mercoledì 13 dicembre 2017

L'ARTE VIVA DI JULIAN SCHNABEL

L'arte viva di Julian Schnabel
di Pappi Corsicato
con Julian Schnabel, Al Pacino, Laurie Anderson, Willem Defoe
Italia, 2017
genere, documentario
durata,   

Quando si guarda un film con lo scopo di riferirne ad altri, una delle questioni fondamentali è capire in quale modo il regista si rivolge alla materia oggetto della sua indagine. Per Pappi Corsicato, autore de L’arte viva di Julian Schnabel, il problema era di duplice natura. Da una parte, bisognava fare i conti con l’ego di uno degli artisti più importanti del nostro tempo, un tipo capace di imporsi prima come pittore d’avanguardia in quella New York di fine anni settanta dominata da eccellenze come Andy Warhol e, più tardi, da Jean Michel Basquiat, e, successivamente, come regista, premiato alla Mostra di Venezia (Prima che sia notte, 2000), e poi al Festival di Cannes (Lo scafandro e la farfalla, 2007). Dall’altra, si trattava di condividere un’esperienza artistica per certi versi incomprensibile, tratteggiata, come in effetti  è stata, da una libertà di espressione e da una fiducia nei propri mezzi (la blind faith di cui parla Julian Schnabel in apertura e a conclusione della proiezione) che, al contrario di altre, ha trovato fin dall’inizio estimatori in grado di comprenderla e soprattutto di giudicarla in tutto il suo valore.



Corsicato, che di Schnabel è amico ed estimatore, opta per un approccio di tipo emotivo, cercando corrispondenza tra la fluidità del montaggio, composto da immagini che alternano vita privata ed estemporaneità creativa, e la personalità del nostro, scandita da un’energia alla ricerca continua di nuovi campi d’applicazione. Il risultato è una Bigger than Life, quella di Schnabel, rintracciabile a partire da dettagli secondari ma rivelatori, come quello relativo alle dimensioni extra large delle tele scelte per i propri pennelli o nella trasformazione di un palazzo del West Village in una sorta di castello principesco, indispensabile a conciliare responsabilità famigliari e necessità lavorative, e, ancora, nell’approccio innanzitutto fisico attraverso il quale Schnabel porta a compimento i suoi progetti, frutto di una coinvolgimento in cui il corpo partecipa attivamente alla fase di realizzazione.

In tal senso la macchina da presa di Corsicato si produce in un componimento visivo che lavora su diversi livelli di percezione: da un lato, ricostruendo con precisione documentaria (in parte frutto del materiale tratto dall’archivio privato di Schnabel) le tappe di una carriera da predestinato, dall’altro, filmando un viaggio sentimentale nel quale sono l’amore e l’amicizia manifestati dalle personalità che accettano di parlare davanti all’obiettivo (oltre a moglie, figli e amici ci sono Laurie Anderson, Al Pacino, Willem Dafoe, Hector Babenco, Bono) a restituire lo spessore umano del personaggio. La conoscenza del quale, dopo la visione del film, è accompagnata da un’accresciuta propensione al bello da parte dello spettatore, dovuta, in parte, alla capacità di Corsicato di farci sentire parte integrante dell’esperienza cui abbiamo appena assistito. Solo per questo motivo meriterebbe di essere visto.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

Notizie importanti su Death Stranding


Ecco nello specifico i punti salienti dell'intervista: 

  • Secondo Kojima, uno dei temi centrali del gioco sarà il legame tra la vita e la morte che in questo caso specifico non rappresenterà la fine nel gioco.

  • Il trailer mostra la sezione di gioco immediatamente successiva all'inizio della partita

  • Nel gioco non ci sarà una vera e propria morte, ma in caso di decesso il giocatore sarà catapultato nell'area vista nel trailer da cui potrà uscire per riprendere da dove ha fallito.

  • Nel trailer abbiamo visto Sam (Norman Reedus) svegliarsi dopo un'esplosione in un mondo sommerso dall'acqua. Questo mondo è in realtà una zona di transizione tra la vita e la morte giocabile in prima persona, all'interno del quale il protagonista potrà sfruttare la sua abilità "unica" per recuperare oggetti vagando di fatto sotto forma di entità extracorporea.

