domenica 7 luglio 2019

TOO OLD TO DIE YOUNG


Too old to die young
di: Nicolas Winding Refn
ideato e scritto da: Nicolas Winding Refn ed Ed Brubaker
con: Miles Teller, John Hawkes, Augusto Aguilera, Cristina Rodlo, Jena Malone, Nell Tiger Free, William Baldwin, Carlotta Montanari, Hart Bochner
Stagione I - Ep. I/X -
- USA 2019 -
[durata: 755’ ca.]




There never was a truth to be found
We are all bigots so full of hatred
We release our poisons
- Fugazi -



Sensus finis. Il mondo vuoto. I mondi sottili intravisti grazie alle analogie inquiete che emergono dai Trionfi dei Tarocchi. Il Crimine. La Giustizia imbelle. Una Polizia di pagliacci. La San Fernando Valley. Una Nazione orgogliosamente torpida e brutale. Nemmeno tanto lontano, il Cartello che si svecchia e via via prende l’impronta di un nuovo jefe, taciturno e perverso: Jesus. La Morte che appare in una caverna e nuda attraversa il deserto. Yaritza, la Sacerdotisa de la Muerte. Riequilibrare le sorti dei vari mondi applicando l’arte in cui eccelle. Il detective Martin Jones. Uccidere silenziosamente. A lato, Janey - the 17 years old art school girl - le sembianze ingannevoli di una inesistente innocenza. La presunta possibilità di scegliere. L’ex agente FBI Viggo, killer in dialisi. Uccidere silenziosamente. Il disgusto incontra lo sfinimento. Diana, responsabile del programma per le vittime di crimini violenti. Il mandato/missione di uccidere silenziosamente. Il Diavolo trova sempre qualcosa da fare a mani impazienti. L’uomo, marionetta servile. La donna, primo cavaliere della Fine. E’ come non avere più il controllo sulla propria vita. Le donne sono così. Il male assoluto. Femmine tossiche e ricattatrici. Maschi cripto-pedofili e torturatori. Mettere entrambi nelle condizioni di non nuocere più. I segni dei tempi. Schegge di futuro-presente. Feticismo, incesto, pornografia, necrofilia, sadismo, negromanzia, schiavitù dal denaro, volontà di sterminio dentro arredi sontuosi e inerti, sensuali e atrofizzati. La fine del nostro modo di vivere. La necessità della fine del nostro modo di vivere.

“Too old to die young”: Barry Manilow (e a NWR) = Sooner murder an infant in its cradle than nurse unacted desires : William Blake. In entrambi i casi, una resa inconcludente. Silenzi infiniti ma minacciosi. Impronte di uno sgargiante realismo sepolcrale e sinistra ipertrofia barocca. Loop pittorici contemplativi. Nel flusso, il rosso, il blu ma anche il verde e il celeste. Un viola inumano. Darius Khondji e Diego Garcia. Inquadrature impassibili in cui si riflette l’ombra della vita, il suo approssimarsi al “Trionfo della Morte” di Palazzo Abatellis. Così i visi, sculture interiori nel segno di Velazquez e di Lucian Freud. Il seducente manierismo di lenti movimenti laterali della mdp. Il Tempo, la sua esasperazione, il suo stridere improvviso nel metallo avvolgente delle partiture di Cliff Martinez. La ricapitolazione dilatata di un’intera poetica. L’imporsi dell’evidenza crudele dell’immagine. Qualcosa che è già qui e non ha intenzione di andarsene.

Presto la violenza diventerà erotica, la tortura darà euforia, mentre le masse saluteranno con gioia le esecuzioni pubbliche, spinte dall’ira del fascismo. Verranno ricostruiti i campi di concentramento, l’ignoranza sarà glorificata. Ci saranno guerre razziali. L’odio verrà ricompensato e considerato qualcosa di autenticamente bello. La fede si ridurrà a uno stereotipo velenoso, una costruzione del pensiero alimentata dalla morfina. La perversione sarà nobilitata. L’incesto, le molestie, la pedofilia saranno lodati. Gli stupratori saranno premiati. Pochi avranno tutto e la maggior parte non avrà niente, perché gli uomini non sono stati creati uguali. Il narcisismo non sarà più represso ma venerato come virtù. Soddisfare i propri impulsi diverrà puro istinto. Le nostre identità saranno definite dal dolore che riusciremo a infliggere. Il nichilismo puro, genuino sarà l’unica soluzione di fronte alla Morte gloriosa. Col passare del tempo avremo la nostra religione, la nostra dinastia e con esse ridesteremo la vera furia del mondo. E mentre l’uomo affogherà in un bagno di sangue e silenzio, emergerà una nuova mutazione. E, quel giorno, dichiarerò l’alba dell’innocenza… 

Verrà la Morte e avrà i tuoi occhi: neri, bellissimi e vacui.

