood dopo l’assenza conseguente ai miei impegni con il teatro Old Vic di Londra. In generale, oggi mi interessa partecipare a una storia in cui il mio personaggio abbia una parte significativa.

Come il Doc di “Baby Driver”. 
Ho accettato di fare “Baby Driver” perché trovo che Edgar Wright sia un regista brillante e divertente, e per il fatto che mi aveva offerto una parte a cui non potevo dire di no.

Il fatto che lei abbia spesso interpretato il ruolo del bad guy riscuotendo grande successo è forse il segno che il pubblico non ama più un certo tipo di buonismo. 
E’ lei a definirli bad guys. Io non giudico i miei caratteri ma mi limito a interpretarli. Fare una distinzione tra bene e male non appartiene al mio processo interpretativo, perché ogni volta che sono coinvolto in un film l’unico obiettivo è quello di far vivere il mio personaggio come fosse una persona reale. Poi è vero quello che dice, e cioè che da vent’anni a questa parte il pubblico si sia affezionato ai cosiddetti anti eroi. Direi che questo fenomeno è diventato rilevante a partire dalla serie de  “I Soprano”. 


Quali sono stati i suoi modelli d’attore e quelli della sua vita privata.
Per ciò che riguarda gli attori la lista è lunga. Ho avuto la fortuna di avere una madre che amando il teatro e il cinema mi ha fatto conoscere la bravura di artisti come Henry Fonda e Katherine Hepburn e ancora Spencer Tracy , James Stewart e Betty Davis. Parlando invece delle persone capaci di influenzare la  mia vita, dico Jack Lemmon, che mi è stato vicino quando ero giovane, e poi Alan J Pakula, uno dei primi registi che si è battuto per me. 



Quali sono i ruoli che non accetterebbe mai.
Le uniche parti che non accetto sono quelle scritte male. Sono molto aperto a qualsiasi tipo di ruolo. La gente crede che noi attori possiamo scegliere le parti che vogliamo, invece succede che fai quelle che ti offrono o quelle che puoi fare se sei libero da altri impegni. L’unica cosa che mi spaventa è la stupidità. 

E’ vero che in “Baby Driver” avete recitato a tempo di musica?
Si. Wright è arrivato alle prove con la colonna sonora già assemblata e   mentre leggevamo il testo c’è la faceva sentire. La cosa ha conferito alle prove un andamento molto sexy e pieno di ritmo. Sul set avevamo delle cuffiette che ci permettevano di muoverci a ritmo di musica fino a quando non subentravano i dialoghi. E così per tutta la durata delle riprese


Lei si è dedicato molto alla produzione di opere altrui. Ci può dire qualcosa di più a proposito di questa attività.
Come produttore mi piace essere un facilitatore, colui che mette insieme le persone giuste per un determinato progetto. Cerco di scegliere l’attore e il regista migliore, gli do fiducia e poi li lascio andare, rimanendo a osservare in che maniera le cose prendono forma. Ho fatto così per molti anni quando ero direttore dell’Old Vic Theatre. 

Nella sua carriera ha interpretato personaggi piuttosto complicati da portare sullo schermo. Pensa che sia cosi.
Ho sempre pensato che sia stupido affermare che è stato difficile interpretare una parte. Per me recitare è un immenso divertimento. Svegliarmi e recarmi ogni giorno sul set è un vero piacere. La sintesi di quello che sto dicendo la si trova in un monologo che ho fatto qualche tempo fa. In esso il personaggio ricorda come fosse duro quando il padre lo mandava a lavorare nei campi, e della decisione di fare altro nella vita diventando avvocato, mestiere che rispetto al precedente gli diede la sensazione di non avere più lavorato in vita sua. E’ questa la percezione che ho quando giro un film.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)








Il ritorno di FIFA Street confermato da un video trapelato dalla Gamescom 2017

Guarda il video live di gameplays1973channel su www.twitch.tv


  Il ritorno di FIFA Street confermato da un video trapelato dalla Gamescom 2017 

 

 

 

 

Video in Arrivo un Nuovo Rpg si chiama Sold Out Immortal: Unchained



Fonte



Immortal: Unchained, è un hardcore action RPG ambientato in un oscuro universo sci-fi – un titolo unico appartenente ad un noto sottogenere che unisce l’azione shooter in terza persona con elementi hardcore RPG, in arrivo su PlayStation4, Xbox One e PC via STEAM™ nel 2018.

