venerdì 25 settembre 2015

PUBBLICATE 20 VIDEO GUIDE DI BLOODBORNE SCONFITTO EBRIETAS, FIGLIA DEL COSMO



CIAO RAGAZZI 




ORA MI RESTANO DA FARE SOLO DUE BOSS, E I 3 LABIRINTI. MA DEVO POTENZIARMI PER POTERE FARE I LABIRINTI. MA QUESTO LO SPIEGO NEL VIDEO BUONA VISIONE A TUTTI :-) 

giovedì 24 settembre 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: ARIANNA

Arianna
di Carlo Lavagna
con Ondina Quadri, Massimo Popolizio, Valentina Carnelutti
Italia, 2015
genere, drammatico
durata, 84'


Nonostante le difficoltà che sta attraversando dal punto di vista produttivo, il cinema italiano continua a dare segnali di vitalità. Prova ne sia, all’ultimo festival di Venezia, la presenza di un gruppo di film che ha portato alla ribalta i nomi di Antonio Messina (L’attesa),  Alberto Caviglia (Pecore in erba),  Lorenzo Berghella (Bangland), e appunto di Carlo Lavagna, il regista di “Arianna”, che alla pari degli altri appena menzionati  partecipavano alla manifestazione con la loro opera d’esordio. Al di là delle differenze rintracciabili all’interno dei singoli titoli, ad emergere  in linea generale è il desiderio di porsi in alternativa alla dilagante voglia di omologazione, che caratterizza il panorama cinematografico nostrano. Una diversità che “Arianna” iscrive di diritto nel proprio Dna, attraverso la vicenda della giovane protagonista, adolescente introversa e inquieta che, nell’arco dell’estate trascorsa a contatto con un ristretta cerchia di coetanei  e immersa nella natura incontaminata che circonda la villa di famiglia, è costretta, un poco alla volta, a fronteggiare le conseguenze di un segreto che troverà risposta nella particolarità fisiologica del proprio corpo. 


Partendo dall’anello mancante di una personalità altrimenti incompleta, “Arianna” è il racconto di una presa di coscienza, dolorosa ma necessaria, in cui l’acquisizione dei diversi tasselli che serviranno a ricomporre il mosaico psicologico , della protagonista ma in sottordine anche degli altri famigliari, sono il risultato di un percorso narrativo che adottando la struttura di un thriller esistenziale, procede più per accumulazioni visive che verbali, producendo immagini, a volte svianti, sul tipo di quelle dal sapore bucolico che, contraddicendo la drammaturgia della storia, improntata a un soffuso senso di precarietà, inducono a sentimenti di spensieratezza e di divertimento; a volte evocative del futuro della protagonista; anticipato dal primo piano del volto incorniciato da acque dalla consistenza amniotica, a sottolineare la metamorfosi in atto; in certi casi persino ardite, nella rappresentazione di una sessualità che non solo non rinuncia alle nudità dei corpi ma che nel caso di Arianna, la mostra con un occhio che sembra acuire il mistero di cui la sua carne si fa portatrice. Qualità estetiche e figurative che, sulla scia del successo di registi come Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, sono diventate tratto comune a una fetta sempre più numerosa del cinema italiano; e che però, a differenza di altre volte, nel film di Lavagna riescono a fare a meno del proprio decor, per dare linfa agli aspetti emozionali di una vicenda che, seppur collocata in un contesto anche poetico, risulta nelle sue conclusioni tutt'altro che idilliaca; come testimoniano le parole di Arianna che, nel commentare a posteriori il suo percorso di rinascita non omette le difficoltà della consapevolezza acuisite al termine del suo viaggio esistenziale. Senza dimenticare che “Arianna” affrontando tra gli altri temi, quello relativo alle nuove (per modo di dire) forme di identità sessuale – come già aveva fatto Laura Bisturi in “Vergine giurata” - mette in circolo un’idea di comprensione e di tolleranza che davvero sono un invito a non aver paura di affermare le proprie differenze; qualsiasi esse siano.

