lunedì 16 settembre 2019

VENEZIA 76. SE C'E' UN'ALDILA' SONO FOTTUTO - VITA E CINEMA DI CLAUDIO CALIGARI



Se c’è un aldilà sono fottuto – Vita e cinema di Claudio Caligari 
anno, 2019
durata, 105'
genere: documentario
Italia, 2019
regia, Simone Isola, Fausto Trombetta


Ancora cinema italiano protagonista alla Mostra del cinema di Venezia. Questa volta grazie a Simone Isola e Fausto Trombetta, i quali nel dedicare un tributo alla vita e al cinema di Claudio Caligari realizzano un documentario che assomiglia a un film per la capacità di riportare in vita e davanti alla macchina da presa il regista di Non essere cattivo. Di seguito l'intervista ai registi di Se c'è un aldilà sono fottuto - Vita e cinema di Claudio Caligari.




La sequenza iniziale introduce in maniera coerente il vostro film. In essa c’è innanzitutto il protagonista della storia e cioè Claudio Caligari, presente nella lettera indirizzata da Valerio Mastandrea a Martin Scorsese. Ci sono i contenuti riguardanti la costante produttiva che ha impedito al regista di realizzare un numero maggiore di lungometraggi. C’e, soprattutto, il documento che prende forma e, dunque, la mescolanza di linguaggi e materiali che vi ha permesso di riportare in vita l’esistenza umana e professionale dell’autore. Un’unità di intenti, quest’ultima, simile a quella messa da tutti coloro che si sono messi a disposizione di Caligari per aiutarlo a realizzare Non essere cattivo.

Simone Isola: Si, diciamo che ci sta come chiave di lettura, perché Se c’è un aldilà sono fottuto – Vita e cinema di Claudio Caligari è stato fatto con lo stesso spirito, e cioè nel tentativo, spero riuscito, di mettere insieme elementi di diversa natura. Poi diciamo che se il documentario è cosi ricco di contenuti è dovuto al fatto che c’è stata un’unione di forze tra me e Fausto Trombetta, che per primo aveva intrapreso un documentario su Caligari. Lui è di Ostia e vive negli ambienti dove è stato girato il film, dunque è bello che sia partito da quei luoghi, anche dal punto di vista dell’ispirazione.


Io sono entrato in gioco nel momento in cui sono arrivati da me per intervistarmi a proposito di Non essere cattivo, di cui avevano già girato venti, trenta interviste autoprodotte sulla spinta di un grande e contagioso entusiasmo. Da lì, abbiamo deciso di unire le forze per fare qualcosa di più ambizioso che oltre alle interviste contenesse anche altro materiale: abbiamo preso il backstage delle riprese di Non essere cattivo e abbiamo scritto un progetto nuovo che dalla lavorazione del film – e quindi dalla lettera di Valerio Mastandrea – arrivava alla presentazione del film a Venezia, dopo aver raccontato la vita e il cinema di Caligari attraverso delle tappe che sono quelle della lavorazione del suo ultimo lungometraggio. Quindi, se non ci fosse stata questa unione di intenti sicuramente il documentario non sarebbe venuto cosi bene perché, come detto, una parte del lavoro era stato  già avviato da lui.


Lo stato di salute di Caligari insieme alla consapevolezza su quella che poteva essere la sua ultima volta sul set ha conferito ancora più forza al vostro lavoro, come dimostrano le immagini raccolte nel backstage del film.

Fausto Trombetta: Si, questo ha creato una vera e propria unione di intenti, ed è da li che nasce la famosa “banda Caligari”, passata alla storia proprio perché l’intenzione era quella di rimettere Claudio sul luogo dove per lui era più naturale stare e cioè sul set. Abbiamo sempre pensato che fosse giusto e doveroso fare così.

La sensazione è che Se c’è un aldilà sono fottuto si possa considerare un po’ come il quarto film di Caligari, quello in cui per la prima volta troviamo il regista e il suo universo davanti alla macchina da presa. Come si diceva, Caligari vi prende corpo all’interno di un  flusso che fa degli umori, dei modi di essere e dello sguardo del regista la materia fondante del vostro racconto.

