mercoledì 8 giugno 2016
GLI INVISIBILI: HIGH RISE - PRIMA PARTE
02:43
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High rise
di Bean Wheatley.
con, Tom Hiddleston, Jeremy Irons, Luke Evans, Elisabeth Moss, Sienna Miller, James Purefoy.
UK, 2015
genere,
durata, 115'
"Now we're gonna be face-to-face
And I'll lay right down in my favorite place
And now I wanna be your dog".
- The Stooges -
Una delle qualità più singolari - e inquietanti - di un autore come J.G.Ballard (1930-2009), decisivo per comprende appieno, al di là della sua fiacca e irriflessa assunzione a rango di dato di fatto, ciò che siamo soliti indicare col termine di modernità, è la sua attitudine a prefigurare il futuro o, per meglio dire, ciò-che-non-c'è-ancora, mantenendosi fermamente aderente alle coordinate essenziali della contemporaneità che costituiscono il tessuto della sua indagine, focalizzando l'attenzione sulle zone di frattura del vivere associato, l'emersione conflittuale delle quali alimenta pressante il sospetto di una loro sorta di consequenziale inevitabilità: tensioni nazionali e internazionali; aspettative e timori veicolati/manipolati dalla comunicazione di massa; incoraggiamento incauto (e interessato) alla moltiplicazione perenne del desiderio nella mera declinazione di possesso-per-consumo, estremizzazione radicale, a sua volta, per certi aspetti, del meccanismo punizione/ricompensa; atonia della sensibilità; categorie di bene e male sezionate e sinterizzate fino a raggiungere la compattezza insindacabile di generalizzazioni interscambiabili; sessualità sempre più orientata verso le lande sconosciute di una pornografia estrema scandita allo stesso ritmo della produttività ossessiva dell'ingranaggio capitalistico [peraltro, per esempio e per restare in tema, già efficacemente evocata dalle stranite fantasie di sottomissione (?) cantilenate proprio dagli Stooges, nel caso in I wanna be your dog, poco più di un lustro addietro - il riferimento è al 1969 -]; inesauste tentazioni di controllo mentale su vasta scala, et. Predetti lati oscuri di un quotidiano altresì razionale e come riconciliato dalla sua unanime evidenza, dal suo apparentemente impalpabile sedimentarsi negli strati dei giorni e delle coscienze, secreti dal combinato disposto tra innovazione tecnologica, ridefinizione sistematica delle relazioni tra individui, processi economici di proporzioni via via globali e relative metamorfosi dei modelli culturali, imprimono agli equilibri più intimi della convivenza umana - nota Ballard al volgere dei '70, ossia sul crinale di una delle ultime accelerazioni ordite/subite dalla modernità - torsioni assai poco prevedibili, caratterizzate da strappi non di rado violenti, da polarizzazioni e approdi da cui spesso è doloroso (per non dire tragico o persino impossibile) ritrarsi, tali, per di più, da alterare nel profondo la dimensione psichica, emotiva e comportamentale (lato sensu, percettiva) dell'esistenza del singolo, monade tanto intraprendente, iperconsapevole della propria unicità, quanto isolata in un mondo (a questo punto: appartenente a quale stato di realtà ? Un incubo d'efferatezze prosaiche ? Una Guernica di carne ? Nemmeno questo ? ) che per rapida inerzia va assumendo le fattezze di un esperimento di perfettibilità degenerato in mania patologica, in eventuale avanzata strategica di una colonizzazione graduale ma metodica dell'immaginario. In tal senso e accumulando dati per una mappatura in costante evoluzione, Ballard osserva la modernità con gli occhi e l'applicazione di un avvertito limnologo del Corpo e dell'Io, di un repertatore d'indizi in grado - quest'ultimi - se concatenati in maniera rigorosa, di fornire a chi diffida della presunta persuasività delle parvenze, da un lato, il referto puntuale dell'attualità minuta; dall'altro, controdeduzioni e scorci (poco rassicuranti, in verità) circa gli scenari a venire, molti dei quali, tra l'altro, già privi della centralità della presenza umana: tutto nella forma di un intercalare ricercatamente piano, dalle morbide coordinazioni, compromesso aperto, oltremodo allusivo, tra una qual compassata inesorabilità, un sottile gelo sardonico e un'impassibile naturalezza.