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: EVEREST

Everest
di  Baltasar Kormákur
con Josh Brolin, John Hawkes, Jake Gyllenhaal, Jason Clarke.
Usa, 2015
genere, drammatico, avventura
durata,  121'


Innumerevoli esempi, nella storia del cinema e della letteratura, sono la dimostrazione del fatto che la dialettica uomo/natura vada ben oltre il facile manicheismo. Se "Into the wild" rappresenta, difatti, un'occasione per avere uno tra gli spaccati più lucidi circa la società americana - laddove "americano" è un aggettivo diventato ormai estensione di "occidentale": affare, questo, piuttosto inquietante - "Everest", anch'esso tratto da un libro-reportage di John Krakauer ("Into thin Air"), ha un approccio alla vicenda - ovvero una scalata di gruppo sull'Everest finita in tragedia, alla quale Krakauer ha partecipato in prima persona - necessariamente più intimo.

Ci si trova dunque di fronte agli scenari vasti ed imbiancati della montagna, attraverso un montaggio poco scolastico, contrapposti oltre che alla continua ricerca dei primi piani dei protagonisti alle situazioni in interno raffiguranti i familiari in apprensione. Se da un lato la sovrabbondanza della situazioni personali rende la drammaturgia leggermente macchinosa, la visione in tre dimensioni, invece di aggiungere, sottrae potenza alla visione, rendendo le inquadrature più belle e classiche fastidiose - specie alla presenza di un oggetto sfocato in primo piano -.

"- Quando sono a casa sono sempre depresso.
 - Quindi ora sei felice?
 - No, sto soffrendo, ma mi sento vivo."

"Everest", quindi, racconta - seppur con tutti i difetti di grammatica filmica del caso, comprese le didascalie precedenti i titoli di coda - il fallimento della volontà di potenza nell'illusione del superamento di sé stessi in un'impresa che è oltre i limiti dell'umano - ed ecco che ci si ricongiunge al quesito che si pone attraverso la storia di McCandless: quanto fuggire è realmente una fuga? -. Ecco che la vita trova la propria dolce risoluzione nella morte: sembra quasi di sentire ancora la montagna che respira.
Antonio Romagnoli

PUBBLICATE 19 VIDEO GUIDE DI BLOODBORNE SCONFITTI BOSS AMYGDALA + EMISSARIO CELESTE



CIAO RAGAZZI PUBBLICO LA PLAY-LIST DELLA VIDEO GUIDA DI BLOODBORNE  

IL VIDEO NUMERO 19 SARÀ PUBBLICATO TRA MEZZ'ORA. MI RIMANGONO SOLO 3 BOSS DA AFFRONTARE, POI FARÒ IL RESTO DEI LABIRINTI. SEMPRE CERCANDO DI POTENZIANDOMI PER IL SEMPLICE FATO CHE DAL QUARTO LABIRINTO IN POI DIVENTANO DIFFICILI. QUINDI PER POTERLI PASSARE DEVI AVERE IL LIVELLO GIUSTO. QUINDI RESTATE COLLEGATE SUL MIO CANALE.

 

I BOSS CHE RIMANGONO SONO


Boss: Ebrietas, Figlia del Cosmo (Altare della Disperazione) 


Boss: Gehrman, il Primo Cacciatore



IL BOSS SEGRETO : Presenza della Luna



POI RESTANO SOLO I BOSS DEI 3 LABIRINTI CHE MI RESTANO DA FARE!!



mercoledì 23 settembre 2015

News: Dark Souls 3 punterà ad avere un multiplayer per 6 persone


Fonte vg247.it

Read the news in English





News: Dark Souls 3 punterà ad avere un multiplayer per 6 persone Dopo aver provato la demo di Dark Souls 3 alla Gamescom 2015, l’esperto dei giochi Souls VaatiVidya ha espresso le proprie opinioni sul gameplay di questo terzo capitolo: “Sembra che le meccaniche di gioco facciano ritorno al primo capitolo della serie, ma con la fluidità di Bloodborne”. 

