giovedì 1 agosto 2019

CITIES OF LAST THINGS

Regia di Wi Ding Ho
con Lu Huang, Louise Grinberg, Kuo-Chu Chang, Lee Hong-Chi
Taiwan, Francia, 2018
Genere Drammatico
durata 107 minuti.


Prodotto da Netflix, il nuovo film di Wi Ding Ho, “Cities of last things” è una sorta di viaggio, metaforico e non, nella vita di una persona, l’ex poliziotto Lao Zhang. In un tempo distopico l’uomo cammina a ritroso nella sua vita (e lo spettatore con lui) e, attraversando vari momenti e varie situazioni, decide di vendicarsi dei torti subiti e saldare i conti in sospeso.
Il protagonista ripercorre, in un certo senso, le tappe fondamentali della propria vita attraverso le persone che, per un motivo o per un altro, in positivo o in negativo, lo hanno portato a compiere determinate scelte. Per questo motivo lo vediamo, inizialmente, adulto mentre cerca conforto in ragazze più giovani, e poi, pian piano, sempre più giovane e incosciente.
Sicuramente un film complesso, che innesca un meccanismo particolare nel pubblico che lo segue, è anche una sorta di mescolanza di più generi. L’ambientazione, distopica e fantascientifica che sembra rimandare a “Blade Runner”, si interseca alla perfezione con il thriller che fa da sfondo alla storia. Anche un pizzico di denuncia sociale si può riscontrare nei toni dark utilizzati dal regista, ma non solo. Le motivazioni che portano Lao Zhang a compiere determinati gesti e, soprattutto, a meditare vendetta sono indubbiamente legate a una società che sembra essere uscita dai propri binari.
Diversi i riferimenti cinematografici e non che Wi Ding Ho riprende, uno su tutti il regista Wong Kar Wai e il suo “In the mood for love”, attraverso varie scelte stilistiche.
In ogni caso, tornando alla composizione e alla struttura della pellicola, la decisione di andare indietro temporalmente permette allo spettatore di conoscere meglio il personaggio che vede sullo schermo perché non deve preoccuparsi di sapere cosa succederà in futuro o temere per il suo destino. L’unica cosa che deve fare è limitarsi a capire il motivo di determinate scelte che lo hanno portato ad essere quello che è. Paradossalmente, quindi, si è più vicini a un personaggio del genere se la storia che lo vede coinvolto è così costruita.

Peccato, però, che il collegamento fra i vari segmenti temporali non sia così ben congegnato, ma anzi porti a pensare che il protagonista non sia più una sola e unica persona. Soltanto alla fine si comprende a pieno ciò che il regista voleva dire perché la conclusione sembra praticamente la chiusura di un cerchio e l’elaborazione di quanto avvenuto nel corso della vita della stessa persona.
Nessuno può sfuggire al proprio destino. Ed è questo che Wi Ding Ho cerca di dire allo spettatore ogni volta che, apparentemente, si chiude una storia. Le “sequenze” che vive il protagonista sono collegate tra loro non perché lo vedano partecipe o perché siano legate temporalmente, ma perché in ognuna sembra ripetersi, per certi aspetti, lo stesso iter.
Veronica Ranocchi

sabato 27 luglio 2019

INVISIBILI: THE LURE


The lure/Córki dancigu
di, Agnieszka Smoczyńska
con, Marta Mazurek, Michalina Olszańska, Kinga Preis, Jakub Gierszał, Andrzej Konopka, Zygmunt Malanowicz 
Polonia, 2015
genere, musicale, drammatico
durata, 92’


E se dicessi - non aspetterò !
E se spalancassi i cancelli di carne -
Li oltrepassassi per evadere - verso di te !
- E. Dickinson -