F.T.: Questo succede perché fondamentalmente non c’è distinzione tra cinema e vita di Claudio; uomo e regista attengono uno all’altro, tant’è che il sottotitolo del nostro film è appunto vita e cinema di Claudio Caligari. Le due cose sono indistinguibili perché lui ha vissuto della sua idea di cinema. Lo dice anche la madre nell’intervista contenuta all’interno del documentario. Noi, in qualche modo, con questo lavoro vogliamo restituire almeno in parte qualcosa a Claudio. Ciò che gli è stato tolto dalle dinamiche della sua vita e da quelle interne al mondo del cinema.

Mescolate finzione a documentario, passato e presente per confrontare il paesaggio dei film di Caligari con quello reale e contemporaneo delle immagini di oggi. In più, sovrapponete alcuni dialoghi delle sue opere a istantanee del presente,  come capita nella bellissima sequenza dedicata a Pasolini e alla lapide a lui eretta.


S.I.: I tre film di Claudio sono tre cult e a me ha sempre molto colpito il discorso sul tempo, perché quando un regista fa un film a distanza di quindici anni è chiaro che cambiano i paesaggi e le persone. Inoltre, mi incuriosiva molto che un uomo nato sul lago maggiore di sponda torinese, tramite il cinema e la letteratura, si fosse così appassionato a quei luoghi che definiva pasoliniani e che per lui erano il simbolo delle periferie del mondo. Quindi, ci piaceva tornare in quei posti e vedere gli scheletri di ciò che ne era rimasto. Il monumento a Pasolini è sempre lì, rinnovato rispetto all’originale, ma sempre uguale nel disegno. I quesiti che esso pone sono sempre attuali e politici ma a cambiare sono luoghi e paesaggi. Dopodiché, portare i dialoghi dei suoi film – che secondo sono tra i più belli che siano stati fatti – sui luoghi di oggi ti dà quella sensazione di stacco temporale che li fa sembrare come se arrivino da un’altra dimensione. La particolarità vuole che essi siano talmente fusi con quegli ambienti da creare unione anche nella distanza. Sono audio dei film, però i luoghi sono gli stessi e così pure le dinamiche. Non cambieranno mai, ed è per questo che abbiamo pensato a questo tipo di collegamenti.


Se lui indagava la trasformazione del corpo sociale nel corso degli anni voi fate lo stesso con il vostro film, perché andate nei medesimi luoghi per dare conto di come sono diventati.


F.T.: Claudio come Pasolini sostenevano che il vero cambiamento all’interno di una società e, in particolare, di una città si vede nelle periferie perché bene o male il centro storico, nel corso degli anni, rimane sempre uguale a se stesso. Quindi, una delle chiavi di lettura del nostro lavoro è stata quella di rivisitare i luoghi prima pasoliniani e poi caligariani per riscontrare che effetti si sono prodotti con il passare degli anni. Per esperienza personale posso dire che le piazze di spaccio che si vedono in Amore tossico oggi sono molto diverse da trentacinque anni fa. A mancare è quel tessuto sociale che paradossalmente prima pur nella povertà e nella disperazione c’era ed era forte.

Pasoliniano lo è Non essere cattivo e voi lo fate vedere nella presa di coscienza di come anche le borgate abbiano acquisito le distorsioni della mentalità capitalistica a discapito del primordiale vitalismo incarnato in questi luoghi.

S.I.: Il messaggio di Non essere cattivo l’ho capito leggendo la sceneggiatura. In questo senso, sono contento che tanti ragazzi abbiano visto il film perché contiene un messaggio profondo ma non complesso che è quello che Cesare non è un cattivo ma un disperato. La sua rapina è un tentativo di farsi ammazzare perché quello è l’unico modo per ribellarsi a un sistema che ti fa lavorare in un cantiere senza darti i soldi che ti servono per coprire i tanti richiami consumistici. In quegli anni anni ’70 e soprattutto ’80, in cui la coscienza politica era sfumata, l’unica ribellione era quella di andare incontro alla morte. Cesare muore mentre Vittorio affronterà una vita difficile e complicata, cercando di proteggere il figlio dal richiamo dello spaccio e della droga, per la quale i soldi non bastano mai. E, quindi, il messaggio è che lo stare nella società porta a questo tipo di atteggiamenti e che per questo è necessario andare oltre la semplice divisione tra buoni e cattivi. Parlo di un avvertimento comune a tutti e tre i film, anche nel secondo, dove c’è questo gruppo di pirati che viene dalla periferia per andare a rubare in centro. Si tratta di un messaggio fortemente politico reso in una chiave particolare.