 

 

 

Puoi ordinarlo qui su Amazon clicca sulla Foto

 

in Dark Souls 3 Ci sono sei magie di cui siamo a conoscenza finora e le invasioni e le evocazioni non saranno più collegate a degli oggetti consumabili, quindi in ogni momento qualcuno può entrare nelle nostra partita per aiutare o farci fuori.

 

 

UN MONDO SENZA PIETA'

 Un mondo senza pietà
di Eric Rochant.
con: Hippolite Girardot, Mireille Perrier, Yvan Attal
Francia, 1989 
genere, drammatico
durata, 85'




"Oisive jeunesse
A tout asservie
Par delicatesse
J'ai perdu ma vie".
- A.Rimbaud -


Nel tempo dell'obsolescenza programmata dei prodotti, una delle merci simboliche che mano mano ha visto più assottigliarsi il proprio intervallo d'impiego (ossia il percorso che lo separa dalla data di scadenza e, quindi, dalla massa indifferenziata dei rifiuti) e' - va a sapere se per disgrazia o per fortuna - quella del ribelle a vario titolo. Che - genericamente - ribellarsi sia diventato sempre più necessario o sempre più funzionale agli scopi opposti al suo manifestarsi, e', in altre parole, materia vasta e controversa che e' sensato destinare ad altre sedi. E' tuttavia un fatto che il Cinema riesca ancora, con una certa puntualità, a restituire modificazioni e sfumature proprio in relazione a questo aspetto antagonista del vivere, nei modi di un'immediatezza e una sintesi oggigiorno rare (un'annotazione per tutte e per restare vicino a noi: "Les combattants", di Cailley), a volte persino precluse - o magari in esse solo discontinue - ad altre forme d'espressione.

Esempio tra i possibili e' di certo anche la figura di Hyppo/Girardot nell'esordio di Eric Rochant, a nome, appunto, "Un mondo senza pietà". Già nel passo assertivo del titolo echeggiano gli atteggiamenti scostanti e il fare nervoso di un giovane (borghese) disincantato e cinico abbastanza per, da un lato, convivere, facendosi mantenere, assieme al fratello minore, liceale più dedito allo spaccio al dettaglio tra i coetanei che all'applicazione scolastica; dall'altro, darsi per pura inerzia alla remunerazione aleatoria del poker, inframmezzando tali attività alla contemplazione distante e sarcastica di un mondo - il nostro, a dire l'Occidente moderno, tecnologico, finanziario il quale, tra l'altro, proprio in ragione dei presupposti filosofici, politici, economici che lo fondano, non può non essere senza pietà - in piena e soddisfatta rincorsa verso la distruzione ("Se almeno potessimo prendercela con qualcuno. Se potessimo credere di servire a qualcosa. O di andare da qualche parte... Ma cosa c'hanno lasciato ? Un domani felice ? Il grande mercato europeo ? Non abbiamo niente"); alle frequentazioni con l'amico del cuore Halpern (un Yvan Attal posapiano e sardonico, anch'egli qui alla sua prima volta - e al suo primo Cesar -) e alla roulette sentimentale a base di ragazze incapaci di lasciare, a conti fatti, traccia duratura in una prassi scaltrita dalla ripetizione e da avvilenti conferme. Chiaro che le cose prenderanno una piega inedita al momento in cui il destino in apparenza segnato di un buono a nulla come tanti, come Hyppo, andrà ad intersecarsi a quello dell'altrettanto in apparenza mite Natalie/Perrier, minuta e riservata, di mestiere (precario) interprete, laboriosa e precisa esecutrice di una vita da esperire sul parimenti diffuso ma insidioso crinale che separa la sicurezza fittizia della regolarità dai giri a vuoto dell'insulsaggine dell'aurea mediocritas, in attesa di un'opportunità solo in parte esauribile da una prestigiosa borsa di studio oltreoceano.