Da sempre uno dei caratteri davvero sorprendenti riscontrabili nell’universo cinematografico popolato da creature favolose - a loro volta origine, custodi e testimoni di un folklore che con silenziosa caparbietà continua a opporsi alla cancrena a-decorso-indefinito del materialismo - è la sua abilità di insinuarsi nelle pieghe dell’ordinario nella forma di una promessa, allo stesso tempo perentoria, invitante e, non di rado, insidiosa. Dettaglio, il predetto, tutt’altro che marginale se si prova a pensare quanto il tragitto opposto - a dire, quello che mira a elevare il dato di realtà a un grado tale di trasfigurazione da forzarne i limiti oltre i suoi confini consueti - sia spesso impervio se non, semplicemente, impraticabile. Tale sproporzione assume poi toni paradossali - ma, per fortuna, anche divertenti - se ci si sofferma sulla varietà di sfumature che il mondo alternativo del fantastico è in grado di declinare una volta venuto a contatto col prosaico dell’esperienza umana. Testimonianza, tra le disparate, ne è il lavoro di esordio della regista di Wroclaw Agnieszka Smoczyńska, abile a convogliare la tradizione e la classicità legate a una figura oramai impressa nell’immaginario collettivo, quale quella della Sirena, in virtù della fiaba anderseniana e delle successive incarnazioni animate e di celluloide, in un precipitato dinamico, acrilico e insinuante, in agile sintonia con la favola nera, il romanzo di formazione, languori adolescenziali, scampoli horror e di sensibilità camp, secondo il ritmo e gli umori del musical.

Date siffatte premesse, è persino scontato che le protagoniste di questa storia, Silver-Srebna/Mazurek e Golden-Zlota/Olszańska (tra l’altro, capricciosamente restie alla riconoscibilità che attribuirebbe loro una intuitiva fisionomia a partire dalla semplice suggestione dei patronimici: a dire che qui Golden identifica la bruna, mentre Silver connota la bionda), sirene ragazzine dal canto melodioso e metà corpo a misura di pesce (nel caso, di murena, con tanto di ostio vaginale ispezionato al momento di dare sfogo alla curiosità umana che mescola morboso, repulsione e meraviglia affidando al responso tattile il superamento della diffidenza che sempre avvolge il diverso), appena emerse dalle acque prossime a un night/strip-club, siano ingaggiate come attrazione, pronuba l’intercessione del trio musicale di punta del locale medesimo - Krysia/Preis, Mietek/Gierszał e Perkusista/Konopka - dal suo rattuso gestore, Kierownik sali/Malanowicz, in un tripudio di dance elettronica tardi anni ’70 (non manca, per dire, un’interpretazione di I feel love di Summer/Moroder da parte del volenteroso terzetto), ammicchi loliteschi, lepidezze (“Dove avete imparato il polacco ?” Risposta: “In Bulgaria”), voyeurismo impotente, pruriti soft-core, costumi improbabili, balletti in odore di Pro loco, testi dei brani musicali al contrario sovente in felice equilibrio tra spleen esistenziale, svenevolezze e caricatura beffarda di un sistema di vita, quello capitalistico, intravisto ma già in sospetto di rappresentare, con il suo denaro, le sue merci, la sua spensieratezza cretina, null’altro che la maschera terminale del vuoto, ossia l’ennesimo sollazzo per la Morte: tutto a mollo nella versione sgargiante e acidula di quella mestizia obituariale a un passo dalla catastrofe tipica dell’est Europa.