Ne La parte bassa del 1978 gli studenti invocavano l’utilizzo delle bombe come forma di contestazione. In Amore tossico gli attori sono essi stessi tossicodipendenti. Ne L’odore della notte i poveri escono dalle borgate per derubare i ricchi. Potrebbe essere questa la risposta al fatto che Claudio non riusciva a fare i suoi film, ovvero che il suo cinema metteva paura al sistema perché troppo in anticipo sui tempi?

F.T.: Sul perché Claudio non riuscisse a fare film ci si potrebbe scrivere un trattato. È il quesito che accompagna tutto il nostro lavoro. Noi certe risposte ce le siamo date, ma di certo non esauriscono la complessità della vicenda umana e professionale di Claudio Caligari.

S.I.: Lui non è arrivato a realizzare i suoi film, ma nel frattempo ha continuato a scriverli. Il problema era che i temi trattati erano sempre in anticipo sui tempi. Dodici anni fa scriveva delle baby prostitute dei Parioli con sguardo diretto e spudorato, quindi per un produttore immaginare di fare un film del genere nel 2007 non era una passeggiata. Altre volte è capitato che lui non sia sceso a compromessi, quindi come diceva giustamente Fausto sono tanti i motivi. Certo, poi se lui fosse nato ventenni prima di certo avrebbe fatto più film, ne sono quasi sicuro. Esordire a metà degli anni Ottanta non era come farlo negli anni settanta.

Il vostro film fa vedere quanto sia stato importante il ruolo di Valerio Mastandrea che in Non essere cattivo è stato il doppio di Caligari, presente sul set dal primo all’ultimo giorno come factotum dell’idea che Caligari aveva in mente per il suo progetto.

S.I.: Diciamo che Valerio ha avuto un rapporto completo con il film, cioè l’ha seguito dalla fase di preparazione fino all’uscita in sala ed è stato una sorta di alter ego del regista, supportandolo anche con difficoltà, perché poi Claudio aveva un carattere molto forte e se qualcosa non gli piaceva non mancava di fartelo notare. Quando dice – tra il serio e il faceto – che in caso di morte il film lo deve firmare Valerio, perché così se sarà venuto male non sarà lui ad assumersene la responsabilità, dimostra come fosse uno che non si fidasse ciecamente neanche delle persone a lui più vicine.

F.T.: Devo dire che Valerio ha fatto un lavoro straordinario prima e dopo perché quando giri un film con un regista che si trova in certe condizioni è un problema sotto tutti i punti di vista. Lui è stato decisivo, si è dato e speso mesi e mesi della sua vita intorno a quel progetto. Se il film si è potuto fare penso che molto del merito sia il suo.


Tra l’altro è bello che Caligari torni a Venezia perché il prestigio del Festival e l’attenzione intorno al vostro film in qualche modo lo ripaga di certe sviste.

S.I.: Venezia è la sede naturale di questo documentario, non poteva essere altrimenti. La città la vediamo più volte nel corso del film e comunque tutti e tre i lavori di Claudio sono venuti qui, dunque il festival mi sembra la destinazione ideale per quello che vuole essere non solo un tributo ma anche la voglia di restituire qualcosa a Claudio.

Alla pari degli altri, anche il suo ultimo film ci dimostra come Caligari fosse uno scopritore di talenti: da Mastrandrea, a cui ha dato dignità di attore drammatico quando ancora non gli veniva riconosciuta, ai vari Borghi e Marinelli, oggi più che mai sulla cresta dell’onda.