Il pregio di un film piuttosto lineare nella messinscena ma reso sotterraneamente vibrante e autentico dallo scontrarsi di dialoghi diretti e non di rado insofferenti ad individuare un tormento esplicitato quasi proprio malgrado, tratto cioè fuori a forza da una nausea che vorrebbe solo non sapere più niente (alla sceneggiatura ha collaborato A.Desplechin, autore avvezzo a masticare il disagio interiore), come da silenzi duri o di trattenuta afflizione, risiede soprattutto - e allo stesso tempo - nella frizione (a dire, nel sorprendente effetto di naturalezza che da tale attrito scaturisce) tra un Sistema che per statuto non fa che promuovere ed esaltare l'individuo e l'impossibilità pratica di conciliare le esistenze dei singoli - i loro sogni, i loro smarrimenti, le loro presunzioni - con l'impianto solo in superficie rigoroso e finalizzato di una realtà sul serio slabbrata e ormai perlopiu' incomprensibile, tenuta assieme da una frenesia dissipatoria che Hyppo prova a gestire con la rinuncia e una calcolata apatia e Natalie, propositiva e fiduciosa, s'illude ancora di poter, bene o male, cavalcare, ma da cui entrambi, in maniere diverse, si sentono tenuti in ostaggio, oltreché, sottopelle, umiliati. In tal senso - nel corpo di una Parigi di corsa, seduttrice opaca e brutale nello splendore ingannevole dei suoi annosi boulevard - Hyppo, seguito passo passo dalla mdp di Rochant, nonché sostenuto dalla progressione decisa e inquieta della partitura-guida per piano di Gerard Torikian, si sposta su ciò che resta delle impronte di un immaginario cinematografico tipicamente francese come dovesse o fosse ancora possibile saldare la strafottenza lunare dei non-eroi godardiani al tipico gusto-del-negativo tardo moderno, inodore, insapore ma capace di pervadere e, all'occorrenza, recidere tutto, anche gli scampoli di un maledettismo magari spendibile sebbene, comunque, fuori tempo massimo, così come i vincoli ideali e romantici di un ipotetico Antoine Doinel scaraventato dalla meraviglia dell'incontro/rivelazione col mare all'iper-parossismo omicida del carnevale dei topi contemporaneo.

Armato nonostante tutto di un insopprimibile vitalismo, declinato per sottrazione nelle fogge di una difesa strenua di ciò che l'interiorità non vuole smettere di dettare e si rifiuta di spartire con un contesto umano, psicologico e morale sostanzialmente indifferente nella sua equanime crudeltà ("Cosa sei, una macchina ?", apostrofa stranita Natalie. "Una macchina per vivere", ribatte secco Hyppo), Hyppo finisce così per opporre alla sua stessa rassegnazione la forza nuda di una coerenza più sistematica e coriacea rispetto alla risolutezza programmatica e persuasa solo negl'intenti di Natalie, a ben vedere, in fondo, molto più conformista nell'aderire a modelli di comportamento che traggono la loro legittimità per gran parte dalla passiva reiterazione/condivisone su larga scala.
Addirittura il perdigiorno arriverà a mostrare - per non rinunciare ad uno slancio autentico, quantunque minato dalla patologica transitorietà di questi anni inumani - di essere svincolato pure dalla propria inconsistenza ("A volte bisogna fare delle concessioni", borbotta. E: "Dovrò sgobbare ancora"), sperimentando in prima persona, nel fallimento di ogni prospettiva ribellistica che non sia una lucida e intransigente auto-emarginazione, lo spazio residuale in cui in via esclusiva essa può produrre, col rischio mai del tutto eluso di uno sforzo a perdere, una trasformazione interiore vera e profonda, vale a dire l'innamoramento, esaltante e doloroso strappo non addomesticabile al tessuto di giorni altrimenti irrimediabilmente perduti, verso il quale, con nonchalance e una punta d'apprensione, mostrare sincera apertura secondo l'estro beffardo di una semplice constatazione: "Non ci resta che innamorarci come dei coglioni. E questa e' la cosa peggiore".
TFK