Questa è la fine; il protagonista del gioco viene improvvisamente liberato e rilasciato dal guardiano. Gli viene data solo un’istruzione: il mondo ha i minuti contati e le sue abilità sono necessarie per salvarlo. Il giocatore non ha memoria di chi sia o cosa debba fare e deve trovare tutte le informazioni possibili dall’ambiente circostante ed i personaggi che incontra. Tuttavia, la verità non è sempre come appare in quanto i personaggi metteranno sempre loro stessi al primo posto, fare chiarezza sarà una vera sfida ed ottenere le risposte giuste sarà una ricompensa.

“Immortal: Unchained porta una ventata di novità al genere, “ ha dichiarato  Sarah Hoeksma, Marketing Director, Sold Out. “Non è per cuori deboli, al contrario è un titolo molto impegnativo. La storia ed il combattimento differenzia questo titolo da tutti gli altri e siamo davvero orgogliosi di mostrare finalmente alla Gamescom la prima IP di Toadman.”

Dal team che ha scritto Battlefield 1 e The Witcher,  il gioco offre un arsenale di armi uniche per combattimenti a distanza e ravvicinati che consentiranno al giocatore di esplorare il mondo dove incontrerà nemici brutali e giganteschi boss. Le meccaniche di combattimento di Immortal  permettono di pianificare una strategia in base alla situazione, a volte è meglio disarmare un nemico piuttosto che distruggerlo.

Immortal sarà disponibile in versione fisica e digitale su PlayStation4, Xbox One, e PC via STEAM nel Q2 2018.



 

lunedì 21 agosto 2017

News: Video: Age of Empires 4 è stato ufficialmente annunciato



 

 

News: Video: Age of Empires 4 è stato ufficialmente annunciato  




Video: Far Cry 5 si mostra in un lungo, approfondito videogameplay





  Video: Far Cry 5 si mostra in un lungo, approfondito videogameplay 




IL SOGNO AMERICANO DI IVAN SILVESTRINI - INTERVISTA AL REGISTA DI MONOLITH

L'incontro con Ivan Silvestrini, autore di film di genere, ci permette di fare il punto su un cinema che cambia forma senza perdere le proprie peculiarità.



Com’è nato il connubio con Roberto Recchioni, curatore di Dylan Dog e autore della graphic novel, a cui è ispirato il tuo film. 
Lui molti anni fa pubblicò le prime visualizzazioni di Monolith. Io, come molti, ne rimasi affascinato ma non sapevo ancora come sarebbe andata a finire la storia poiché quegli schizzi ne erano soltanto la premessa. Quando i diritti della graphic novel tornarono a essere liberi, dopo il fallimento del primo tentativo di realizzarne un film, la Lock and Valentine, che aveva visto le mie due web series girate in inglese (“Under" e “Stuck”), ha pensato che fossi la persona giusta per dirigere “Monolith”. Ovviamente, quando ne ho letto il soggetto sono impazzito per le potenzialità della storia, e quindi, ho fatto di tutto per diventarne il regista. Con Roberto, che già conoscevo, non c’è stato un rapporto diretto per questo lavoro. Il film e il fumetto hanno la particolarità di essere stati sviluppati in concomitanza, e quindi di essere indipendenti uno dall’altro. Sono due cose diverse che hanno come punto di partenza l’idea di Roberto.