Una delle massime di Claudio era: “se sbagli il cast bruci il film”. Evidentemente aveva una particolare sensibilità nel scegliere gli attori. Maurizio Calvesi, che per molti anni ha lavorato a stretto contatto con lui, ci diceva di come Claudio riuscisse a vedere oltre la faccia. Osservava un volto e capiva cosa c’era dietro. In parte ce lo dice proprio Caligari quando parla del primo approccio con un ancora non così conosciuto Valerio Mastandrea. “Ho visto la sua foto”, dice Claudio, “e ho capito che non aveva la faccia da piccolo borghese e che quindi con lui potevo lavorare.” Claudio era uno che responsabilizzava molto gli attori. Non andava da loro per dirgli come fare un determinato gesto. Gli faceva invece vedere molti film e gli dava numerose referenze ma li lasciava anche molto liberi. Per un attore giovane, soprattutto se il film andava bene, tutto questo voleva dire crescere in consapevolezza e autostima.


Nel vostro dispositivo montaggio e fotografia contribuiscono non poco al risultato. Vorrei che me ne parlaste.

S.I.: Questo in parte è un film che è stato anche scritto, nel senso che aveva la possibilità di partire da (molti) materiali già acquisiti, dunque, il lavoro di montaggio è stato davvero eccezionale. Mario Marrone ha fatto un lavoro complesso. Rispetto al mio documentario su Alfredo Bini (Alfredo Bini, Ospite Inatteso, ndr) questo è stato molto più complicato perché c’era molta diversità di materiale, come pure una struttura affascinante ma comunque delicata perché organizzata su più livelli. Fausto al momento del nostro incontro aveva già realizzato 25 interviste. Quindi, facendo la mappatura dei vari materiali il lavoro di selezione e amalgama, si presentava molto articolato. Per la fotografia, invece, dobbiamo ringraziare Maurizio Calvesi per le riprese effettuate nei luoghi caligariani. La sua presenza mi ha davvero emozionato. Lui era molto legato a Claudio e si è messo a disposizione perché anche voleva lasciare il suo contributo. Un pensiero va anche a Paolo Vivaldi, che ci ha dato parte dei brani di Non essere cattivo, e poi a Marco De Annuntis, che ha avuto l’idea del progetto e che ha scritto i brani originali. Hai ragione, forse si sono messi tutti a disposizione come successo al tempo del film; forse era nella capacità di Claudio di tirare fuori il meglio da ciascuno.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI

Mio fratello rincorre i dinosauri
di Stefano Cipani
con Alessandro Gassman, Isabella Aragonese, Francesco Gheghi
Italia, 2019
genere: commedia
durata, 101’