Leggi la Recensione su Blood Bowl 2




Fonte Games.it

  Read the news in English





News: Articolo a cura di Pietro Gualano

Blood Bowl 2 offre un interessante mix di sport, fantasy e strategia, si stratta di un titolo basato sul gioco da tavolo creato da Jervis Johnson per Games Workshop e si propone come sequel del videogioco dedicato al Blood Bowl uscito nel 2009. Lo sviluppatore Cyanide Studios ha cercato di prendere il meglio dal primo capitolo correggendo le imperfezioni emerse in questi anni e introducendo alcune sfiziose novità.
Ma questo titolo è all'altezza del nome che porta? Ecco la nostra recensione di Blood Bowl 2.






CLICCA SULL'IMMAGINE PER VEDERE IL PREZZO AFFARE SU AMAZON




Botte e strategia

Blood Bowl 2 è essenzialmente un gioco strategico a turni, due squadre si affrontano su un campo diviso in caselle con lo scopo di portare la palla nell'area di touchdown avversaria e hanno la possibilità di effettuare anche passaggi in avanti. L'idea di base, quindi, è proporre un titolo che riprenda a grandi linee le regole del football americano introducendo però alcuni elementi che finiscono per rendere le partite completamente uniche e diverse da quelle che possiamo vedere in NFL. Cosa rende il Blood Bowl uno sport originale e diverso da tutti gli altri? Per rispondere a questa domanda potremmo sottolineare il fatto che la morte di un giocatore in campo sia solo uno spiacevole inconveniente, oppure potremmo soffermarci sul fatto che è perfettamente ammissibile picchiare violentemente un avversario senza apparente motivo. Ciò che conta, però, è che Blood Bowl 2 riesce a divertire con il suo tasso di violenza elevato, i suoi personaggi sopra le righe (a partire dai commentatori), i suoi stadi ricchi di spettatori assetati di sangue e i suoi strani arbitri.
A questo punto si potrebbe pensare che una partita di Blood Bowl sia una semplice scazzottata in cui vince chi picchia più forte, ma non lasciatevi ingannare. In questo gioco l'astuzia, l'abilità nel posizionamento e la gestione dei propri uomini sono decisamente più importanti della semplice forza bruta. Il titolo offre un livello di sfida più che soddisfacente, mettendo alla prova il giocatore e costringendolo a valutare i rischi legati a una determinata azione. Tutto questo è possibile grazie ad un'intelligenza artificiale decisamente migliorata rispetto al passato che cerca costantemente di ottenere posizioni di vantaggio: le squadre nemiche non sono perfette e può capitare di vederle commettere errori, ma quest'eventualità è piuttosto rara e generalmente l'IA si comporta in modo più che degno.
All'inizio della partita l'arbitro lancia una moneta e, nel caso di un risultato a noi favorevole, abbiamo la possibilità di scegliere se iniziare in attacco o difesa. A questo punto non ci resta che schierare i nostri “uomini” nel modo migliore possibile e dare il via alle danze: nel caso in cui non abbiate mai giocato a Blood Bowl potreste avere qualche difficoltà a capire i vari meccanismi, ma fortunatamente la prime partite della campagna svolgono in modo eccellente il compito di insegnare le basi al giocatore. La vittoria in uno scontro fisico è decisa dal lancio dei dadi, per aumentare le nostre possibilità dobbiamo valutare le statistiche del giocatore con cui stiamo attaccando e posizionare in modo ottimale gli altri membri della squadra (per esempio circondando il giocatore avversario). Le azioni come il passaggio, la corsa in mezzo alle linee nemiche o la ricezione invece non sono decise da un lancio di dadi, le percentuali di successo variano a seconda del giocatore utilizzato e della situazione in cui ci troviamo. Saper scegliere se e quando rischiare una determinata azione è fondamentale dal momento che se falliremo il nostro turno terminerà istantaneamente e l'iniziativa passerà al nostro avversario.
Ogni singolo membro delle due squadre ha determinate statistiche che ci indicano la sua abilità nel ferire l'avversario, nell'incassare i colpi e non solo: tenere conto di questi numeri è importante perché ci permette di mettere l'uomo giusto al posto giusto.
In questo gioco non ci vuole solo abilità: è necessaria una buona dose di fortuna per uscire indenni da determinate situazioni e avere successo in certe azioni, ma è anche vero che il titolo non sarebbe così bello se non fosse anche un po' imprevedibile. L'altra faccia della medaglia, però, è la frustrazione che emerge vedendo azioni ben costruite e ragionate rovinate da un semplice lancio di dadi sfortunato: quando si gioca contro l'IA è facile pensare che questa stia “barando” ma, dopo un'analisi più attenta, ci si rende presto conto che spesso il nostro avversario è abile a mettersi nelle condizioni migliori per vincere, non è semplicemente fortunato. Per riassumere potremmo dire che avere la sorte dalla propria parte è importante, ma saper gestire la propria squadra come si deve è decisamente più determinante ai fini del risultato finale.