"High rise" (reso da noi come "Il condominio"), romanzo del 1975 - da cui prende le mosse l'omonimo film di B.Wheatley, già artefice di lavori sintonizzati (tra humour nero e spettrografie imperturbabili di orrori che pulsano appena sotto la crosta, sempre meno spessa e meno croccante, dell'ordinario; tra croniche apatie e crudeltà ferine: pensiamo, per dire e per restare a quelle più conosciute, a "Kill list", 2011 e a "Sightseers", 2012) su una lunghezza d'onda d'ampiezza compatibile con quella del regno a venire ballardiano - segue di pochi anni quella mostra delle atrocità che aveva contribuito a far emergere a mo' di voce letteraria scandalosa il magma irrisolto, irriducibilmente antinomico e pressoché sempre abbietto, che alligna a riparo della superficie - chissà quanto casualmente, per converso, sempre più inebriante e accogliente - di un intrico di connessioni (la società contemporanea) e del collettore delle medesime (l'uomo moderno) i quali, in ragione del raggiungimento di un consistente benessere materiale, hanno creduto di poter controllare/rimuovere davvero le pulsioni interiori (il generico irrazionale) per il tramite d'un infinita copia di oggetti riproducibili, ponendo invece le basi di un inedito e paradossale processo di regressione. Nelle pagine (e tra le immagini) da cui si rievocano le sconcertanti vicende intime consumatesi in un avveniristico grattacielo situato in un quadrante di Londra in operosa ristrutturazione [e da cui pure echeggiano, a poco più di mezzo secolo di distanza dalla loro stesura, attualizzati in una compostezza definitiva che è quasi una resa ad un ordine fatale e totalizzante, i già temibili versi dalla sepoltura dei morti interni al corpus della "Terra desolata" di Eliot - Città irreale/sotto la nebbia bruna di un'alba invernale/una folla fluiva sul London Bridge, tanti/ch'io non avrei creduto che morte tanti n'avesse disfatti - in perversa contiguità con i panorami ambigui e le riflessioni insidiose di Ballard: I palazzi e gli uffici del centro di Londra appartenevano ad un altro mondo, nel tempo e nello spazio... Le torri del centro apparivano un po' più distanti, il paesaggio di un pianeta abbandonato che, piano piano, gli usciva di mente... (e il cui) orizzonte somigliava all'encefalogramma disordinato di una crisi mentale irrisolta], è d'immediata chiarezza la sagacia con cui lo scrittore britannico (e, per altri aspetti, Wheatley) analizza l'incipiente modificazione psichica dell'elemento sapiens immerso (perduto ?) nella severa assertività di uno spazio e di un tempo le cui geometrie - tanto affascinanti per levigatezza e accessibilità, quanto scostanti per l'impersonale persistenza delle medesime - vengono senza tregua approssimate ad un canone estremo di purezza dal passo senza incertezze della tecnologia e dall'elusiva malleabilità e permeabilità delle logiche del denaro: Il tempo interiore del grattacielo, come un clima psicologico artificiale, operava con ritmi suoi, generati da una combinazione di alcool e insonnia... ... Un palazzo sospeso che generava da sé i suoi intrighi e distruzioni, un inamovibile punto interrogativo. E anche: Per certi versi il grattacielo era il perfetto modello di tutto ciò che la tecnologia aveva fatto per rendere possibile l'espressione di una psicopatologia autenticamente 'libera'. Conseguenza prima di sollecitazioni così subdole nella loro ingannevole indeterminatezza, nella loro docile reiterazione, come eppure, di fondo, capillari e indefettibili, è lo scivolamento non arginabile nei labirinti di una sinistra deprivazione passionale, primo gradino di una scala che conduce irresistibilmente ad un sistema di rapporti basato sulla predominanza primordiale degli appetiti: Il grattacielo aveva creato una nuova tipologia sociale, una personalità fredda e antiemotiva, insensibile alle pressioni psicologiche della vita di condominio, con esigenze minimali in fatto di privacy e capace di prosperare, come una macchina di nuova generazione, nell'atmosfera neutra.