Tratto dall’omonimo romanzo, “Mio fratello rincorre i dinosauri” racconta la storia vera di Giacomo “Jack” Mazzariol e della sua famiglia. Jack è un bambino di 7/8 anni che vive con due sorelle più grandi, Chiara e Alice, e i suoi genitori. Un giorno tutta la famiglia è riunita per una comunicazione importante che sconvolgerà per sempre le vite di tutti: i Mazzariol aspettano un altro bambino. Stavolta, per la gioia di Jack (narratore dell’intera vicenda), si tratta di un maschio. Potrà finalmente divertirsi, giocare con lui a giochi “da maschio” e condividere qualsiasi cosa. Prima della nascita viene deciso anche il nome. Il nuovo arrivato si chiamerà Giovanni. Peccato che i sogni di Jack siano destinati ben presto ad infrangersi perché Gio non è come gli altri. Inizialmente illuso e sognante, pensando si tratti di un supereroe con poteri magici, Jack scoprirà presto che suo fratello ha in realtà la sindrome di down e che questo fatto lo porterà ad essere unico, speciale e diverso dagli altri, ma non nel modo in cui se lo era immaginato.
L’adolescenza di Jack è quindi travagliata perché spesso con Gio, con il quale non vuole farsi vedere e del quale molto spesso si stanca. Il suo disinteresse per il fratello ben si concilia con una nuova scuola, più lontana da casa, nella quale si iscrive, insieme al fidato amico Vitto, con il solo e unico scopo di conquistare Arianna, una ragazzina conosciuta per caso. Per fare breccia nel cuore della giovane e conquistarsi il rispetto degli altri studenti, però, Jack farà delle scelte e prenderà delle decisioni alquanto discutibili che necessiteranno dell’intervento, più o meno volontario, di Gio.
Una storia vera, come accennato, quella della famiglia Mazzariol e di Jack che, proprio sulla sua vita e sul suo rapporto col fratello, ha scritto un libro, raccontando di quanto sia stato difficile inizialmente accettare l’arrivo in famiglia di suo fratello, ma anche di come, una volta capito e guardato il mondo attraverso i suoi occhi, tutto sia stato immediatamente più semplice.
Si tratta, chiaramente, di un film dove è la storia a farla da padrona e dove, quindi, passano in secondo piano anche le scelte tecniche. Una storia che commuove e tocca nel profondo, grazie anche alla voice over di Jack che accompagna lo spettatore fin dal primo istante non tanto nella storia, quanto più nella mente del protagonista per aiutarci a capire cosa gli passi per la testa in determinate situazioni e perché si comporti in un modo piuttosto che in un altro.
Alessandro Gassman e Isabella Aragonese sono i genitori che cercano di fare il possibile per tenere unita la famiglia e far star bene, allo stesso modo, tutti i figli.
Ma è come se mancasse qualcosa. E’ un viaggio di formazione all’interno del quale veniamo catapultati grazie alla voce e alla presenza di un ragazzino e questo fatto sembra mantenere l’intera opera sullo stesso piano adolescenziale senza mai aggiungere o modificare alcunché. 
Veronica Ranocchi

STRANGE BUT TRUE

Strange but true
di Rown Athale
con Nick Robinson, Amy Ryan, Margaret Qualley
USA, 2019
genere, thriller
durata, 96'




Mai titolo fu più esplicativo.cLa pellicola di Rowan Athale è un misto tra il giallo e il thriller con una punta di soprannaturale, almeno inizialmente. La storia si apre in medias res con il protagonista, Philipp Chase, probabilmente inseguito da qualcuno, che sta tentando di nascondersi in un bosco.
Si torna poi a due giorni prima e veniamo introdotti all’interno della famiglia Chase, composta da Charlene, separatasi dal padre dei suoi due figli e suo ex marito Richard, risposatosi con un’altra donna e Philipp. Purtroppo il quarto membro della famiglia, il primogenito Ronnie, non c’è più perché morto in un incidente stradale, del quale, a piccoli passi, scopriamo sempre più dettagli. Philipp, con una gamba infortunata, e la madre ricevono, però, la visita inaspettata di Melissa, la fidanzata di Ronnie, fino al momento della sua morte. Questa le rivela che, a distanza di cinque anni, dalla perdita dell’amore della sua vita è in dolce attesa, proprio di Ronnie. Charlene, incredula, reagisce alla notizia cacciando la ragazza di casa. Philipp, invece, cerca di trovare una soluzione, instillando dubbi nella madre che inizia a fare delle spasmodiche ricerche, contattando anche l’ex marito. Nel frattempo veniamo catapultati nella vita di Melissa che vive accanto a un’anziana coppia che tenta, per quanto possibile, di prendersi cura della giovane con, indubbiamente, alcuni problemi, tanto da essere arrivata a rivolgersi a una sensitiva.
Tra punti interrogativi e misteri continui la vicenda prosegue e si fa sempre più intricata, arrivando ad incastrare tutti i pezzi del puzzle. Una conclusione, però, forse un po’ troppo affrettata, data la quantità di “carne sul fuoco” proposta dalla pellicola.
La storia, adattamento dell’omonimo romanzo, parte molto bene e sembra promettere grande adrenalina che, però, arriva solo in alcuni frangenti con il susseguirsi di stacchi continui e bui.
Alcune scelte un po’ troppo irrealistiche per un film del genere dove ad emergere molto di più rispetto a tutto il resto è sicuramente Margaret Qualley. Il suo modo di rappresentare un personaggio così complesso e rendere alla perfezione tutte le sue sfaccettature conferisce alla pellicola il giusto tono, sottolineato anche dal fatto che sia proprio sua la voice over che apre e chiude il film, quasi a darne una morale.
Veronica Ranocchi


mercoledì 11 settembre 2019

VENEZIA 76. WAITING FOR THE BARBARIANS

Waiting for the barbarians
di Ciro Guerra
con Mark Rylance, Johnny Depp, Robert Pattinson
USA, Italia, 2019
genere, drammatico
durata, 112’