Dapprima acconce di buon grado al ruolo ascrittole di discinte guastatrici, Silver e Golden non tardano a calibrare la propria attitudine seduttiva ad appetiti ben più cogenti e atavici, quelli che la Smoczyńska conserva e attualizza dal mito (le ragazze, una volta sulla terraferma e assunto aspetto umano, riguadagnano la status ibrido previa aspersione degli arti inferiori; contestualmente riemerge la loro indole predatrice, nel caso esemplificata da una fitta dentatura aguzza della quale fanno le spese malcapitati troppo intraprendenti; in caso di innamoramento e mancata reciprocità di affetti il rischio è quello di dissolversi in spuma marina; la trasformazione definitiva da inquilino degli abissi a bipede sapiens è possibile ma può essere irreversibile, et.), irrobustendoli con una componente allusiva tanto urgente nella sua concretezza materica quanto straniante nei modi della sua rappresentazione. Si rincorrono, cioè, nell’eclettismo e nell’inventiva della messinscena, nella rutilanza di norma scientemente a un passo dalla parodia e dal sentimentalismo stucchevole, come nell’erotismo posticcio dei numeri musicali - gli uni e gli altri ad attenuare in parte l’andamento ondivago e frammentario della narrazione - echi, suggestioni e modelli di una visione squisitamente femminile del mondo - le volubilità, gli abbandoni e le ripulse nei suoi confronti - all’interno della quale entrano in gioco la scoperta del corpo, i di lui mutamenti nel passaggio dalla fanciullezza alla pubertà, così come lo slancio ambivalente tra il piacere di sentirsi desiderati e il rifiuto al pensiero di ridursi a mero trastullo di questo slancio, e quindi l’insoddisfazione e il disgusto verso una consuetudine maschile avvinta nei suoi piccoli cabotaggi, tante volte soddisfatta della propria imbecillità e miseria morale, vissuta come ostacolo al libero dispiegarsi dell’estro vitale e dell’immaginazione di cui Silver e Golden nello specifico, e la figura della sirena in generale, incarnano alla lettera i presupposti e gli estremi. Del resto, la stessa recente ricorsività di questa creatura di confine in opere che indagano il disagio della crescita, l’affacciarsi del corpo su un amalgama di reazioni chimico-fisiche che non risponde unicamente agli ukase biologici della sopravvivenza, le antinomie psicologiche generate da un contesto sociale che prescrive ancora, sotto mentite spoglie egualitarie, comportamenti gregari, sta a testimoniarne al contempo la malleabilità letteraria e la propensione a risuonare nella modernità in ragione di uno spettro di varianti tanto ampio quanto articolato. Se infatti, e solo per fare un esempio a portata di mano, per la Mia di “Blue my mind” della Brühlmann (vd.), la progressiva scoperta della propria vera natura va a confliggere con un travagliato percorso di accettazione e affermazione di sé, per la coppia tratteggiata dall’autrice polacca le pulsioni e le ambiguità insite in un essere vivente in bilico tra due specie (Silver e Golden sono, alternativamente epperò in sapida contraddizione, arrendevoli e manipolatrici, maliarde e aggressive, soavi e ferine, altruiste e crudeli) fungono da carica esplosiva piazzata al centro di un microcosmo - metonimia in sedicesimo dell’edificio sociale tutto - tarato sul grigiore e sulla menzogna (il rapporto sfinito tra Krysia e Perkusista), sull’avidità (Kierownik sali, padre-padrone del locale) e sull’inganno (Mietek lusinga, disprezza apertamente e infine tradisce Silver-Srebna), in relazione alla quale il sostrato ridanciano, déraciné e glitterato non è che la miccia che, alla fine, qualcuno si prende la briga di accendere.


Anche per tale motivo “The lure” convince di più quando si arrischia e indulge sull’equilibrio precario che separa provocazione e sberleffo, quando ostenta la fascinazione per certi versi ingenua per il proprio edonismo ruspante, quell’infantile e gioiosa capacità di sublimare il presente irridendolo, prima che i rapporti di forza quantitativi, le trappole della passione e financo i sottotesti edificanti della fabula pretendano il ristabilimento di un ordine purchessia.
TFK

ROY BATTY




Non è la prima volta che muore una persona. Non è la prima volta che muore un attore. Ma forse è la prima volta che muore qualcuno che era già morto trentasette anni prima. Ed era morto pure male. Di certo è la prima volta che muore per la seconda volta un tale che morendo per la prima volta, pronuncia una delle frasi più celebri di tutta la storia del cinema e del junghiano “immaginario collettivo”. 
Una frase che non potrà, che non dovrà essere più ripetuta, per mesi, anni, finché il cuore non trovi quiete, senza apparire blasfemia contro ciò che di più sacro umani e androidi possiedono: la capacità di sognare pecore elettriche. 
Quelle parole, quella frase, quella poesia, sono state pronunciate per decenni, e mai, mai, hanno subito il logorio del tempo, l’inflazione della stolidità con cui venivano ripetute, scritte su tazze o magliette, gadget e portachiavi. Troppa potenza in quelle parole perché anche il postmodernismo liquido le sciogliesse, disperdendole come nafta nelle pozzanghere. 
Ma ora è il tempo del silenzio, di impacchettare il sole, di dare un osso ai cani per non farli abbaiare, di chiudere la luna in una scatola, di fermare gli orologi. 
Ora è il momento in cui quella lurida assassina, quell’infame e immorale mostruosità che chiamiamo “realtà”, è venuta a infilarsi nel ventre della pecora elettrica, come un punteruolo affilato. Come fa sempre, come ogni maledetto giorno della sua esistenza. 
Il prestigio è svelato, oggi vediamo una fila di vasche piene di Angier annegati. 
Abracadabra. 