A questo punto mi viene da chiederti se ti piacciono i fumetti e se lo avevi già frequentati come lettore.
Non mi definirei un fumettologo ma comunque li leggo. Ho molti amici in quell’ambiente e ciò che ammiro di loro è la mentalità, forgiata dal fatto che possono pensare alle storie senza condizionamenti di budget, cosa che per me ancora non è possibile. Scrivere di un treno che deraglia o di un dialogo in camera e cucina per loro è stessa cosa in termini di costi. Sono questo tipo di restrizioni che impediscono di concepire una storia come “Monolith”, non costosissima, ma comunque complicata da realizzare, per la libertà d’espressione che c’è dietro. In più, esiste il fatto che come regista di film di genere sei portato a pensare che difficilmente le tue storie ti verrano finanziate. Ciò spiega la ragione per cui certe narrazioni finisci per non pensarle neanche più. 

Mi pare di capire che le tavole della graphic novel non hanno fatto da story board al tuo film. 
No, anzi, il film è stato fatto prima della graphic novel. Di questa esistevano solo le prime venti pagine che erano state preparate in anticipo, e che io avevo visto. Ho però lavorato con Lorenzo Ceccotti che insieme a Mario Uzzeo sono stati gli unici collegamenti tra questi due mondi. Avendo il privilegio di lavorare allo storyboard, con Ceccotti capitava che la notte ci ritrovassimo chiusi in una stanza, con lui pronto a disegnare le situazione immaginate per il film. Magari gli chiedevo un campo lungo della protagonista che camminava nel deserto, e lui, immediatamente, me lo faceva vedere attraverso l’abilità delle sue matite. Chiaramente, avendo vicino un talento come il suo, l’ho incoraggiato a contribuire alla parte grafica del film. E’ ovvio, quindi, che il suo stile molto grafico, abbia piacevolmente contaminato il mio. Poi, se hai visto, soprattutto nella parte finale, ci sono immagini non realizzate dal vivo, in cui la CG, sostituisce, o integra in parte, quelle normali. Anche per questo motivo il lavoro di visualizzazione è stato fondamentale. 


Anche Steven Spielberg, a proposito di “Duel”, - film che ha molte cose in comune con “Monolith” -  parlava dell’importanza di visualizzare la storia mediante l’impiego dello storyboard.
Allora ti dico di più. Il risultato di questa lunga preparazione è stata montata in una time line, diventando un cartone animato, con tanto di voci fornite da attori provvisori. In questa maniera abbiamo capito che certe scene avevano bisogno di essere ampliate con ulteriori inquadrature.

Soprattutto nella seconda parte i campi lunghi e le panoramiche  fanno di “Monolith” un film da vedere in sala, apprezzabile sul grande schermo per la possibilità di restituire le suggestioni del paesaggio, destinato a diventare il protagonista della storia.
Il film è stato girato con tre set di ottiche diverse. Ciò mi ha permesso di utilizzare lenti anamorfiche che amplificano la vastità dell’orizzonte. Abbiamo fatto di tutto per valorizzare lo scenario. In precedenza sono stato criticato perché facevo troppi primi piani ma d'altronde quando hai pochi soldi e giri per il web non hai altra scelta. 


Una costante del tuo cinema è il significato che attribuisci al paesaggio, a  cui spetta il compito di definire e riflettere lo stato d’animo dei personaggi. Qui accade con la natura primordiale e selvaggia del deserto americano che fa da cassa di risonanza alle reazioni emotive di Sandra, la protagonista di “Monolith”.
In “2night” nel suo piccolo, e qui, in dimensioni opposte, il paesaggio e le architetture sono state un’occasione per approfondire la personalità e lo stato d’animo dei personaggi. Se usate nel modo giusto, le ambientazioni, possono diventare una sorta d’astrazione che permette di proiettare verso l’esterno l’interiorità del personaggio. In “Monolith”, ciò è evidente nella seconda parte, poiché vedere il personaggio circondato dalla vastità del deserto americano ne fa sentire ancora di più lo smarrimento.  

