giovedì 11 aprile 2019

CAMPO LUNGO - JANE CAMPION/ LEZIONI DI PIANO



Campo lungo – Lezioni di piano (The piano, Jane Campion, 1993)


Su quella spiaggia c’è un pianoforte in una cassa, battuto dalle onde di marea. Infinite onde, come le onde sono. Sfumature viola, grigie, piene di soffi argentati. 
Si è fatto scuro, i contrasti si spengono e gli azzurri del crepuscolo invadono il paesaggio. 
Il grande ippocampo di sassi e conchiglie arrotola lo sguardo nella scena mentre la linea di passi di Ada la taglia in due come una scimitarra. Una linea dritta, solo sfrangiata dal passaggio della gonna sulla sabbia. Ada attraversa l’inquadratura, e segna la strada: subito ad essa si raccorda la traccia di piccole orme di Flora, che dal grande ippocampo di sassi curvano fino ad affiancarsi a quelle della madre: piccole, tonde, distanziate come i balzi di un sasso sull’acqua.
Nei pochi secondi prima che George si muova, paiono frangersi lunghe e innumerevoli onde, in un tempo sospeso, in una scelta solo apparente. Con una breve sezione di arco dall’ampio angolo, George ricalca la scia della gonna di Ada. Piano. 
Non subito ho capito che in quella scena era racchiuso tutto il film, ma mentre lo intuivo, anche se non ero in grado di tradurlo a me stessa. Solo dopo anni ho raccolto le idee, conciliate, affiancate, legate ad altre, e le ho proiettate oltre. Ogni spettatore nella sua vita ha quella manciata di scene –pochi secondi- in cui racchiude interi film ai quali annoda ricordi, sentimenti, libri, emozioni non vissute in prima persona, memorie da replicante, unicorni di carta piegata. Sono strane ninnenanne, nostre, solo nostre, nel silenzio dei nostri pensieri fluttuanti.  
Il campo lungo di Jane Campion è una di queste.
Ada attraversa il film e la sua vita stessa, solcando quella della figlia e di George, in modo profondo, tagliente, definitivo. Come un magnete attira i corpi degli altri, che non possono far altro che seguirla come satelliti docili, presi nell’orbita di una massa più grande. Il passaggio di Ada li annoda, le loro vite si interlacciano su una spiaggia pulita, in linee sottili, tre curve che si fondono in complesse equazioni matematiche che chiedono la felicità del cuore, per prima cosa. 

In quel vaso c’è un garofano rosso.  Un fiore solo mentre eravamo in attesa, ma ora un fiore con infiniti lati, molti petali, rosso, marrone, con sfumature viola, pieno di foglie argentate -un fiore unico a cui ogni occhio dà il suo contributo. 
(Virginia Woolf, Le onde) 
Lidia Zitara

martedì 9 aprile 2019

VIDEO: BORDERLANDS 3 " TUTTO QUELLO CHE NON AVETE VISTO SUL GIOCO ECCO COSA VI ASPETTA " #BORDERLANDS3










VIDEO BORDERLANDS 3 " TUTTO QUELLO CHE NON AVETE VISTO SUL GIOCO ECCO COSA VI ASPETTA " 







Come promesso, Gearbox ha svelato oggi tutti i dettagli sul lancio di Borderlands 3, nuovo attesissimo episodio della serie annunciato al PAX East di Boston alla fine di marzo. Di seguito, tutte le informazioni rivelate dagli sviluppatori.

Borderlands 3 uscirà il 13 settembre 2019 su PlayStation 4, PS4 PRO, Xbox One, Xbox One X e PC Windows, oltre all'edizione Standard saranno disponibili anche le versioni Deluxe, Super Deluxe e la ricchissima Diamond Loot Chest Collector's Edition (gioco non incluso) che include la replica di una cassa Diamond Loot Chest, un modellino di Sanctuary 3, cartoline, dieci figure dei personaggi e cinque litografie esclusive, oltre a quattro portachiavi, una mappa in tessuto e altri contenuti fisici e digitali.

"Esplora nuovi mondi, da solo o in co-op, nei panni di uno tra i quattro nuovissimi cacciatori della Cripta, ognuno dei quali vanta abilità, specializzazioni e caratteristiche uniche. Sconfiggi mostri pazzeschi, recupera tonnellate di bottino e salva il tuo pianeta dalla setta più spietata della galassia. Gioca da solo o con amici, colleziona goziliardi di armi ed un sacco di bottino, salva la tua casa dai più spietati leader della galassia, i Calypso Twins. Per maggiori dettagli su tutte le novità di Borderlands 3 ricordatevi di sintonizzarvi al livestream del 1 Maggio."