Roy Batty – data di termine 2019

Lidia Zitara

giovedì 25 luglio 2019

CONFERENZA STAMPA VENEZIA 76



Tanti i grandi nomi quest’anno a Venezia. E tanta l’attesa.
La presentazione ufficiale, avvenuta giovedì 25 luglio al Cinema Moderno di Roma, ha visto la presenza di tutti gli addetti ai lavori che hanno seguito attentamente le parole del presidente Baratta e del direttore Barbera.
Dopo una breve introduzione da parte del primo, la parola è passata al secondo che ha elencato tutti i film che saranno presenti al Festival, dalla sezione Biennale College Cinema a quella “Venice VR”, da “Venezia Classici Documentari” all’evento speciale che vedrà la proiezione della pellicola “Bu San (Goodbye, Dragon Inn) del regista Tsai Ming-Liang, uscita nel 2003. Sono stati, poi, presentati i film della sezione “Sconfini”, quelli della sezione “Orizzonti”, sia corto che lungometraggi, quelli fuori concorso e, infine, quelli in concorso per il Leone d’Oro. Questi, nell’ordine, saranno “La vérité” di Kore-Eda Hirokazu che sarà il film d’apertura della mostra, “The perfect candidate” di Haifaa Al-Mansour che torna a raccontare la condizione femminile attraverso un film, “Om Det Oändliga” (About Endlessness) di Roy Andersson, “Wasp Network” di Olivier Assayas, “”Marriage Story” di Noah Baumbach, “Guest of Honour” di Atom Egoyan che ritorna sul tema dei sensi di colpa e dei rapporti tra genitori e figli, “Ad Astra” di James Gray, uno dei film più attesi e la prima volta che il regista si cimenta con un film di genere di fantascienza, “A Herdade” di Tiago Guedes, la storia di una grande famiglia patriarcale sullo sfondo della storia del Portogallo che rimanda a “Novecento” di Bertolucci, “Gloria Mundi” di Robert Guédiguian, “Waiting for the Barbarians” di Ciro Guerra, “Ema” di Pablo Larraín, altro ritratto femminile dopo “Jackie”, “Lan Xin Da Ju Yuan” (Saturday fiction) di Lou Ye per la prima volta a Venezia, “Martin Eden” di Pietro Marcello, la trasposizione di un capolavoro letterario “reinventato” giocando con luogo e tempo, “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco, indagine antropologica sulla Sicilia e su Palermo, “The painted bird” di Václav Marhoul, la storia di un ragazzino con genitori ebrei che cercano di salvarlo in qualche modo, “Il sindaco del rione sanità” di Mario Martone, “Babyteeth” di Shannon Murphy al suo esordio, “Joker” di Todd Phillips che sulla carta è uno spin off dei film di “Batman”, ma più dark, “J’accuse” di Roman Polanski sul caso Dreyfus, “The laundromat” di Steven Soderbergh e, infine, il film d’animazione “Ji Yuan Tai Qi Hao” (No. 7 cherry lane) di Yonfan.
Da segnalare tra i titoli fuori concorso “Irréversible – Inversion Intégrale” di Gaspar Noé con Monica Bellucci e Vincent Cassel e la presentazione di due serie tv, “Zerozerozero” di Stefano Sollima e il ritorno in laguna di Paolo Sorrentino con “The New Pope”. Tra gli altri titoli “The King” di David Mchôd, con Timothée Chalamet nel ruolo di Enrico V, ma anche alcuni registi italiani, tra i quali Salvatores, Capotondi e Archibugi.
Non resta, quindi, che gustarsi tutti questi film e questa 76esima edizione.
Vronica Ranocchi

mercoledì 24 luglio 2019

CULT: VIDEODROME


Videodrome
di David Cronenberg
con James Woods, Deborah Harry, Sonja Smits
Canada 1983
genere, orrore, fantascienza
durata, 87’