  • Il bambino visto nei tre trailer è sempre lo stesso ed è in qualche modo legato al sistema tecnologico posto sulle spalle dei soldati. A quanto pare il braccio robotico può funzionare solo quando connesso al bambino.

  • Il fenomeno visto all'inizio del trailer si chiama "Timefall", si presenta sotto forma di pioggia non del nostro mono ed è in grado di accelerare drasticamente l'invecchiamento del corpo umano. Per ragioni ancora sconosciute, Sam è immune a questo effetto.

  • Death Stranding avrà una componente multiplayer piuttosto importante ma sostanzialmente si concentrerà sul singolo giocatore

Al termine dell'intervista, lo stesso Kojima ha infine risposto a chi si lamenta dei tempi di gestazione tanto lunghi, precisando che un gioco AAA per essere sviluppato come deve necessita di tempi di sviluppo che vanno da tre a cinque anni anche in presenza di un motore grafico praticamente pronto.

 

 

 

Video: PlayerUnknown's Battlegrounds su Xbox One e Xbox One X Ecco Come gira!!


 

 

 

 Semplicemente Patetico

 

 

A questa domanda risponde, puntualmente, Digital Foundry che, grazie a una precisa analisi, ci mostra in video le versioni Xbox One e Xbox One X di PlayerUnknown's Battlegrounds.

Il titolo sembra presentare qualche problema sul fronte del frame rate, infatti su Xbox One e Xbox One X si fatica a mantenere i 30fps stabili, sulla console standard, inoltre, si arriva fino a scendere sotto i 20fps. La situazione risulta migliore su Xbox One X per quanto riguarda la qualità grafica generale, sulla "mid gen" sono infatti presenti texture e risoluzione più elevate.

 

 

 

martedì 12 dicembre 2017

LOVELESS

Loveless
di Andrey Zvyagintsev
con Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov
Russia, 2017
genere, drammatico
durata, 128’

Zhenia e Boris sono sul punto di divorziare. Non è una separazione pacifica, carica com'è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui rifarsi una vita. C'è, però, un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.
Andrey Zvyagintsev si è fatto notare fin dalla sua prima apparizione sugli schermi internazionali con “Il ritorno”. Quel film gli valse il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia, anche se aveva qualche debito di troppo con Maestri come Tarkovsky e Sokurov.

La giuria aveva, però, colto il grande potenziale del regista che è emerso nei film successivi, senza che egli abbia mai nascosto le sue fonti di ispirazione. In questo caso afferma di aver pensato a “Scene da un matrimonio”, di bergmaniana memoria, trasferendolo nella Russia odierna.
Rispetto al suo modello, ha mostrato grandi doti di sintesi e, soprattutto, il desiderio di proseguire una lettura della condizione attuale del proprio Paese filtrata attraverso le vicende di persone comuni. 
Il suo è uno sguardo privo di pietà nei confronti di una nuova generazione parentale che ha perso qualsiasi senso di appartenenza. Alyosha non appartiene a nessuno. Non al padre che, non contento di avere un figlio di cui non si è mai occupato, ha già messo incinta la propria giovane nuova compagna con la quale ha intrecciato un legame che lo sta avviluppando mentre lui crede possa aprirgli nuovi orizzonti di vitalità. Nemmeno alla madre, Zhenya, la quale si è sposata per sfuggire al controllo oppressivo di una madre amata/odiata e ha vissuto la gravidanza come un peso che tutt’ora si trova davanti nell'aspetto di un bambino che non ama e da cui non si sente amata. Anche lei è convinta che la propria nuova storia cambierà totalmente la sua vita in quanto, per la prima volta, ama ed è riamata.

Il problema è che nessuno dei due sembra aver compreso il senso del sentimento di cui parlano e, soprattutto, manca loro l'idea della responsabilità che si sono presi. Ci pensa Alyosha a ricordargliela, scomparendo e quindi costringendoli a ripensare alle loro scelte. Nemmeno questo è  sufficiente per due adulti per i quali la vera preoccupazione è stata, fino ad allora, come potersi liberare di lui addossandolo all'altro. Qui però non siamo nel clima di commedia esasperata alla maniera di “Mamma o papà?”, e non solo perché il tono della narrazione è totalmente differente. Siamo distanti perché viene messa in discussione l'intera società, senza per questo giustificare i singoli grazie ai sue distorsioni. 