Tra l’altro quando ho letto il soggetto di “Monolith”, una cosa che mi è sembrata subito interessante era quella di far partire la protagonista da una situazione sofisticata e altamente tecnologica - rappresentata appunto dalle caratteristiche futuribili della“Monolith” - per poi calarla in un’avventura da età della pietra. Un salto vertiginoso verso il passato in cui oltre alla salvezza del figlio ci sono di mezzo anche i demoni più atavici della maternità. 

Nella parte della protagonista Katrin Bowden è davvero azzeccata. Come sei arrivato a sceglierla.
Il casting si è svolto tra Los Angeles, New York e Londra. Visto che ci trovavamo nella prima città abbiamo incontrato di persona le candidate, mentre per le altre i colloqui si sono svolti via skype. A due settimane dalla fine ci siamo trovati in mano il provino di Katrin che, tra tutti, ci è sembrato il più convincente. Al di là del suo curriculum (“30 Rock”) ci è piaciuta la capacità di essere, nella prima parte, leggera e poi, nella seconda, di diventare agguerrita e insieme materna. 

Hai lavorato molto per aiutarla a entrare nel personaggio.
In realtà abbiamo fatto poche prove. Lei era già molto preparata e d'altronde il ruolo richiedeva una grande performance fisica. Il punto era capire se avesse l’emotività giusta per interpretare il personaggio. In fase di prova, non aveva senso che gli chiedessi di mostrarmi se sapesse scalare una montagna o saltare sopra il parabrezza di una macchina. Tieni conto che qui parliamo di una categoria di attrici molto professionale. In generale, tendo a provare fino a quando non sono sicuro che gli attori abbiano compreso la parte. Il resto lo lascio al set, e alla possibilità di essere stupito mentre si gira. E’ lì che divento spettatore, sempre in attesa di rimanere meravigliato dalla bravura dei miei attori.


La scorsa volta mi avevi parlato della leggerezza del tuo dispositivo. Con “Monolith” ne dimostri anche la duttilità. Qui emerge il lavoro di un regista eclettico, in grado di adattarsi a uno spazio nuovo senza perdere nulla in termini di efficacia narrativa e capacità delle immagini di raccontare la storia. A questo proposito mi interessava sapere se, prima di iniziare a girare, hai fissato insieme ai tuoi collaboratori quello che sarebbe stato il linguaggio del film,  
Assolutamente si. A parte Lorenzo Ceccotti, è con il direttore della fotografia che ho passato più tempo. Michael Fitz Maurice è autore di famosi spot automobilistici ma è anche uno degli operatori preferiti da Christopher Nolan, per il quale ha  realizzato l’incidente dell’autobus in “The Dark Knight” e la sequenza dei campi di granoturco in “Interstellar”. Con lui abbiamo discusso scena per scena per capire che tipo di estetica volevamo dare al film. A mio vantaggio c’è il fatto di avere una preparazione fotografica che mi permette di essere sempre molto specifico nelle richieste da fare al direttore della fotografia.

Potresti darmi qualche dettaglio tecnico relativo alla vostra collaborazione.
Ti posso dire che abbiamo girato con una Panasonic di ultimissima generazione ,dotata di un dispositivo in grado di girare al buio. Considera che eravamo in una vallata che non poteva essere illuminata, e che quindi la luce che si vede è quella della luna piena. Per questo motivo nelle tre settimane di lavorazione abbiamo fatto coincidere i tempi delle riprese con il periodo in cui la luna si trovava in questa posizione. Per darti un’idea, le sequenze più scure non sono volute, bensì la conseguenza del fatto che la luna era tramontata. Al di là delle scene dedicate alla protagonista, in cui la luce era rafforzata, per le altre, la profondità dello spazio era data dalla presenza della luna. “Monolith” è stato  filmato con tre tipologie di lenti. Avremmo voluto girare tutto in anamorfico, ma, in questo caso, per le riprese all’interno della macchina saremmo andati incontro a problemi ingestibili. Per questo siamo ricorsi all’uso di lenti sferiche, poi sostituite da quelle anamorfiche per gli esterni. Le vintage invece ci sono tornate utili nelle riprese effettuate con la steady-cam, nelle quali mi serviva  un  immagine caratterizzata da una pasta molto sporca.