Tratto dall’omonimo romanzo, “Waiting for the barbarians” è il nuovo film di Ciro Guerra, sua prima opera in lingua inglese, con protagonisti Mark Rylance e Johnny Depp.
La storia inizia in un avamposto al confine dell’impero, in un luogo, però, imprecisato. Qui un magistrato e uomo di cultura tenta di amministrare, per quanto possibile, la situazione. Il suo modo di gestire tutte le problematiche che gli si presentano, però, non viene particolarmente apprezzato dall’Impero che decide di inviare lo spietato colonnello Joll a sistemare la situazione. Quest’ultimo, con un metodo completamente diverso, decide di utilizzare fin da subito il pugno di ferro e maniere drastiche principalmente per capire se i barbari (cioè le popolazioni nomadi che sono originarie di quelle stesse zone desertiche) rappresentano o meno una reale minaccia.
Il magistrato fin da subito sembra prendere le distanze dall’operato del colonnello e di tutto il suo seguito, arrivando addirittura a comportarsi in maniera opposta. Peccato che tutti gli uomini inviati dall’Impero vedano nelle azioni del protagonista una minaccia. Per questo motivo dovranno cercare di tenerlo a bada il più possibile.
Un’interpretazione notevole quella di Johnny Depp nel ruolo del temibile e temuto colonnello Joll che, come anche l’attore stesso ha detto nel corso di varie interviste, non è un cattivo vero e proprio, ma è più corretto definirlo sadico. E l’attore riesce perfettamente a conferire questo carattere al personaggio che fin dai primi istanti in cui appare crea soggezione, alimentata dai lunghi silenzi e dalla preoccupante calma con la quale si rivolge agli altri.

Degno di nota è anche Robert Pattinson, nelle vesti del luogotenente Mandel, che cerca di imitare il suo superiore comportandosi come lui, ma aggiungendo anche una piccola dose di sarcasmo che infastidisce ancora di più.
A tenere in piedi l’intera opera, però, c’è Mark Rylance, il perfetto magistrato nonché unico personaggio veramente positivo all’interno di tutto questo caos. Pur rimettendoci in prima persona riesce sempre a rialzarsi da ogni situazione portando avanti le proprie idee non abbassandosi mai al volere dei suoi nemici, siano essi provenienti dall’Impero o barbari.
Un film importante che, però, risulta forse troppo “piatto” con lunghi silenzi e momenti in cui la narrazione sembra come fermarsi per dare spazio alle riflessioni e alle sensazioni dei vari personaggi interpellati. Alla fine si possono contare sulle dita di una mano le reali ed effettive azioni che avvengono in un’opera forse troppo pesante, suddivisa in capitoli che corrispondono alle stagioni.
Veronica Ranocchi

martedì 10 settembre 2019

VENEZIA 76. LA MAFIA NON E' PIU' QUELLA DI UNA VOLTA


La mafia non è più quella di una volta
di Franco Maresco
con Letizia Battaglia, Ciccio Mira
Italia, 2019
genere, documentario
durata, 98