TFK

lunedì 1 luglio 2019

LA PERFORMANCE DEL DESIDERIO: CONVERSAZIONE CON ADELE TULLI, REGISTA DI NORMAL



In concorso nella sezione Panorama della scorsa Berlinale, e presentato negli scorsi giorni al Festival “Orlando” di Bergamo dove ha ricevuto una menzione speciale dalla Giuria giovani, Normal riflette sul significato di normalità raccontando una giungla di segni destinati a delineare un'autentica performance del desiderio. Nel farlo, Adele Tulli rinuncia a commenti e spiegazioni, cortocircuitando il reale attraverso la forza della propria visione



Diversamente da altre volte, mi piace iniziare a parlare di Normal prendendo spunto dalla locandina e, in particolare, dall’immagine della giostra; una giostra che, complice anche l’ambientazione notturna e il gioco di luci, assomiglia a un’astronave spaziale. Una modalità di rappresentazione, questa, che in parte sembra voler sconfessare il significato del titolo.

Il titolo è come se nascondesse implicitamente un punto interrogativo, quindi il film è proprio pensato per interrogare in qualche modo il quotidiano. È un film che non racconta storie di persone e di personaggi ma prova a interrogare ciò che ci circonda nel senso più nascosto e che influenza le nostre vite. Quindi, era il tentativo di fare una riflessione sui meccanismi sociali e sulle norme che regolano i nostri gesti e comportamenti. Dunque, il titolo parte dall’idea di fare una riflessione su ciò che viene considerato la norma e provare a interrogarla.

Il film è organizzato per quadri successivi all’interno dei quali la tendenza è quella di svelare un poco alla volta, e solo in parte, il contesto e le persone da cui essi hanno origine. Eliminare riferimenti e spiegazioni sembra anche il modo di disfarsi delle sovrastrutture che sono proprie della rappresentazione per immagini.

Sì. Infatti, la volontà è quella di non spiegare troppo, e anche per questo ho deciso di eliminare quasi del tutto la parola, quindi le interviste o i commenti. Non volevo fare un film di spiegazioni ma di associazioni, quindi un film come esperienza immersiva, in cui guardando tutta una serie di situazioni ordinarie e comuni che ci circondano e nell’associazione di queste – e nel vedere come sono collegate anche attraverso le fasi della vita – si provasse a riflettere su quello che spesso rimane nascosto perché normalizzato, perché quotidiano e dunque invisibile agli occhi. L’idea dei quadri è proprio collegata al fatto che io non volevo fare un film che raccontasse esperienze individuali, di specifiche persone che articolassero il modo di vivere, il loro genere o la loro sessualità. Volevo provare a fare un film sull’esperienza collettiva, sui comportamenti, sulle interazioni, sui gesti quotidiani, attraverso cui assumiamo in genere dei ruoli, e quindi il mosaico aiuta questa immersione in un’esperienza collettiva in cui non ci sono singoli protagonisti, ma in cui, in qualche modo, lo diventiamo tutti nel guardarlo. Cerco di far scaturire una riflessione anche nello spettatore che può mettersi in discussione in prima persona.

Infatti, a essere protagonista non sono i singoli personaggi ma l’esistenza umana, ritratta nelle sue diverse età. Non a caso il film parte dall’origine della vita, attraverso le immagini delle donne incinte che fanno ginnastica in piscina, per poi proseguire fino al raggiungimento della fase adulta.

Si, quello è l’unico arco narrativo che abbiamo tenuto nella struttura del montaggio.

La decisione di aprire e chiudere con immagini che si rifanno alla primogenitura e, in particolare, al legame ancestrale tra madre e figlio rimanda a una condizione di uguaglianza che viene prima delle differenze sessuali, culturali, lavorative, famigliari.

Diciamo che quella chiusura suggerisce una ciclicità di alcuni meccanismi che si perpetuano, però, d’altro canto, c’è anche un discorso che nel film tento di fare, ossia quello di quanto alcune fragilità umane ci accomunino. Confrontarsi con una serie di standard, di modelli e riferimenti culturali condiziona le esistenze e la difficoltà di confrontarcisi, di farci i conti, a volte standone dentro, a volte provando a starne fuori. Questo confronto costante con quelli che sono gli status di riferimento crea un cortocircuito interno a ognuno di noi. Da qualche parte dobbiamo negoziare la nostra identità con quelle aspettative sociali. Questo mette in luce la grande fragilità che ci accomuna.

Infatti, nelle singole immagini c’è sempre la compresenza tra ciò che siamo in termini di passioni, desideri, sentimenti e quello che invece ci viene attribuito da fattori esterni ad essi. In definitiva, mi sembra che ogni sequenza sia costruita sul rapporto dialettico tra uguaglianza e diversità.