Tornando all’estetica di “Monolith”, mi accennavi ai film che l’hanno ispirata.
Più che l’estetica, i film che abbiamo visto prima di girare ci sono serviti per costruire la struttura narrativa. Mentre scrivevamo la storia, il nostro faro è stato “Gravity”, per il fatto di raccontare il percorso di una donna coinvolta in un’avventura che diventa anche il modo con cui la protagonista metabolizza il lutto causato dalla morte della figlia. Abbiamo tenuto conto anche di “127 ore” che ha un primo atto da road movie e che poi, dopo l’incidente del protagonista, piomba in una situazione opposta. Poi avevo visto e molto amato “Buried” , anche se stiamo parlando di un film claustrofobico mentre il mio va in direzione opposta. “Locke”, invece, mi ha aiutato a concepire il mondo che ruota attorno alla protagonista, con l’espediente delle telefonate al marito e all’amica da parte di Sandra, simile a quello utilizzato da Steven Knight. 

Il genere è solo uno strumento che utilizzi per raccontare le tue storie oppure il segno del cinema che preferisci.
Amo profondamente il cinema di genere tanto che, se potessi, girerei subito un film di fantascienza, cosa che in Italia è praticamente impossibile. Ciò non vuol dire che non mi piaccia il cinema d’autore e i film di maestri come Kubrick e Lynch,. Però, tanto per dire, l’arte del regista di Twin Peaks”, penso che sia inimitabile, qualcosa a cui è difficile avvicinarsi.

Per concludere volevo chiederti se dopo esserti misurato con le logiche  delle produzioni indipendenti  non ti piacerebbe lavorare in un film con un grosso budget.

In realtà è già successo perché ho finito di girare un lungometraggio dove mi sono potuto sbizzarrire e in cui ho lavorato con Claudio Bisio e altri attori di grande popolarità. Il film è il remake del francese “Les profs”, di Pierre-François Martin-Laval, e racconta di una scuola in cui, per una serie di motivi, in una scuola vengono mandati i professori peggiori d’Italia. L’uscita è prevista all’inizio del prossimo anno.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

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domenica 20 agosto 2017

USS INDIANAPOLIS

USS Indianapolis 
di Mario Van Peebles 
con Nicolas Cage, Tom Sizemore, Thomas Jane 
USA, 2016
genere: azione
durata: 128’


Nel 1945, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, l'incrociatore USS Indianapolis, che trasportava in gran segreto una delle due bombe atomiche destinate a mettere fine al conflitto, venne affondato da un siluro giapponese al largo delle Filippine. Fu un disastro epocale, oltre che uno vergogna terribile per una nave che veniva definita "il carro armato galleggiante" e che si proponeva come un simbolo della potenza bellica americana. “USS Indianapolis” racconta quel naufragio e la figura del capitano Charles Butler McVay, che si trovò a gestire una situazione tragica da ufficiale di Marina, convinto che senza di lui i suoi uomini non contassero niente, ma anche che lui non contasse niente senza di loro. Mario Van Peebles dirige un war disaster movie ambientato in un mare infestato da squali e popolato da un cast di attori di medio livello sotto la guida di un capitano che ha il volto impassibile di Nicolas Cage. Purtroppo “USS Indianapolis” sconta almeno due paragoni ingombranti: quello con “Titanic”, evidente nelle scene del naufragio, e quello con “Sully”, ritratto di un comandante il cui eroismo viene messo in discussione da chi non accetta che un potente mezzo yankee dia pubblica prova della sua fragilità.