Documentario molto alternativo quello di Franco Maresco sulla mafia, o meglio sull’impatto che essa ha avuto (ed ha ancora oggi) sulle persone, in modo particolare sugli abitanti di Palermo.
La scelta del regista siciliano è stata quella, in un certo senso, di esporsi in prima persona dal momento che, per tutta la durata del documentario, la sua presenza risulta fondamentale per tirare le fila di ciò che viene mostrato e per collegare il tutto. Questo grazie alla sua voice over che, seppur con una cadenza monotona, riesce sia a incuriosire lo spettatore facendolo riflettere, talvolta in maniera ironica e paradossale, sia pungendo nel giusto modo l’intervistato o l’intervistata.
Tutta la documentazione che ci viene mostrata nasce (come il regista stesso spiega) da un recente lavoro fatto con Letizia Battaglia, una nota fotografa ormai ottantenne che, attraverso le sue opere, ha raccontato cosa è stata la mafia. In occasione dei 25 anni dalle stragi di via Capaci e via D’Amelio, il regista decide di raccontare quello che rimane, nella memoria collettiva, di due uomini che tanto hanno lottato per liberare i loro concittadini dai pericoli e dalle violenze.
Per completare, però, il quadro e poter dare una visione a 360 gradi, Maresco decide di utilizzare anche una sorta di contraltare a Letizia Battaglia: Ciccio Mira, un organizzatore di feste paesane che ha una visione opposta a quella della fotografa. Anche se in realtà non lo sa nemmeno lui.
Da loro due inizia l’inchiesta del regista che interroga chiunque gli capiti sotto mano, instillando il dubbio nello spettatore che non sa più cosa è reale e cosa no.
Il personaggio di Ciccio Mira dà vita, per tutta la durata dell’opera, a una serie di situazione al limite del paradossale e quasi del grottesco, sia individualmente sia quando si riferisce al suo protetto, sul quale Maresco tende ad insistere.
Tutto ruota intorno all’organizzazione di una sorta di concerto in memoria di Falcone e Borsellino con Ciccio Mira che ha chiamato a raccolta una serie di cantanti neomelodici che dovranno esibirsi. In realtà il ricordo dei due magistrati sembra essere soltanto un pretesto per una serata dove probabilmente non verranno nemmeno citati.
Geniale la trovata di Maresco di mostrare il personaggio “grottesco” di Mira sempre in bianco e nero e geniale il modo di mostrare una realtà quasi ai limiti dell’assurdo, dove si ride per disperazione pensando che non ci sia mai limite al peggio. E invece…
Veronica Ranocchi

venerdì 6 settembre 2019

VENEZIA 76. MOFFIE

Moffie
di Oliver Hermanus
con Kai Luke Brummer, Ryan De Villiers, Matthew Vey
Sudafrica, Gran Bretagna, 2019
genere: drammatico
durata: 103’


Il giovane sudafricano Nick decide di arruolarsi per difendere il proprio paese, in guerra con l’Angola e contro l’apartheid poiché il suo paese ritiene una minaccia tutti i neri tanto da doverli letteralmente eliminare. Nick non sembra, però, dello stesso avviso. La sua decisione di prendere parte all’esercito è dettata, oltre che dalla leva obbligatoria, semplicemente dalla sua volontà di nascondersi e non mostrare al mondo la sua propria identità: il fatto di essere attratto dai ragazzi. Un episodio che lo ha visto protagonista da giovanissimo lo ha portato a riflettere su questa decisione. Fin da subito, però, l’addestramento risulta tutt’altro che semplice. Le prove e gli esercizi che vengono imposti mettono tutti a dura prova, chi più chi meno, per poter permettere ai superiori di fare una scrematura. Nick conosce i suoi compagni, diventa amico di uno in particolare, ma è durante una notte in una sorta di trincea da loro costruita che si avvicina a un commilitone e ne rimane affascinato.
Interessante l’approccio adottato da Oliver Hermanus che ci mostra la situazione sudafricana da un’angolazione e un punto di vista diversi dal solito, affrontando una tematica non semplice perché il rischio di cadere in cliché è alto. Invece il suo Nick riesce a non essere scontato. Non si tratta della classica storia perché l’ostacolo che devono superare i ragazzi e, nel caso specifico, il protagonista è insormontabile. Sembra quasi un nascondersi all’interno di un nascondiglio.
Nella sezione orizzonti “Moffie”, che tradotto significa “checca”, mostra nient’altro che la fragilità di un ragazzo che deve trovare la propria identità. E il regista riesce abilmente in questo grazie ai numerosi primi piani del giovane che riescono a trasmettere il suo smarrimento.
Sono molti i silenzi all’interno del film, in modo da lasciare che lo spettatore possa riflettere e trarre la sua conclusione.
Conclusione che, senza fare spoiler, viene lasciata proprio al pubblico che è come se dovesse decidere le sorti del futuro del ragazzo. Nick è una sorta di burattino, anche perché è quello che ha sempre voluto essere fin da piccolo: rendersi invisibile agli occhi degli altri in modo tale da non dover dare troppe spiegazioni.
Dal punto di vista tecnico, da tenere presente soprattutto il flashback dell’infanzia di Nick, descritto abilmente attraverso un lungo piano sequenza che crea ancora più insicurezza nel personaggio, ma che permette di vedere, per un attimo, il mondo dal suo punto di vista. E proprio grazie a questo si possono comprendere anche altri piani sequenza presenti all’interno del film e sempre legati al personaggio in questione, come avvolto da tutta una serie di circostanze che lo circondano e con le quali vorrebbe non avere a che fare. Un utilizzo, quindi, della tecnica anche per dare un valore simbolico a ciò che si vede sullo schermo dando l’idea, appunto, che la macchina da presa possa, in un certo senso, incarnare lo stato d’animo del protagonista.
Veronica Ranocchi