Diciamo che questo doppio livello che ho cercato di tenere nel film era importante perché in qualche modo mi permetteva di bilanciare due diverse posizioni: da una parte quella data dal calore, dalla vicinanza e dall’empatia verso una condizione che riguarda tutti e tutte; dall’altra, la lontananza e lo straniamento scaturiti dalla necessità di analizzare criticamente l’universo circostante. La vicinanza facilita l’identificazione e l’empatia con le situazioni, la distanza ci permette di osservarle e di avere una prospettiva critica. Cerco di lavorare su entrambi i livelli: quelli in cui riusciamo a vederci da fuori e a metterci in discussione, e gli altri in cui sentiamo da vicino, cosa anch’essa attinente alla condizione umana. In altre parole, non cerco né accuse né assoluzioni: faccio una riflessione su come le dinamiche sociali entrano dentro le nostre vite.

Nel film accade che i bambini imitino gli adulti, soprattutto nel fare le cose che fanno loro, mentre questi ultimi il più delle volte palesano paure e fragilità tipiche della fanciullezza. Questa mi sembra un’altra simmetria presente in Normal, quella capace di unire l’intero arco esistenziale della vita umana e, di conseguenza, di dare coerenza alla struttura narrativa del film.

Questo è molto interessante. Non avevo mai osservato il film da questo punto di vista. Effettivamente è vero. Da un lato esiste una componente di non innocenza dell’infanzia, visto che ovviamente è il luogo dove regole e modelli si pongono in maniera più forte – e lo vediamo nella scena della fabbrica. Poi, effettivamente, c’è sempre di più un graduale abitare le contraddizioni; forse un tentativo di liberarsi, andando avanti, dalle sovrastrutture.


Questo è possibile proprio per quel doppio livello di cui parlavamo prima. La forma delle immagini è tale che ciò che vediamo non è solo l’esistente della realtà ma anche il subconscio dei personaggi. Guardando i volti dei partecipanti al corso prematrimoniale o della coppia di sposi durante la liturgia matrimoniale non si fatica a scorgere l’infanzia che c’è in ognuno di loro. Soprattutto quando li si vedono spaesati di fronte al divenire della realtà.

Sono d’accordo. A me piace molto che la maggior parte dei volti non parlino ma abbiano uno sguardo molto interrogativo. Questo ritorna nelle coppie che assistono al corso prematrimoniale o alle ragazze che stanno facendo il concorso di bellezza o, ancora, con il ragazzo che fa il corso di seduzione. La confusione e lo spaesamento derivano dalla necessità di essere all’altezza delle aspettative, del non sapere come fare a comportarsi nel modo che gli viene richiesto.

In questo senso si potrebbe dire che tu racconti una giungla di segni destinati a delineare una performance del desiderio. Pensi che sia una definizione calzante del tuo lavoro?

Certo che si! L’aspetto performativo dell’identità è sicuramente il centro del mio lavoro, quello che mi interessa di più, tant’è che anche a livello formale gioco proprio su questo. Uso il linguaggio del documentario in una maniera molto cinematografica. Se di solito con esso si tende a sottolineare la verità e la realtà con un approccio più naturalistico possibile io faccio il contrario, cercando di sottolineare la finzione attraverso una messinscena (cinematografica) che mi permetta di tirare fuori il più possibile gli aspetti performativi del reale.

La tendenza del dispositivo è quella di trasfigurare la realtà per farne emergere la natura aliena e alienante. Così succede, per esempio,  con uno dei ragazzi impegnati a sfidarsi attraverso i videogiochi: immersa in un rosso cremisi la silhouette del giovane appare sfocata al punto di diventare simile a quella di un umanoide dei film di fantascienza.

Normal è pieno di queste incursioni. È la cifra di una lavorazione che mira a entrare in una prospettiva estraniante e alienante capace di innescare la riflessione. Di incursioni “aliene” il film è pieno, basti pensare alle sequenze ambientate nella sala dell’estetista, come emerge dalla prospettiva del sacellum predisposto per l’abbronzatura della ragazza o nell’immagine della “donna medusa”: sembrano tutte delle iconografie e, di fatto, tutte appaiono quasi irreali. Tornando alla locandina, anche la giostra – con le luci che sembrano raggi – suggerisce l’idea di una navicella spaziale da cui possa scendere una specie di forza a cui siamo appesi.

Normal è un’operazione coraggiosa da molti punti di vista. Lo è quando rinuncia alle interviste o al commento della voce fuori campo, come pure nell’approccio anti didascalico che gli permette di essere efficace con un minutaggio di poco superiore all’ora. Per non parlare della sospensione spazio-temporale operata sulla narrazione alla quale arrivi sostituendo il suono reale con altri di diversa natura. La musica diventa la chiave per accedere ai pensieri dei personaggi e per farci partecipi del loro movimento interiore.