La differenza, nel modo in cui vengono raccontate le storie citate, è la cifra autoriale di chi sta dietro la cinepresa. Laddove James Cameron e Clint Eastwood imprimevano alla narrazione la loro personalità cinematografica, Van Peebles allinea una serie di inquadrature convenzionali, di figurine stereotipate e di dialoghi artificiosi che rendono “USS Indianapolis” non tanto un film "vecchio stile", come era nelle intenzioni del regista, quanto un film superato. Il confronto fra la fissità di Nicolas Cage in questo film e la sottigliezza interpretativa di Tom Hanks nel capolavoro di Clint Eastwood risulta ancora più schiacciante. Raccontare la vicenda dell'USS Indianapolis è di per sé meritevole, perché questa storia poco conosciuta nel resto del mondo rappresenta una ferita nella memoria di molti statunitensi: c'era bisogno di ricordare come sono andate veramente le cose e di riabilitare pubblicamente la figura del capitano McVay, come già fece il presidente Clinton nel 2000. Ma proprio per questo sarebbe stato necessario sollevare interrogativi e suscitare riflessioni alte e sintonizzarsi con la dimensione metaforica della storia narrata, facendo leva sull'enorme valenza simbolica di un incrociatore apparentemente inaffondabile, per di più nel contesto di un conflitto mondiale. Van Peebles perde questa occasione, avendo, però il merito di cercare inquadrature originali e di dare spazio ad un cast numeroso che comprende anche Tom Sizemore nei panni di un secondo cattivo e Thomas in quelli di un eroico pilota d'aereo. 
Riccardo Supino

LO FOTO DELLA SETTIMANA

I soliti sospetti di Bryan Singer (USA, 1995)

sabato 19 agosto 2017

WHAT HAPPENED TO MONDAY

What Happened to Monday
di Tommy Wirkola
con Noomi Rapace, Glenn Cloose, Willem Defoe
USA, 2017
genere, thriller, fantascienza
durata, 123'


In mezzo a tanti film d'autore l'odierna edizione del festival di Locarno pare avere riscoperto il cinema di genere. Non solo quello classico, omaggiato attraverso la retrospettiva dedicata al grande Jaques Tourner su cui si è svolta oggi un importante tavola rotonda organizzata da Roberto Turigliatto, ma anche quello meno nobile ma non per questo meno apprezzabile. A tenere alta la bandiera della categoria ci pensa dunque il futuribile "What Happened to Monday", dello stesso Tommy Wirkola che si era messo in evidenza qualche anno fa con la rivisitazione in chiave moderna della fiaba di Hansel e Gretel (Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe, 2013), e che oggi ci racconta di un futuro distopico in cui la crisi del pianeta costringe il sistema a regolare le nascite, impedendo ad ogni nucleo famigliare di avere più di un figlio. Uno status quo che non impedisce eccezioni come quella rappresentata dalle sette sorelle della nostra storia (gemelle e chiamate con un giorno della settimana), impegnate a sfuggire dalle grinfie della Child Allocation Bureau (capeggiata da una Glenn Close in versione Crudelia De Mon) la società incaricata di far rispettare la legge. Per riuscirci le ragazze sono costrette ad assumere la medesima identità ogni qualvolta una di loro abbandona la casa rifugio, utilizzata come centrale di comando a cui fare appello in caso di pericolo.