Guarda il Video in Anteprima di Days Gone - Le orde avranno dimensioni variabili, potendo contare tra i 50 e i 500 Furiosi alla volta, e saranno persistenti.









Le orde avranno dimensioni variabili, potendo contare tra i 50 e i 500 Furiosi alla volta, e saranno persistenti.
Ciò vuol dire che se ne incontreremo una e ne batteremo una parte prima di scappare via, quando la incontreremo di nuovo la troveremo delle stesse dimensioni in cui l’avevamo lasciata, senza che ci sia un respawn dei Freaker che abbiamo già abbattuto.
Non avremo infine alcuna barriera all’incontro con le orde, dal momento che saranno tutte disponibili praticamente dall’inizio; starà a noi decidere se saremo abbastanza forti da avere qualche chance per eliminarle.


Qui lo Trovi in Forte Sconto. che cosa Aspetti non farti Sfuggire L'occasione 












VIDEO GUIDA COMPLETA AL 100% DI SEKIRO SHADOWS DIE TWICE " TUTTI GLI OGGETTI + TUTTE LE QUEST + OTTENERE MASCHERA DI DRAGO "









Ciao Ragazzi qui nel video trovate la Guida Completa al 100% di Sekiro Shadows die Twice, con tutti gli oggetti trovati, tutte le quest, più come ottenere la Maschera di Drago basta guardare nella PlayList del Mio Canale 








lunedì 8 aprile 2019

IL VIAGGIO DI YAO


Il viaggio di Yao
con Omar Sy, Lionel Louis Basse, Fatoumata Diawara
Francia, 2019
genere, commedia
durata, 103’




“Il viaggio di Yao” è il road movie, con protagonista Omar Sy, che ha conquistato la Francia.
Seydou Tall, nato in Francia da genitori senegalesi, è un attore molto popolare in Francia che decide di andare in Senegal per promuovere la sua autobiografia. Ed è proprio in Senegal che vivrà un’avventura del tutto nuova e indimenticabile grazie al tredicenne Yao. Questi, infatti, tra mille avventure, riesce, scappando di casa, a raggiungere il suo idolo per chiedergli semplicemente un autografo. Seydou, colpito dall’energia, dalla curiosità e dal modo di fare di Yao, decide di lasciare da parte il tour promozionale del libro per riportare il giovanissimo a casa, dal momento che si è allontanato centinaia di chilometri dalla sua famiglia senza nemmeno avvisare.
Ovviamente, come spesso accade in questi frangenti, il viaggio che i due affronteranno non sarà solo un viaggio fisico attraverso il Senegal (che permetterà allo spettatore di conoscere una realtà diversa da quella che solitamente ci circonda), ma anche e soprattutto un viaggio metaforico che farà riflettere i due protagonisti grazie al sostegno e ai consigli dell’altro.
Se Seydou, grazie a Yao, riuscirà a scoprire qualcosa in più su se stesso e su ciò che lo lega alla sua famiglia e a suo figlio Nathan (che sarebbe dovuto partire con lui in questo viaggio, ma che, a causa di una malattia improvvisa, rimane a casa con la madre, dalla quale l’attore si sta separando), il tredicenne, dal canto suo, vedrà, invece, come funziona il mondo, cosa lo aspetta fuori da casa e cosa significa essere adulto.

Una storia di formazione, non soltanto per i due personaggi, ma anche per il pubblico che segue le vicende sorridendo e commuovendosi con Seyodu e Yao.
L’intreccio, per quanto possa essere, per certi versi, prevedibile riesce a progredire grazie al lavoro di Omar Sy, ma anche grazie alla spontaneità del giovanissimo Lionel Louis Basse che ci mostra la realtà attraverso il suo sguardo ed ha la capacità di farci innamorare di qualsiasi cosa (la descrizione del mare è, forse, l’esempio più emblematico).
In tutto questo l’elemento che colpisce di più è il legame tra il film e i personaggi, soprattutto nel caso di Seydou Tall e, quindi, di Omar Sy. L’attore francese, conosciuto ai più per “Quasi amici” e “Una famiglia all’improvviso”, ricopre un ruolo che, in parte, aveva già ricoperto con “Mister Chocolat”, ma che, qui, approfondisce, avvicinandosi ancor di più a ciò che è lui realmente. Per questo, quindi, la spontaneità che trapela dai volti dei due attori non è solamente dovuta alla loro bravura, ma alla loro vera sincerità nel mostrarsi al pubblico.
Veronica Ranocchi

sabato 6 aprile 2019

LA FOTO DELLA SETTIMANA


Bleeder di Nicolas Winding Refn (Danimarca, 1999)
e

BUTTERFLY



Butterfly
di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman
con Irma Testa, Lucio Zurlo
Italia, 2018
genere, drammatico
durata, 80'