L’uso della musica è molto importante, e mi riferisco anche al suono dei paesaggi sonori. Effettivamente, non c’è nessun tipo di unità spaziale, temporale, narrativa. C’è, invece, una ricostruzione totale dell’impianto narrativo classico. L’unica cosa che tiene insieme il tutto è il tentativo di ragionare per immagini, come pure il pensiero di riflettere e sovvertire certi meccanismi attraverso la messinscena di rituali e ruoli sociali. Nel farlo cerco di non usare la parola ma il dispositivo cinema in tutte le sue forme: dalla composizione dell’immagine, che cerca uno sguardo innaturale e, dunque, metrico in modo esasperato, ai movimenti all’unisono restituiti dalle coreografie dei corpi, ripresi con prospettive di sguardo non realistico – come appunto dall’alto, da dentro l’acqua -. Obiettivo, questo, che porto avanti col montaggio in cui, ad esempio, ci sono degli attimi di vuoto durante i quali lo schermo resta nero. Si tratta di un processo di decostruzione che utilizzo molto anche a livello di suono e di musica. Non so se sia possibile rendersene conto, ma per quanto riguarda il suono esistono tante piccole incursioni che lavorano a livello inconscio. Nella scena dell’insegnante di di ginnastica, per esempio, la voce di lei aumenta con il procede fuori campo del personaggio mentre dovrebbe succedere il contrario. Si tratta di espedienti volti ad esaltare l’innaturalità del contesto e i cortocircuiti in cui la realtà non ci appare più come tale. Nel caso che ti ho appena detto quella dimensione viene esaltata attraverso la presenza di una voce che sembra provenire dall’alto, come fosse quella di Dio. A livello più esplicito, tutto questo è sottolineato dall’assenza di suono diegetico e da musiche chiaramente estranianti, utilizzate sempre con l’intento di osservare il reale da una prospettiva inedita che, in qualche modo, esalta la finzione che c’è nella realtà. Non solo nel cinema, ma nella realtà.

Anche per questo Normal merita di essere visto in sala. Come i personaggi sono calati nelle rispettive realtà, cosi lo è lo spettatore all’interno della visione. Oltre a essere umanistico, Normal è, nei fatti, un film ipnotico per la capacità (delle immagini) di spingere la vista al di là del visibile, mettendo in discussione verità oramai appurate. Come accade nella sequenza iniziale, in cui in un attimo vediamo passare sullo sguardo della bambina stati d’animo tra loro contrastanti.

La scena di cui parli racchiude il senso del film, perché in quello sguardo ci sono tutte le contraddizioni che abitano il desiderio di normalità, quindi da un lato c’è il piacere dell’appartenenza, il sentire di compiacere l’altro, quindi la determinazione la grinta e anche il coraggio; dall’altro, ovviamente l’ansia, il terrore, l’insicurezza, l’angoscia, la complessità, la difficoltà di entrare dentro un ruolo. Nello sguardo della bambina, senza che lei dica una parola, ci sono una serie di emozioni umane che sono quelle che cercavo di raccontare.

Dicevamo di quanto i personaggi siano stati il tramite per innescare la riflessione di cui il film si fa promotore. La scelta è stata frutto di un regolare casting o ti sei imbattuta su di loro strada facendo, nel corso della realizzazione?

Ho girato molte più sequenze di quelle effettivamente montate; questo ha determinato approcci di diverso tipo. Tieni conto che Normal è stato realizzato nell’arco di due anni, per cui ha avuto modo di svilupparsi per fasi successive, ognuna delle quali caratterizzata da consapevolezze e aggiustamenti operati in corso d’opera, conseguenti a intuizioni scaturite durante le riprese. Dunque, ogni scena è una storia produttiva a sé, nel senso che talune volte gli attori li ho trovati per caso, altre li sono andata a cercare; in alcuni casi li ho conosciuti meglio, in altri meno. Ogni situazione fa storia a sé. Anche la scelta delle persone del mio film è stata un viaggio, fatto di tentativi differenti.

Il film dovrà potrà essere visto?

Ho avuto il privilegio di avere un distributore del calibro di Istituto Luce, grazie al quale il film è uscito dal 2 Maggio in città italiane come Torino, Milano, Genova e Roma e altre in cui sono andata a presentarlo. In alcune di esse stanno continuando a tenerlo, mentre nella capitale ne hanno esteso la permanenza alla terza settimana presso il Nuovo Cinema Aquila. A Milano è ancora a Il Cinemino e tra poco anche al Beltrade. Sono previste uscite a Cagliari, a Brescia, e poi spero di continuare di farlo circolare nei festival e nelle proiezioni estive. Sulla pagina Facebook del film ci sono comunque gli aggiornamenti delle varie uscite.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

domenica 30 giugno 2019

TOY STORY 4

Toy Story 4
di John Lasseter
con Tom Hanks, Tim Allen, Don Rickles
USA, 2019
genere, animazione, avventura, commedia
durata, 100’