Distribuito negli Stati Uniti da Netflix a partire dal 18 Agosto e in Italia da Koch Media nel mese di novembre, "Whats Happened to Monday" si avvale della versatilità di Noomi Rapace, la quale, nell'interpretare sette versioni del medesimo personaggio si rende artefice di una performance schizofrenica e totalizzante che la vede passare da una personalità all'altra, coinvolgendo ogni aspetto delle proprie possibilità interpretative (con particolare attenzione al timbro vocale le cui diverse inflessioni aiutano a definire le peculiarità delle singole identità) nel tentativo - invero riuscito - di rendere convincente l'assunto della storia. Come altri film targati Netflix (la realizzazione è però a cura d Raffaella De Laurentis) anche "What Happened to Monday" si presenta con un'estetica da prodotto blockbuster (per la presenza di attori famosi e per la spettacolarità tipica del genere) ma con caratteristiche da produzioni indipendente, soprattutto per quanto riguarda le disponibilità economiche. Ciononostante il punto nodale di un film come quello di Wirkola risiede soprattutto nell'uso che il regista fa dei topoi tipici della fantascienza. Succede, infatti, che nell'impianto action thriller della struttura narrativa le questioni legate agli sviluppi derivati dagli elementi di genere che ruotano attorno alla società immaginata da "What Happened to Monday" sono appena accennati e, si capisce dall'evoluzione della storia, destinati a incidere solamente sul piano del conflitto e delle emozioni che regolano i rapporti tra le parti. Da questo punto di vista il film di Wirkola legittima la sua etichetta di prodotto di consumo, allontanando i contenuti della vicenda da eventuali riflessioni sulle questioni del tempo presente, solitamente trasfigurate nelle forme di organizzazione sociale presenti in questo genere di film fantascienza. Ciò non toglie che il risultato finale sia comunque gradevole e, che "What Happened to Monday" sia in grado di offrire ai fan di Noomi Rapace la possibilità di ammirare il trasformismo di un'attrice che si trova a suo agio sia quando si tratta di impersonare una femminilità intrigante e pericolosa, sia quando a prevalere è il lato più mascolino ed energetico della sua personalità.
(pubblicato su http://ift.tt/1OTkBh2 festival di Locarno 70)

venerdì 18 agosto 2017

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giovedì 17 agosto 2017

IN MEMORIA DI ME

In memoria di me
di Saverio Costanzo
con Filippo Timi, Hristo Jivkov
Italia, 2006
genere, drammatico
durata, 115'


Il titolo del film lasciava intuire qualcosa di diverso: la bellezza delle parole, sintesi perfetta della sospensione che attraversa il cammino verso Dio di un giovane seminarista viene se non cancellata in qualche modo ridotta da una sceneggiatura che sacrifica al rigore della messinscena il tema centrale del film, ovvero la possibilità di ricercare il sacro attraverso un approccio laico e mondano della fede. La presa di coscienza del paradiso terrestre viene descritta con una ricerca stilistica che ricorda Bellocchio nella capacità di descrivere , attraverso una messinscena essenziale ed una scrittura ridotta all’osso, gli stati d'animo dei personaggi, senza averne però la necessaria potenza evocativa. Detto questo non vanno trascurati i meriti di un regista che alla sua seconda opera continua a sfidare regole di mercato e mode pseudo intellettuali prendendo di petto la realtà con una grammatica cinematografica che non ha paura di proporsi in tutte le sue asperità e che riesce a far parlare i suoi attori peraltro bravissimi con la forza di un espressività sofferta e feroce che ricorda i volti Pasoliniani.In memoria di me resta seppur nella sua imperfezione un passaggio necessario per la crescita di un autore che alla pari di Sorrentino fa ben sperare per le future sorti del cinema nazionale. 

mercoledì 16 agosto 2017

MONOLITH

Monolith
di Ivan Silvestrini
con Katrin Bowden, Brandon Jones
Italia, USA, 2017
genere, thriller
durata, 83'