CLICCA SULL'IMMAGINE PER VEDERE IL PREZZO AFFARE SU AMAZON





Botte e strategia

Blood Bowl 2 è essenzialmente un gioco strategico a turni, due squadre si affrontano su un campo diviso in caselle con lo scopo di portare la palla nell'area di touchdown avversaria e hanno la possibilità di effettuare anche passaggi in avanti. L'idea di base, quindi, è proporre un titolo che riprenda a grandi linee le regole del football americano introducendo però alcuni elementi che finiscono per rendere le partite completamente uniche e diverse da quelle che possiamo vedere in NFL. Cosa rende il Blood Bowl uno sport originale e diverso da tutti gli altri? Per rispondere a questa domanda potremmo sottolineare il fatto che la morte di un giocatore in campo sia solo uno spiacevole inconveniente, oppure potremmo soffermarci sul fatto che è perfettamente ammissibile picchiare violentemente un avversario senza apparente motivo. Ciò che conta, però, è che Blood Bowl 2 riesce a divertire con il suo tasso di violenza elevato, i suoi personaggi sopra le righe (a partire dai commentatori), i suoi stadi ricchi di spettatori assetati di sangue e i suoi strani arbitri.
A questo punto si potrebbe pensare che una partita di Blood Bowl sia una semplice scazzottata in cui vince chi picchia più forte, ma non lasciatevi ingannare. In questo gioco l'astuzia, l'abilità nel posizionamento e la gestione dei propri uomini sono decisamente più importanti della semplice forza bruta. Il titolo offre un livello di sfida più che soddisfacente, mettendo alla prova il giocatore e costringendolo a valutare i rischi legati a una determinata azione. Tutto questo è possibile grazie ad un'intelligenza artificiale decisamente migliorata rispetto al passato che cerca costantemente di ottenere posizioni di vantaggio: le squadre nemiche non sono perfette e può capitare di vederle commettere errori, ma quest'eventualità è piuttosto rara e generalmente l'IA si comporta in modo più che degno.
All'inizio della partita l'arbitro lancia una moneta e, nel caso di un risultato a noi favorevole, abbiamo la possibilità di scegliere se iniziare in attacco o difesa. A questo punto non ci resta che schierare i nostri “uomini” nel modo migliore possibile e dare il via alle danze: nel caso in cui non abbiate mai giocato a Blood Bowl potreste avere qualche difficoltà a capire i vari meccanismi, ma fortunatamente la prime partite della campagna svolgono in modo eccellente il compito di insegnare le basi al giocatore. La vittoria in uno scontro fisico è decisa dal lancio dei dadi, per aumentare le nostre possibilità dobbiamo valutare le statistiche del giocatore con cui stiamo attaccando e posizionare in modo ottimale gli altri membri della squadra (per esempio circondando il giocatore avversario). Le azioni come il passaggio, la corsa in mezzo alle linee nemiche o la ricezione invece non sono decise da un lancio di dadi, le percentuali di successo variano a seconda del giocatore utilizzato e della situazione in cui ci troviamo. Saper scegliere se e quando rischiare una determinata azione è fondamentale dal momento che se falliremo il nostro turno terminerà istantaneamente e l'iniziativa passerà al nostro avversario.
Ogni singolo membro delle due squadre ha determinate statistiche che ci indicano la sua abilità nel ferire l'avversario, nell'incassare i colpi e non solo: tenere conto di questi numeri è importante perché ci permette di mettere l'uomo giusto al posto giusto.
In questo gioco non ci vuole solo abilità: è necessaria una buona dose di fortuna per uscire indenni da determinate situazioni e avere successo in certe azioni, ma è anche vero che il titolo non sarebbe così bello se non fosse anche un po' imprevedibile. L'altra faccia della medaglia, però, è la frustrazione che emerge vedendo azioni ben costruite e ragionate rovinate da un semplice lancio di dadi sfortunato: quando si gioca contro l'IA è facile pensare che questa stia “barando” ma, dopo un'analisi più attenta, ci si rende presto conto che spesso il nostro avversario è abile a mettersi nelle condizioni migliori per vincere, non è semplicemente fortunato. Per riassumere potremmo dire che avere la sorte dalla propria parte è importante, ma saper gestire la propria squadra come si deve è decisamente più determinante ai fini del risultato finale.