Era facile mostrare Zhenya in metropolitana impegnata, come diversi altri passeggeri, con il proprio telefono cellulare. Lo era meno mostrare come nell'attuale laica Russia sia tornata a giocare un ruolo non secondario l'appartenenza alla chiesa ortodossa. La vera e unica remora di Boris dinanzi al divorzio è costituita dal fatto che nell'azienda in cui lavora si deve essere regolarmente sposati, salvo perdere il posto. L'apparato della sicurezza interna non è migliore. In una società così disfunzionale resta un'unica speranza: il volontariato. La presenza di uomini e donne che, senza alcun compenso e con elevata preparazione, si impegnano nella ricerca di Alyosha, è l'unica fonte di calore in un panorama algido.
Riccardo Supino

lunedì 11 dicembre 2017

VITAL

Vital
di Shinya Tsukamoto
con Tadanobu Asano, Nami Tsukamoto, Kiki, Ittoku Kishibe
Giappone, 2004
genere, drammatico
durata, 88'




Come sezionare l’animo umano in ottantasei minuti. "Vital" è essenzialmente una ricerca. Uno studio meticoloso dell’anima, dell’essenza della vita, di quei 21 grammi custoditi in ognuno di noi che ci rendono unici e diversi da qualsiasi altro essere vivente. È un tentativo di mostrare come la vita dovrebbe essere e spesso non è. Tsukamoto narra la storia di Hiroshi, un giovane studente di medicina che in seguito ad un incidente, costato la vita alla fidanzata Ryoko, si trova ad affrontare un amnesia momentanea. In cerca del proprio passato decide di riprendere gli studi. Sarà la dissezione del cadavere della compagna durante le lezioni di anatomia a far riemergere in lui antichi ricordi ma anche qualcosa in più. La dissezione del cadavere diventa infatti parallelamente la dissezione della mente del protagonista, dei suoi ricordi, il suo estremo tentativo di conoscere fino in fondo la persona amata. Tutto è seguito dallo sguardo vigile del regista stesso che non a caso si riserva il ruolo del guardiano dei corpi. 



Più il film va avanti, più la scomposizione si fa minuziosa e più le immagini diventano in realtà la traduzione visiva di una bellezza idilliaca della vita, dell’anima vista dal cineasta. I colori, i luoghi, i suoni, persino Ryoko stessa intenta nella sua danza mai praticata prima si trasformano e assumono un significato ideale, paradossalmente più vivo, più caldo rispetto alla fredda e piovosa vita quotidiana che fa da cornice alla vicenda. Tsukamoto sottolinea questa opposizione grazie ad uno splendido lavoro sulla fotografia e sull’architettura degli spazi. La dicotomia tra il mondo reale e quello metafisico dell’anima diventa un contrasto tra gli opprimenti interni dell’obitorio, delle case e gli splendidi paesaggi naturali delle visioni di Hiroshi, tra l’autolesionismo di Ikumi, il suicidio del giovane professore e l’armonia dei due giovani amanti. Ryoko non è ancora pronta a dissolversi e lo esprime nei suoi movimenti. Il corpo diventa custode di conoscenze che vanno ben al di la della semplice anatomia umana e per questo va analizzato accuratamente. Tsukamoto lo pone al centro del film, non ha paura di mostrarlo nei minimi particolari senza comunque mai scadere nell’orrido ma anzi innalzandolo poeticamente quasi fosse un dipinto di Rembrandt. In questo suo utilizzo della carne, del doppio che indaga se stesso il regista riprende un certo cinema di Cronenberg depurato però da un eccessivo nichilismo e arricchito da una vena di illusione che attraversa tutti i personaggi. Il film non da risposte ma pone pesanti domande su misteri a cui nemmeno l’uomo può togliere dei dubbi. In definitiva Tsukamoto studia Whitman e lo traduce in immagini. “Chiedeva forse qualcuno di vedere l’anima?” (Walt Whitman)