“Segui la tua voce interiore”. Con questa sola frase si potrebbe riassumere perfettamente il quarto capitolo di una delle saghe Pixar più amate e apprezzate: Toy Story.
Lo sceriffo Woody si ritrova, in questo nuovo capitolo, con una nuova bambina, Bonnie (che avevamo conosciuto alla fine del terzo film), insieme a tutti i suoi vecchi amici (o quasi), alla quale si affeziona fin da subito. Nonostante la piccola inizialmente si dimentichi sempre del giocattolo, Woody è sempre più deciso ad aiutarla, tanto da imbucarsi letteralmente alla giornata di orientamento dell’asilo perché spaventato all’idea di lasciarla completamente sola con tanti nuovi bambini ancora sconosciuti. Una volta arrivati la piccola non viene considerata come il protagonista della vicenda si sarebbe aspettato e, quindi, lui fa di tutto per farla sentire a proprio agio. Dopo averle indirettamente fornito degli oggetti, Bonnie inizia a creare un nuovo amico che chiamerà Forky. Il nuovo giocattolo, realizzato con oggetti che si trovavano nella spazzatura, diventa inseparabile per la bambina. Purtroppo, però, lui non capisce e non accetta il suo ruolo e, credendo di essere spazzatura, cerca in ogni modo possibile di allontanarsi dalla sua nuova padrona. Woody, invece, che, fin da subito, intuisce il potenziale di Forky, fa di tutto per non farlo allontanare troppo, ma non può niente quando questi decide di saltare dal finestrino del camper in viaggio con la famiglia di Bonnie.
Nonostante i pericoli e la paura di non riuscire a ricongiungersi con i propri amici e con la propria bambina in tempo, lo sceriffo decide di lanciarsi in questa nuova missione (alla quale parteciperà anche Buzz) con lo scopo di trovare Forky e riportarlo a casa. Ovviamente per farlo dovrà superare vari ostacoli, ma potrà contare sull’aiuto di Bo Peep e degli altri giocattoli che lo aiuteranno a prendere la decisione migliore in molti frangenti.
Con questo quarto capitolo la Pixar dimostra ancora una volta di aver realizzato un prodotto universale in tutti i sensi.

E’ vero che i protagonisti sono dei giocattoli ed è vero che il pubblico prediletto è quello dei bambini, ma “Toy Story 4” è tutt’altro che una storia unicamente per i più piccoli. Anzi, sono i grandi quelli che potrebbero trarre i maggiori insegnamenti dalle decisioni e dai modi di comportarsi di Woody, Buzz e dei loro amici.
La novità di questo quarto capitolo della saga è, oltre alla presenza di Forky, alla quale si lega la scelta di Woody e le decisioni di Buzz (che danno vita a siparietti comici), è il ruolo preponderante dato ai personaggi femminili, Bo Peep in primis, che si trasforma in una vera e propria eroina (simbolica la scelta di cambiare la gonna in pantaloni comodi per le varie avventure), ma anche all’antagonista della vicenda, Gabby Gabby. Questa, una bambola che sembra la classica “cattiva” disposta a tutto pur di ottenere ciò che vuole, nello specifico il riproduttore vocale cucito nel corpo di Woody, si dimostra in realtà un personaggio più complesso del previsto con molte cose da raccontare.
Chissà se questo sarà il capitolo conclusivo di una saga storica e indimenticabile.
Veronica Ranocchi

lunedì 24 giugno 2019

X-MEN: DARK PHOENIX, I NON -EROI MUTANTI E ORGOGLIOSI DI SBATTERE LE PORTE IN FACCIA ALLA DISNEY




Gettare via un film facendolo precedere da una quindicina di trailer ha un preciso significato. Un significato che si può riassumere in una sola parola: Disney. 
Ente quasi monopolistico della cinematografia e dell’intrattenimento di massa, poligambista in settori bancari, aeronautici, di trasporto, la Disney si configura come uno dei tanti “loro” o “gli altri” nel tipico spiegone di Jerry in Ipotesi di complotto. Come è noto, “Loro” hanno comprato i diritti sugli X-Men. 
Finora tenuti accuratamente separati dagli Avengers per ragioni di diritti e business (al punto da dover uccidere almeno uno dei due Quicksilver), Endgame aveva però sparigliato il mazzo di carte, lasciando presagire un inevitabile travaso di X-Men nel filone Avengers, ormai in fase di esaurimentoFusione che non appare tanto una somministrazione di sacche di sangue fresco, quanto una semplice convenienza di produzione. 