 



Che stile!

Blood Bowl 2 non si prende mai troppo sul serio, il titolo è ironico e divertente e riesce a sorprendere più volte il giocatore. Jim e Bob, i due presentatori della TV ufficiale dedicata al Blood Bowl, sono ben realizzati e accompagnano il giocatore prima, durante e dopo la partita. In modalità campagna il loro ruolo diventa ancora più importante: sono loro che ci spiegano senza essere mai banali la storia raccontata nel gioco e spesso tra le loro frasi sopra le righe possiamo anche trovare qualche suggerimento su quali azioni compiere.
Dal punto di vista tecnico non ci si può lamentare: lo stile grafico del titolo è perfettamente adatto al contesto, gli stadi sono ben realizzati e pieni di vita e rispetto al primo Blood Bowl sono stati fatti grandi passi in avanti. Non stiamo parlando di un gioco tecnicamente perfetto: nel corso della nostra prova ci siamo imbattuti in diversi bug minori ma siamo convinti che questi verranno corretti in tempi brevi con una serie di aggiornamenti.
Più che buono anche il sonoro, con musiche ed effetti che rimangono nella testa del giocatore. Sfortunatamente il titolo non è né doppiato né sottotitolato in italiano e richiede una buona conoscenza dell'inglese, vi invitiamo a tenere conto di questo aspetto prima di acquistarlo: nel corso delle prossime settimane potrebbe arrivare una traduzione dalla community, ma fino ad allora il gioco resta sconsigliato a chi conosce poco e male l'inglese.

 


Conclusione

Blood Bowl 2 è un titolo interessate, divertente e stimolante che riesce a mettere alla prova il giocatore. A volte può essere un po' frustrante ma stiamo comunque parlando di un prodotto di qualità, tra le note negative dobbiamo segnalare la mancanza della lingua italiana e la decisione di inserire i Lizardmen e i Wood Elves come bonus pre-order.  Lo stile ironico del gioco, la nuova  campagna e la modalità “play in a league” permettono al titolo di superare il suo predecessore e siamo sicuri che i fan di questo particolare “sport” passeranno ore e ore tentando di creare la squadra perfetta.