Film dalla gestazione difficile, tanto che Cronenberg iniziò a lavorarci già nella prima metà degli anni Settanta quando scrisse una prima bozza dal titolo Network of Blood, Videodrome è probabilmente l’opera manifesto del cineasta canadese che qui porta all’estremo la riflessione sul corpo ma soprattutto sul cinema, sui mass-media e i loro effetti. Allucinatorio, labirintico ma allo stesso tempo lucido e metodico Videodrome porta con se mille riferimenti, dal Burroughs de La Rivolizione Elettronica, a Debord, a Macluhan,  con  accenni anche ad alcune teorie riguardanti il potere delle comunicazioni, come per esempio quella dell’ agenda setting. Cronenberg narra la storia di Max Renn, presidente della piccola emittente televisiva Canale 83, che alla ricerca di nuovi programmi per la propria piattaforma si imbatte in un segnale clandestino che trasmette immagini di torture e sevizie, rimanendone completamente soggiogato. Inizia così un viaggio alla ricerca della fonte di questa trasmissione che lo porterà in uno stato di completa incertezza in cui è impossibile percepire cosa sia reale e cosa no, perché, citando il Professor O’Blivion, uno dei personaggi del film, “Lo schermo televisivo è ormai il vero unico occhio dell’uomo … La televisione è la realtà, e la realtà è meno della televisione”. 

Cronenberg costruisce un’opera riguardante il consumo delle immagini, indagando a fondo sul ruolo che lo spettatore assume di fronte ad esse. Quest’ultimo è portato a rinascere in una “nuova carne” ibridandosi con lo schermo televisivo, capace di modificarne lo stato percettivo. Perfetta in tal senso ed estremamente rappresentativa è la scena in cui James Wood, alias Max, viene completamente assorbito dalla tv in una specie di amplesso elettronico dal fortissimo significato. L’incertezza su cosa sia reale e cosa no aleggia comunque per tutta la durata del film ed è magistralmente costruita grazie alle magnifiche scelte registiche dell’autore che continua a variare i punti di vista della narrazione, quasi a voler applicare questa indeterminatezza anche al linguaggio cinematografico in una sorta di danza macabra che porta lo spettatore ora a dubitare ora ad accettare ciò che vede a seconda dello sguardo proposto. Non sempre siamo di fronte ad una narrazione onnisciente e non è un caso che film si apra con un Max mezzo addormentato svegliato proprio dalla tv, quasi a suggerire che il tutto sia in realtà frutto della sua fantasia, un lunghissimo sogno o un’allucinazione che lo vede come protagonista. Anche il finale, ancor più surreale, in cui James Wood decide di “rinascere” suicidandosi dopo aver visto se stesso farlo alla televisione suggerirebbe una tale lettura, oltre a porci il dubbio su che tipo di attori ci trasformiamo di fronte al bombardamento di immagini. Siamo attivi o passivi?  Tutto questo però non scalfisce la forza dell’indagine del regista, pronto a riflettere sul rapporto ambivalente di repulsione e fascinazione che il corpo dello spettatore prova di fronte a ciò che viene riprodotto davanti a lui. In definitiva Cronenberg ci suggerisce di rinascere proprio come consumatori di immagini, perché ormai di fronte ad esse non possiamo più sapere se queste siano reali o meno. “lunga vita alla nuova carne!!”.
Andrea Ravasi


martedì 23 luglio 2019

SERENITY

Serenity – L’isola dell’inganno
di Steven Knight
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Djimon Hounsou
USA, 2019
genere, drammatico, thriller
durata, 106’

Matthew McConaughey e Anne Hathaway sono i protagonisti del nuovo film di Steven Knight, anche se, in realtà, il vero protagonista è un altro personaggio.