McAvoy e Fassbender, da attori di spessore, ma soprattutto non americani ma neanche british (come invece Hiddleston), hanno dichiarato di non essere interessati all’entrata nel DisneymaticUniverse, dove probabilmente i loro personaggi sarebbero stati presi, frullati, reimpastati, ritagliati con lo stampino e infornati come biscotti (Jerry dixit, A.D. 1997). Come Cap e Tony Stark, sarebbero stati anche loro accoppiati con femmine della specie, sarebbero divenuti padri di famiglia, avrebbero giocato con i pargoli, festeggiato il Tacchino Day
La “ics” sarebbe stata posta sul bromance Charles-Erik, e con esso il perno di ciò che gli X-Men hanno rappresentato nel corso di vent’anni: che la diversità non è tutta questa gran gioia che dicono. 
Opposto polare degli Avengers, gli X-Men vivono la loro diversità con fatica, sopportazione, angoscia. Non è un dono, un superpotere che viene dal morso di un ragno o da un bombardamento di raggi gamma, ma da qualche base azotata che si ricombina a casaccio, facendoti diventare blu, o grosso e peloso. È una diversità “brutta”, da tenere nascosta, è pericolosa, a volte ti uccide. La Mystica di Jennifer Lawrence in questo senso è la più sincera espressione degli X-Men: dotata di una mutazione potente ma spaventosa, dice a Xavier che è facile essere “mutanti e orgogliosi” se la società non se ne accorge. “Mutant and proud” è un chiaro e diretto riferimento all’orgoglio gay, e lo stesso McKellen, convocato per essere un attivista, ha dichiarato di aver accettato il ruolo perché propostogli da un regista notoriamente bisessuale (ma forse non troppo attento ai diritti dei minori).

Gli X-Men sono tra noi, si nascondono, non usano il loro potere, non difendono l’umanità, pensano semmai a difendersi da essa. Quando fanno coming out in famiglia i genitori sono pronti a dirgli che ci sarà pure una cura. I fratelli lesti a denunciarli. Non sono supereroi a caccia di villain per far consumo vistoso dei loro superpoteri, sono persone in fuga dalla società e spesso da sé stesse, dai loro ricordi, dalla loro vera natura. Sono i “sacrificabili” della società. 
In questo senso non stupisca che l’unico Avenger amato dal fandom degli X-Men sia Loki, il figlio reietto, il dissidente, l’eversivo, l’emarginato, il rifiutato. Un peccato che per Hulk la Marvel abbia deciso altrimenti, ma anche Bruce Banner è un ramingo, un fuggiasco. I più anziani ricorderanno la serie con Bill Bixby, in cui Banner è un vagabondo e Hulk stesso non è una bestia da guerra, un’arma da scatenare contro il nemico, ma una creatura spaventata che si difende per come può. 
Un film come Dark Phoenix non può essere esente da questo tipo di lettura sociale, più che tecnica. Nonostante frutto di ritardi, arrangiamenti, postproduzioni, tagli, rielaborazioni, il film esce pulito e onesto. Niente di particolare, un plot di partenza molto simile a un tipo di cinematografia ormai vintage, ma nulla da invidiare ad altri film di action-heroSe una Chastain non perde un attimo della sua altezzosa perfezione recitativa, disturbano una Turner indubitabilmente talentuosa ma fuori ruolo, un McAvoy a cui troppo spesso sfugge la Patricia di Glass e Split, una Mysticadall’appearance rielaborato per essere più “gradevole”La brevità del film toglie ricchezza a ottimi spunti, come la polemica di Mystica e Bestia sul comportamento di Charles, la comunità di Magneto autoreclusa in una sorta di riserva indiana, in cui il concetto di esclusione sociale è ambivalente e reciproco, polarizzazione con uno Xavier perfettamente integrato: linea diretta col presidente USA e applausi alle conferenze. Se per questa integrazione forzata i suoi X-Men devono indossare belle tutine, sorridere e salutare, morire se necessario, ça va bien quandme


Tutte le sofferenze di Dark Phoenix sono ascrivibili a una produzione che Jerry definirebbe boicottata dal business cinematografico: l’attesa di Capitain Marvel e di Endgame, l’adattarsi a quelli che si sapeva sarebbero stati due blockbuster,riprese durante le pause di altri film (non stupisce l’emergere di Patricia), scene completamente rigirate (dov’è finito Fassbendersulla sedia a rotelle?), il tenere a freno personaggi come Magneto, Fenice Nera, Mystica –potenzialmente superiori a molti Avengers, la consapevolezza di dover chiudere una saga per non finire nello stritolante e zuccheroso abbraccio Disney. Stanti così le cose, il film risulta non solo onesto, ma finanche ben fatto e privo di sbavature: questo vuol dire una sola cosa, aver voluto bene a un progetto cinematografico, averci messo testa e cuore, tempo, sacrificio e cervello
Il finale accontenta chi ha molto creduto nel bromance Ch-Erik, chi l’ha molto amato e sostenuto. E possiamo dire che se questo film s’è girato, nonostante gli ostacoli che si è trovato per strada, è proprio per i fandom degli X-Men e di Ch-Erik. Quello zoccolo duro, molto più adulto dei “groot” innamorati degli Avengers, che sostiene un film per i suoi contenuti, per affetto nei confronti dei personaggi. 
Emarginati nei fumetti, gli X-Men si ritrovano emarginati anche nella loro trasposizione cinematografica da una major che si dirige a un pubblico di “famiglie naturali”. Ma se con Endgame la Disney ha sbattuto le porte in faccia al fandom gay, con X-Men-Dark Phoenix la soddisfazione è stata quella di sbattere la porta in faccia alla Disney, semplicemente chiudendo il ciclo e andandosene, lasciando coerenza e sincero affetto per i personaggi. 
 Lidia Zitara