Andrea Ravasi

domenica 10 dicembre 2017

DUE SOTTO IL BURQA

Due sotto il burqa
di Sou Abadi
con Félix MoatiCamélia JordanaWilliam LebghilAnne AlvaroCarl Malapa
Francia 2017 
Genere: Commedia
durata, 88’

Travestirsi per amore? Armand (Félix Moati e Leila (Camélia Jordana) sono giovani studenti di Scienze Politiche, vivono a Parigi e stanno progettando di partire per uno stage alle Nazioni Unite a New York, ma all’improvviso arriva Mahmoud, il fratello di Leila, di ritorno da un lungo soggiorno in Yemen. E’ diventato un integralista e non vuole che la sorella frequenti un ragazzo non musulmano. Dunque la segrega in casa ma Armand escogita un piano folle: indossare un niqab e spacciarsi per donna. Il suo nome d'arte? Shéhérazade. Ma il travestimento di Armand è fin troppo convincente al punto che sconvolgerà Mahmoud facendolo innamorare di lui…aprendo nuovi scenari…

La regista Sou Abadi affronta un tema scottante attraverso il travestimento per amore. E’ iraniana ma vive in Francia. All’età di quindici anni infatti ha lasciato la sua famiglia e l’Iran per trasferirsi in Francia, dove vive tutt’ora e dove cerca di combattere a suo modo e pacificamente l’estremismo islamico. Questa è una commedia degli equivoci, che cerca di sdrammatizzare gli orrori del fanatismo religioso. Infatti i protagonisti del film non sono mai “estremi”, non sono mai spinti dalla rabbia cieca, ma si lasciano guidare dalla bellezza  dell’amore e dalla sua forza catartica anche attraverso la poesia e la lettura di liriche e dei versetti del Corano. Armand, il fidanzato di Leila è figlio di due genitori iraniani, padre comunista e madre femminista, i quali hanno lasciato il paese dopo l’avvento di Khomeini. Emblematica la scelta di questa tipologia di genitori anche al fine di dissacrare gli stereotipi femministi e marxisti ridicolizzando le azioni dei genitori di Armand. Il film sostiene l’idea che molti giovani musulmani trovino nella moschea l’unica occasione di socializzazione in un paese nel quale non riescono a integrarsi. E che i radicalizzati avrebbero bisogno di una vera e propria rieducazione alla vita. Probabilmente i fratelli musulmani che vanno in Siria per arruolarsi nelle file del Daesh soffrono di una grande carenza d’amore. Colmando il vuoto affettivo probabilmente si assisterebbe ad una riduzione del tasso di fanatismo. Quel fanatismo estremo che porta Mahmoud a strappare dal muro della sua casa il poster de “La dolce vita”, uno strappo che assurge a un simbolo di libertà negata, mentre il duetto tra Leila che intona Bella ciao, e Mahmoud che canta canzoni jihadiste rappresenta lo scontro non dialettico tra la cultura occidentale e quella arabo-musulmana. Armand da sotto il burqa, giorno dopo giorno, dopo essere entrato nel cuore di Leila entra anche nel cuore di Mahmoud al punto che quest’ultimo vorrà chiedergli di sposarlo.. Il film ha un bel ritmo e si sussegue tra sketch e battute divertenti: ricorda i film di Billy Wilder cui la regista per sua stessa ammissione si è ispirata, ed in particolare rimanda al film “A qualcuno piace caldo”, sia per il gioco del travestimento di Joe (Tony Curtis) e Jerry (Jack Lemmon), che per sfuggire ad un gangster si uniscono ad un’orchestra femminile assumendo le sembianze di Josephine e Dafne, sassofonista e contrabbassista, sia per i toni del racconto che sono sempre calibrati e propri del genere della commedia.