Baker Dill è un uomo che si è trasferito su un’isola al largo della Florida e si dedica quotidianamente alla pesca. Molto spesso, durante i suoi continui viaggi con l’amico Duke, si presenta la sua ossessione: catturare un tonno gigante che, puntualmente, gli sfugge. Tutto sembra andare sempre allo stesso modo, finché non arriva sull’isola la ex moglie di John, Karen, che gli farà una proposta importante, dalla quale dipenderà la sorte non solo del protagonista, ma anche di tutti gli altri personaggi.

Etichettato come thriller, il film è un grande gioco e una grande trappola nella quale lo spettatore è costretto a cadere e rimanere intrappolato. Sembra, in un certo modo, voler strizzare l’occhio ad altri film, uno su tutti “The Truman Show”, ma lo fa in maniera diversa, talvolta riuscita, altre volte meno.I personaggi, forse fin troppo stereotipati, non riescono del tutto a emergere e creare grande aspettativa nel pubblico. Tutto sembra già scritto e prevedibile, a partire dal personaggio più ambiguo, il venditore che segue ossessivamente il protagonista per potergli parlare.

Nonostante questo c’è un tentativo da parte del regista di mostrare un film diverso dal solito che metta in luce caratteristiche ed elementi particolari che, però, sono fin troppo evidenti e non permettono che si crei l’effetto sorpresa. Lo spettatore, infatti, sa benissimo cosa aspettarsi fin dal primo istante, ma segue con attenzione e interesse la storia perché riesce a mescolare ed amalgamare situazioni diverse, soprattutto dal punto di vista temporale. L’ambientazione e i colori sembrano alludere a un passato, non troppo lontano, ma comunque passato, ma alcuni riferimenti catapultano nuovamente il pubblico nel presente. Allo stesso modo vengono mescolate realtà e finzione in un vero e proprio gioco del quale anche lo spettatore stesso è una pedina.
Veronica Ranocchi

venerdì 19 luglio 2019

RUBEN BRANDT COLLECTOR

Ruben Brandt, Collector
di Milorad Krstic
Ungheria, 2018
genere, animazione
durata, 96’


Molto particolare e diverso dal solito, soprattutto dal classico film di animazione, “Ruben Brandt, Collector” si presenta fin da subito con degli strani disegni, quasi disturbanti per certi versi.
La storia è quella di Ruben Brandt, uno psicoterapista che deve “combattere” contro dei veri e propri incubi, come ci viene mostrata fin dalla prima sequenza. Inizialmente, infatti, si ha la sensazione di essere catapultati in qualcosa di completamente assurdo e impensabile. Solo in un secondo momento capiamo come stanno veramente le cose.
L’unico modo che Ruben ha a disposizione per impedire a questi brutti sogni di avere il sopravvento è quello di rubare 25 tra i dipinti più famosi al mondo. E lo fa insieme alla sua banda che si reca nelle grandi città con i musei che possiedono tali opere.
Il problema nasce nel momento in cui diventano i criminali più ricercati al mondo e il detective privato Mike Kowalski si mette sulle loro tracce per stanarli e aggiudicarsi la taglia sulle loro teste.
Al di là dei continui riferimenti, inevitabili, all’arte, ci sono da segnalare anche le musiche, molto intense che accompagnano ogni momento del film.
E’ indubbiamente un film che rende omaggio alla pittura e all’arte con le proprie personali rappresentazioni e visioni dei vari quadri, ma, al tempo stesso, è come se commentasse e provasse ad entrare dentro l’opera e, per quanto possibile, dentro l’artista che l’ha realizzata.
Mentre il regista cerca di dare la propria valutazione alle opere cercando di non distrarre troppo lo spettatore, grazie alla sua rappresentazione dei personaggi ai limiti dell’assurdo, si prende, in qualche modo, gioco della psicanalisi e di tutto ciò che ne deriva. Attraverso il protagonista e le sue scelte, sembra quasi che voglia sminuire e ironizzare una materia e una scienza che, invece, dovrebbe avere la stessa valenza delle arti.
Veronica Ranocchi