Chissà se qualche spettatore si ricorda di "Girlfight" (2000), il film di Karym Kusama che ha lanciato nel firmamento cinematografico l'allora esordiente Michelle Rodriguez. Nella storia l'attrice americana è Diana Guzman, diciottenne inquieta e irascibile che trova nel pugilato la maniera di riscattarsi da una vita segnata da fallimenti e povertà. Pur prodotto in un regime di semi indipendenza "Girlfight" è nel bene e nel male il tipico lungometraggio targato Sundance, (festival dove peraltro ha ricevuto il premio della giuria) per il fatto di oscillare tra una capacità di arrangiarsi fuori dal comune e la voglia di fare il grande salto (come poi è successo a Kusama e soprattutto alla Rodriguez) che in qualche modo tradisce gli ideali di partenza con ammiccamenti e scorciatoie tipiche dell'industria hollywoodiana. Di molte analogie, ma di tutt'altra pasta rispetto al titolo in questione, è fatto "Butterfly", opera seconda di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman incentrata sulla figura di Irma Testa, campionessa di boxe passata alla storia per essere stata la prima donna del suo sport a partecipare ai giochi Olimpici (Rio, 2016). E questo è tanto più vero quanto il fatto che entrambi le vicende partono da caratteristiche socio-ambientali, anagrafiche e sportive pressoché identiche: a parte la coincidenza dell'età, che però è decisiva nel determinare la gerarchia degli elementi che occupano lo spazio dell'inquadratura, a completare la simmetria è soprattutto il significato che lo sport assume nelle vite delle protagoniste, considerato che per ambedue la voglia di allenarsi e di competere nasce anche dal bisogno di emanciparsi da condizioni problematiche (famigliari, lavorative) a cui né Torre Annunziata, dov'è nata la Testa, né Brooklyn, dove si immagina sia cresciuta il personaggio della Rodriguez possono offrire via di salvezza. 


Sono però le differenze dei rispettivi dispositivi a siglare la scarto tra uno e l'altro, a cominciare dall'incidenza della forma sulla verosimiglianza di ciò che vediamo: pur nell'ambito di modelli che fanno dell'aderenza al reale il loro punto di forza, la versione scelta da Cassigoli e Kauffman anziché limitarsi a seguire un percorso sportivo ed esistenziale, nella maniera più classica del cinema documentario, e quindi a ripercorrere la biografia della protagonista accostando le interviste alle immagini di repertorio, organizzano un canovaccio narrativo in cui la realtà viene modificata quel tanto che basta per far sì che Irma vi entri con le caratteristiche che appartengono sia a lei stessa che al "suo" personaggio. Equilibrando spontaneità e improvvisazione e avendo come obiettivo quello di far convivere elementi di segno opposto (verità e finzione) "Butterfly" ripercorre le tappe di un romanzo di formazione nel quale i dolori della giovane Irma (non diremo quali, per non togliere nulla alla sorpresa di scoprirlo da soli) prefigurano un percorso di cadute e di risalite che è paradigmatico di certo cinema sportivo di matrice americana (pensiamo al "Rocky " di John G. Avildsen). 

Con la differenza che il film italiano, confrontandosi con i topoi propri del genere, e per esempio con quello che fa del ring una metafora della vita, riesce a tenersi lontano dalla retorica e dall'enfasi dei prototipi più celebrati. I sacrifici e il rigore con cui Irma porta avanti la sua missione, così come l'impegno nel mantenere unità ciò che resta della nucleo famigliare, diventano allora il principio regolatore dello sguardo con cui Cassigoli e Kauffman vi si rivolgono. Sullo sfondo di un paesaggio umano distante dalla teatralità da presepe napoletano, a cui potevano dare vita le incursioni sulle strade e nella palestra che hanno visto germogliare il talento della protagonista, "Butterfly" non si dimentica di fare politica e di denunciare lo stato delle cose, ma lo fa senza proclami e sempre come conseguenza di qualcos'altro, regalandoci l'opportunità di farci conoscere la purezza di due anime come quelle di Irma e dl Lucio, allenatore e maestro di vita settantottenne (una specie di Don Milani laico), da cui, come spettatori, si fatica a prendere congedo. Il fatto poi di dare spazio alla protagonista invece che limitarsi ad ascoltarla produce un'energia che induce a non arrendersi e funziona come antidoto alla cupezza del presente. In concorso ad Alice nella città - sezione autonoma della Festa del cinema di Roma, "Butterfly" è un capolavoro d'umanità. Meglio di così il cinema italiano non poteva iniziare.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)