domenica 23 giugno 2019

I MORTI NON MUOIONO


I morti non muoiono
regia di Jim Jarmusch.
con Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloë Sevigny, Steve Buscemi
Genere Commedia
USA, 2019
durata, 103 minuti



Non è la prima volta che Jim Jarmush si serve dei generi per innestare il suo registro d’autore e raccontare il fuori sincrono di personaggi alle prese con universi alieni al loro modo di stare nel mondo. Il paradosso vuole che a esserlo, in “I morti non muoiono”, il suo nuovo film - chiamato ad aprire la scorsa edizione del Festival di Cannes -, non siano, come al solito, i protagonisti della vicenda ma i loro antagonisti, ovvero le persone defunte che a causa di uno spostamento dell’asse di rotazione terrestre si rianimano, spargendo il terrore in una cittadina della provincia americana. 

A farne le spese, tra gli altri, sono per l’appunto, lo sceriffo del paese (Bill Murray) e i due assistenti (Adam Driver e Chloë Sevigny) che, alla pari delle precedenti opere del regista americano si ritrovano “sulla strada”, testimoni inconsapevoli dei misfatti del proprio tempo. Se era prevedibile che lo Zombi Movie costituisse il pretesto per raccontare altro, in realtà Jarmush non riesce a scrollarsene di dosso la presenza perché la storia non diventa mai altrove di significati diversi da quelli di norma attribuiti al genere in questione. Nel caso di “The Dead don’t Die” la critica dell’etica trumpiana e del suo capitalismo e tanto scontata quanto didascalica. La mancanza di tensione e la piattezza delle immagini fanno il paio con una sceneggiatura che invece di restare attaccata allo stralunato trio, approfondendone dinamiche e psicologie, abbozza una serie di figure destinate a perdersi nell’inconsistenza generale della trama.  
Carlo Cerofolini

LA FOTO DELLA SETTIMANA

La collezionista di Eric Rohmer, Francia 1967

sabato 22 giugno 2019

CARMEN Y LOLA: INTERVISTA ALLA REGISTA DEL FILM ARANTXA ECHEVARRIA




Racconti una doppia esclusione dovuta alle differenze di genere e di razza perché le protagoniste oltre a essere gitane sono anche due donne che hanno il coraggio di amarsi. Considerato che al di fuori della comunità d’appartenenza l’amore tra Carmen e Lola non viene messo in discussione, il film sembra dirci che almeno in Spagna gli ostacoli alla felicità dipendono più da retaggi ancestrali e dinamiche famigliari che dalla società intesa come insieme di tutti i cittadini.

In realtà, quello di cui volevo parlare era una tripla discriminazione derivata dal fatto di essere donna, gitana e diversa, alludendo con questa ultima accezione all’omosessualità di Carmen e Lola. Credo che le problematiche che si incontrano nel film sono le stesse che riguardavano le nostre nonne, destinate a soffrire per i medesimi impedimenti. Mia madre mi diceva sempre di fare quello che veramente sentivo, senza dipendere da alcun uomo. Casomai, solo dal fratello (ride, ndr). Sicuramente in Italia è abbastanza simile. In Carmen & Lola volevo comunque trascendere questa particolarità per parlare delle donne in generale: la storia mostra che se tu decidi di amare in un modo diverso da quello standard ti devi sempre confrontare non solo con questa scelta ma anche con il fatto di essere donna. Dunque, c’è sempre una doppia marginalità, una doppia oppressione con cui misurarsi.

Carmen & Lola sembra una storia d’amore d’altri tempi, a partire dall’utilizzo della forma epistolare con cui le ragazze esplorano i sentimenti e le sensazioni dell’innamoramento. Scrivere alla donna amata diventa anche un modo per renderli oggettivi attraverso qualcosa di tangibile e materiale.

Mi fa piacere che tu lo abbia notato e anche detto perché è la prima volta che succede. Questo dettaglio si riferisce anche al fatto di avere una cosa fisica dell’altra. Un bisogno segnalato anche dalla presenza della scatola in cui Lola custodisce le lettere di Carmen. Un particolare, questo, che mi serviva per aumentare il senso di tale urgenza. La scrittura è anche un modo per stabilire un confronto con le passate generazioni, in cui padre e madre non sanno scrivere, mentre la figlia, seppur con errori ortografici, invece si.