Per quanto anomala nella gestazione produttiva la presenza nel calendario delle uscite italiane di un film come "Monolith" non è per nulla casuale, ma conseguente all'esplosione di interesse che esiste da un po' di tempo a questa parte nei confronti della cinematografia di genere. Un' attenzione che ha portato un colosso come Rai Cinema a investire una parte dei suoi soldi nello sviluppo di questo tipo di progetti , e, per esempio, un festival colto e cinefilo qual'è Locarno, a selezionare - in concorso e non - un folto numero di lungometraggi dedicati a questa tipologia di cinema. La continuità del contesto in cui si inserisce il film di Ivan Silvestrini non deve però farne dimenticare l'eccezionalità del percorso realizzativo. "Monolith", infatti, parte da un'idea (e dall'omonima graphic novel) di Roberto Recchioni, figura di riferimento del fumetto italiano per l'attività di curatore e sceneggiatore della Bonelli Editore, dove, tra le altre cose, ha sostituito Tiziano Sclavi alla guida della serie dedicata a Dylan Dog. Trasferito sul grande schermo il soggetto di Recchioni diventa la sceneggiatura di un film (scritto dallo stesso regista insieme a Mauro Uzze, Elena Bucaccio e Stefano Sardo) indipendente, girato interamente negli Stati Uniti e interpretato da attori locali. La vicenda di "Monolith" si basa sul paradosso rappresentato dalla presunta perfettibilità dell'automobile (la Monolith del titolo) sulla quale viaggiano Sandra e il suo figlioletto. Super accessoriata e concepita per salvaguardare l'incolumità dei passeggeri, a causa di un guasto del sistema di bordo, la Monolith,, si trasforma in una sorta di prigione per il bambino della donna, la quale, sola e in mezzo al deserto, dovrà trovare il modo di farlo uscire dall'abitacolo prima che sia troppo tardi.

Strutturato come un action thriller, in cui la tensione nasce non solo dal fatto che la protagonista si ritrova a combattere contro un nemico tanto letale quanto invisibile, ma soprattutto per la corsa contro il tempo che scandisce la progressione narrativa della vicenda, "Monolith" nella sua forma da road movienon si sottrae al compito di mettere in scena il "romanzo di formazione" del suo personaggio. Sandra (la brava Katrina Bowden) , infatti, all'inizio della storia appare una persona indecisa e poco sicura , tanto come moglie alle prese con un matrimonio che non riesce a gestire (il marito Carl è sempre lontano da casa e forse la tradisce), quanto come madre, inseguita dai fantasmi del proprio passato, e tormentata dalla ansie tipiche di chi è appena diventato genitore. In questo modo, quelle che potrebbero sembrare delle sequenze riempitivo, e ci riferiamo per esempio all'inserto in cui, disturbata dai propri fan, l'ex cantante è costretta a rimettersi velocemente in marcia, diventano il realtà il parametro su cui misurare la metamorfosi della donna. La quale, messa di fronte alle proprie paure (quella di perdere il figlio) fa ricorso al proprio istinto di conservazione, escogitando una serie di espedienti che sono allo stesso tempo gli snodi narrativi attraverso cui si sviluppa la trama e gli step di una presa di coscienza, in cui l'acquisizione della necessaria autostima da parte di Sandra deriva dal superamento delle difficoltà che si presentano al suo cospetto. 


Alla pari di "2Nights", l'ottimo Silvestrini - che si è fatto le ossa come regista di web series - riesce con pochi elementi a creare un universo coerente ed appassionante, dove questa volta a farla da padrone non è l'abitacolo della macchina all'interno della quale si confrontavano i personaggi di Matilde Gioli e Matteo Martari, bensi lo spazio esterno ad essa. Ed è proprio la capacità che ha Silvestrini di filmare il paesaggio americano, facendone contemporaneamente il territorio dove si svolge l'azione e il luogo attraverso il quale si compie l'escursione esistenziale della protagonista, a rendere "Monolith" un film pienamente connesso con il genere di riferimento e pure con la realtà che racconta. Esemplare, a riguardo, è la gestione delle pause che separano la ripresa delle operazioni, soprattutto nella seconda parte, caratterizzate da immagini in campo lungo e lunghissimo, dove la compenetrazione tra la figura di Sandra e la morfologia della natura desertica diventano il segno della armonia interiore finalmente raggiunta dalla protagonista. Penalizzato dalla data d'uscita, "Monolith" è cinema d'autore che intrattiene e diverte. Senza dimenticare che , nel presentarsi come la storia di una donna costretta ad assumersi competenze e responsabilità prettamente maschili, il film di Silvestrini coglie come meglio non si potrebbe lo spirito del proprio tempo.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)