Il travestimento risulta una modalità pacifica per risolvere un problema all’apparenza irrisolvibile: il divieto imposto a Leila dal fratello di frequentare il proprio fidanzato in quanto occidentale e non musulmano. Sou Abadi ci suggerisce pertanto la non-violenza come metodologia alternativa per la compenetrazione delle culture anche religiosa, attraverso la conoscenza e l’amore per la poesia e la letteratura (Victor Hugo e Shakespeare sono citati da Armand frequentemente), così come attraverso anche una rilettura in chiave romantica dello stesso Corano, che racconta di amore e non di morte.
E il travestimento è l’arma per realizzare una passione o un amore non-violentemente. In passato, oltre che Billy Wilder altri registi hanno utilizzato proprio il tema del travestimento per “svelare” qualcosa di importante. E’ il caso di “Tootsie” (di Sidney Pollack del 1982) in cui è un padre che per amore dei propri figli è disposto a tutto, anche a travestirsi da governante donna pur di poter trascorrere del tempo accanto a loro; o ancora, è il caso di “Shakespeare in Love (di John Madden, 1998), dove Gwyneth Paltrow è una lady romantica, bionda e algida, che sogna di poter diventare attrice in un’epoca in cui nei teatri anche i ruoli da donna venivano recitati da uomini. E per passione della recitazione decide di travestirsi da uomo e calcare le scene

Ma accanto al travestimento per amore vi è proprio la centralità dell’Amore con la A maiuscola in tutto il film: Armand con la sua sensibilità e la sua voglia di conoscere il Corano e le liriche musulmane approccia ad un mondo per lui nuovo e sconosciuto. Con il cuore. E, grazie al sentimento che ci mette, il fratello di Leila se ne innamora alla follia credendolo una virtuosa ragazza musulmana. Di conseguenza, proprio grazie alla riscoperta del sentimento amoroso, Mahmoud potrà ritrovare se stesso e la sua collocazione, anche religiosa, in un contesto occidentale che sa riconoscerlo senza sbeffeggiarlo. La leggerezza e delicatezza con cui Sou Abadi affronta temi difficilissimi e annosi, quali la Jihad, si percepisce per tutto lo svolgimento della storia, anche – come detto - attraverso il suo spiritoso tentativo di dissacrare non solo l’estremismo jihadista ma anche quello proprio delle femministe o delle ideologia comuniste bolsceviche e del relativo intellettualismo di sinistra. Perché il sorriso, l'ironia e l'autoironia possono produrre talvolta più risultati positivi di saggi ed articoli paludati scritti da insigni intellettuali. «L’idea di questo film – racconta la regista che è alla sua prima prova di lungometraggio, provenendo da un passato come documentarista, – nasce dal mio passato. In Iran ho vissuto la nascita della Repubblica Islamica, i divieti, la trasformazione della religione in una legge spietata che pretendeva di stabilire delle regole sulla nostra vita quotidiana, individuale, privata. Ancora ragazzina ho lasciato il paese per vivere in una società lontana da queste forme di violenza, ma qualche anno dopo questi stessi temi si sono riproposti anche in Francia. Nonostante le tragedie recentemente vissute però non credo che i francesi si lasceranno mai spingere verso l’estremismo».
Nonostante ciò, la comunità araba francese non sembra aver accolto bene il film, secondo quanto la regista ha riferito on conferenza stampa, aggiungendo con un velo di tristezza che l’Arabia Saudita e anche il Libano hanno deciso di non distribuire “Due sotto il burqa”. Dunque, pur se la storia è ben lontana dai toni accesi di Charlie Hebdo, la comunità musulmana non è forse ancora pronta ad ironizzare su se stessa. Così come l’integrazione nel suo senso più profondo di completa accettazione delle diversità, sembra non essere ancora pronta a realizzarsi.
L’amore in “Due sotto il burqa” svela e rivela e si conferma unico protagonista della svolta esistenziale dei protagonisti, anche se “Ci sono giorni in cui la verità non deve mostrare il suo volto”…ma coprirlo con un burqa.
Michela Montanari


Arriva The Forest un Esclusiva Ps4 " Un survival horror in stile Sopravvivenza Multiplayer " Video




Fonte




E' passato un po' di tempo da quando The Forest ha fatto parlare di sé, ma alla conferenza della PlayStation Experience di questi giorni il titolo si è mostrato in un nuovo gameplay, riportato da Destructoid qui di seguito:

 

Il gioco ha una finestra di lancio che indica 2018 su PS4, per cui l'anno prossimo potremo mettere la mani su questo survival horror free roaming, sviluppato dall'azienda canadese Endnight Games.