Sempre parlando del confronto tra padri e figli, questo espediente funziona anche come metafora del superamento di un certo modo d’amare, o se vuoi come manifestazione di un modo più libero di stare insieme.

Sono d’accordo.


A risultare efficace è la maniera in cui racconti l’amore. Nel film non ci sono scene di sesso e questo riesce a fare emergere la poesia, il desiderio e, soprattutto, il fatto che le protagoniste si prendono cura una dell’altra.

Diciamo che questa è una scelta da ricondurre al ricordo del primo amore, il cui lascito è molto più sensuale che erotico. I gesti, uno sguardo, i dettagli di una porzione di corpo prevalgono sulle pulsioni della carne, senza contare che è molto più sessuale la vista di un corpo nudo sfiorato dalla prima luce del giorno oppure il lasciarsi vestire dalla persona amata, anziché un orgasmo esplicito ma per forza di cose simulato.

La verità del film deriva anche dalla gestione dei personaggi. Mi riferisco alla fluidità dei ruoli all’interno della coppia e al fatto che all’inizio è Lola a rendere Carmen consapevole del loro amore, mentre con il succedersi degli eventi le posizioni si invertono ed è Carmen a rinsaldare il legame tra le ragazze.

Questo arco dei personaggi era molto voluto. In questo senso, il personaggio di Lola sembra molto spinto e all’inizio lei appare molto coraggiosa. In realtà, nel fondo della sua anima, non vuole lasciare fratelli e genitori. Una volontà che diventa esplicita quando la madre la dice di andarsene e lei non le dà retta, affermando di voler continuare a fare parte della famiglia. Al contrario, Carmen, dopo le titubanze iniziali, si rivela temeraria al punto di prendere in mano la situazione, rompendo gli indugi e trascinando l’altra con sé.


Le protagoniste si muovono in un ambiente ripreso con stile e tecniche tipiche del documentario. Se le attrici recitano una parte così non succede per il mondo circostante che esiste e vive al di là della macchina da presa. In relazione a questo aspetto, parliamo di come hai organizzato il dispositivo del film.

L’approccio tecnico ha seguito tre fasi: all’inizio, l’intenzione era quella di immergere lo spettatore nei riti della comunità gitana, nel tentativo di raccontarla non solo agli spettatori stranieri ma anche a quelli spagnoli. C’era bisogno di prendere lo spettatore per il collo, trascinandolo dentro la storia. Da qui la scelta di adottare un taglio documentaristico in cui giravamo con una macchina in spalla per far arrivare ogni dettaglio di quella realtà. Non appena inizia la storia d’amore, la macchina da presa si calma, diventando sempre più statica per corrispondere ai fatti con un cinema molto più narrativo e, in questo senso, più classico. Dopodiché, l’idea era quella di arrivare a un realismo magico, reso evidente dalla scena della piscina dismessa dove Lola insegna a Carmen a nuotare e tu senti – forse, senza neanche rendertene conto – il suono dell’acqua. Avevo paura che tale suddivisione rendesse il film poco organico, per cui la sfida è stata quella di fare dei tre atti in questione le diverse fasi dello stesso viaggio.

Per un film del genere, l’alchimia delle protagoniste è stata fondamentale, ma anche chi sta intorno a loro si distingue per bravura e immedesimazione. A questo proposito, ti voglio chiedere qualcosa sulla scena più drammatica del film, quella in cui il padre di Lola, scoprendo la relazione delle ragazze, va fuori di testa e sembra sempre sul punto di commettere un atto irreparabile nei confronti della figlia. L’afflizione dei personaggi e la loro angoscia sono talmente forti da risultare insostenibili. Come si riesce a raggiungere un tale livello di verosimiglianza?

In realtà, si è trattato di un momento molto complicato perché quando ho finito la ripresa l’attore che interpretava il padre si è appartato in un angolo e ha iniziato a vomitare, mentre una delle ragazze è svenuta. Loro non sono attori professionisti quindi giravano pochissimi ciak, tre o quattro al massimo. Nel caso specifico ho esercitato su di loro un po’ di pressione per arrivare al climax necessario per rendere al meglio la tensione di quel momento della storia. Il modo è stato quello di ricondurre gli attori alla loro vita personale. Moreno Borja, (nel film Paco, il genitore di Lola, ndr) ha una figlia che ha gli stessi anni di Lola per cui continuavo a dirle di immaginare cosa avrebbe fatto se avesse scoperto che lei era lesbica. Non ho smesso di ricordarglielo fino a quando il livello di tensione è risultato tale da poter rendere la drammaticità della scena. Si è trattato del momento più duro, quello in cui ho chiesto di più ai miei attori.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su Taxidrivers.it)