VENEZIA 76. BABYTEETH

Babyteeth
di Shannon Murphy
con Ben Mendelsohn, Essie Davis, Eliza Scanlen
Australia, USA, 2019
genere: drammatico
durata, 120



Australia in concorso con “Babyteeth” della regista Shannon Murphy.
La storia è quella di Milla, una sedicenne malata di cancro che un giorno incontra per caso Moses, un ragazzo più grande di lei e del quale si innamora. Nonostante la disapprovazione dei genitori che le fanno presente si tratti di uno spacciatore, Milla inizia a frequentarlo, cambiando molto e, in parte, imparando a vivere forse per la prima volta dopo molto tempo. Il suo interesse per Moses nasce soprattutto dal fatto che lui sembra essere il primo (e unico, a parte i genitori) a non giudicarla e non provare continua pietà per lei. Per lui Milla è una ragazza come un’altra ed è questo a suscitare una reazione positiva nella ragazza, nonostante i genitori facciano di tutto per allontanarli.
Il titolo deriva dal fatto che Milla abbia ancora dei denti da latte che diventeranno importanti all’interno della vicenda, sia dal punto di vista psicologico che simbolico.
Interessante l’approccio della regista alla storia, sia, in primis, per la costruzione, una suddivisione in capitoli che sembrano rendere quasi ironica una vicenda più che drammatica, sia, appunto, il saggio bilanciamento tra dramma e commedia che ben si intervallano dando vita ad un prodotto piacevole e al tempo stesso commovente. Si ride e si piange con “Babyteeth”.
Il blu del titolo, che ritorna in maniera evidente nella parrucca della protagonista, si fa prepotente in generale all’interno delle tonalità generali del film.
Molto bravi e “sinceri” i due protagonisti che rendono il tutto più vero (ci sarà da aspettarsi un’eventuale coppa volpi?). Ma tanto di cappello anche ai genitori (nel film) perché grazie a loro e alle loro reazioni ai continui cambiamenti di Milla viene esplorata la vicenda da un altro punto di vista che lo spettatore vede ancora più vicino a sé.
Si parla di malattia, ma si mostra tutto ciò che ne deriva e tutto ciò che ruota intorno. Alla fine se si dovesse trovare qualche tema al film si potrebbe parlare di amore, famiglia, amicizia, ma la malattia sarebbe forse l’ultimo tassello. Questo è possibile grazie al lavoro dietro la macchina da presa che ha trasformato quello che è un argomento ampiamente utilizzato e presente nel cinema in maniera diversa, nuova e originale.
Tanto di cappello a questa regista che, letteralmente dall’altra parte del mondo, è riuscita a dare vita (in tutti i sensi) a quest’opera che cerca di dare vita anche allo spettatore stesso, che non può che trarre insegnamenti (positivi) dalla storia e dall’energia di Milla.
Veronica Ranocchi