TFK
- parte prima -
News: the division Underground solo per xbox one?
00:18
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Fonte HDBlog.it
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Il primo DLC a pagamento e incluso nel Season Pass del noto titolo di casa Ubisoft, Tom Clancy’s The Division, potrebbe debuttare a fine giugno.
La divisione Tedesca di Amazon, alcune ore fa, aveva infatti inserito nel suo listino online il voucher contenente il codice per scaricare l'espansione Underground di Tom Clancy’s The Division, fissando la data di debutto per il giorno 28 giugno.
Ovviamente i responsabili di Ubisoft non hanno commentato quanto recentemente emerso e dopo poco la pagina dedicata all'espansione del noto titolo è stata rimossa dallo store di Amazon, di conseguenza non ci resta altro che attendere nuove notizie in merito al primo DLC a pagamento di Tom Clancy’s The Division.
Molto probabilmente la data di uscita di Underground sarà svelata nel corso della conferenza Pre-E3 di Ubisoft che si svolgerà il 13 giugno alle 22.00, ora italiana.
Vi ricordiamo che i DLC Underground e Survival saranno rilasciati in esclusiva temporale su Xbox One, solo successivamente debutteranno anche su PC e Playstation 4. Il primo contenuto aggiuntivo, secondo quanto rivelato alcuni mesi fa, porterà i giocatori ad esplorare i sotterranei di New York, mentre nel secondo l'obiettivo sarà quello di sopravvivere il più a lungo possibile in un luogo estremamente ostile.
martedì 7 giugno 2016
Notizie per i Fan: Injustice 2 verrà presentato all'E3 2016
22:43
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Fonte Games.it
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Sono almeno due anni che si vocifera di un possibile Injustice 2 e finalmente è arrivato. Una foto proveniente direttamente da Los Angeles, probabilmente scattata da qualche addetto ai lavori che sta allestendo la fiera che ospiterà l'E3, non lascia più dubbi.
Vedi le foto: Injustice: Gods Among Us
La foto infatti riprende un poster in cui Batman e The Flash se le danno di santa ragione con la scritta in basso "Injustice 2". Non manca il logo di NetherRealm Studios che ha realizzato anche il primo capitolo. Non è specificata la data di uscita o le piattaforme, ma per quanto riguarda queste ultime possiamo dare per scontate almeno PS4 e Xbox One. Aspettiamo dunque l'inizio dell'E3 per avere la conferma ufficiale su Injustice 2. Ecco il tweet che ha diffuso la notizia:
Pubblichiamo la Guida agli eroi di Overwatch: Hanzo!!
22:43
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Gonte Games.it
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Articolo a cura di Pietro Gualano
Le nostre guide dedicate a Overwatch: guida per principianti, guida a Soldato-76, guida a Bastion, guida a Mercy, guida a Reaper, guida a Reinhardt, guida a Roadhog
Nome reale: Hanzo Shimada
Età: 38
Professione: mercenario, assassino
Base operativa: Hanamura, Giappone (precedente)
Affiliazione: Clan Shimada
Punti vita: 200
Abilità e punti chiave
Hanzo è un eroe difensivo molto interessante, un personaggio difficile da padroneggiare in grado di infliggere danni devastanti. Questo eroe sfrutta solamente arco e frecce ed è in grado di arrampicarsi facilmente in punti irraggiungibili per (quasi) tutti gli altri personaggi, ha caratteristiche assolutamente uniche ed è molto utilizzato online (con risultati molto spesso non esaltanti in realtà). Hanzo è uno dei due cecchini presenti in Overwatch ma ci sono alcune differenze molto marcate con Widowmaker che analizzeremo in questa guida. Partiamo quindi, come sempre, dall'analisi delle abilità:
- Freccia sonica: grazie a quest'abilità Hanzo è in grado di vedere tutti i nemici in un'area piuttosto ristretta e può prepararsi al meglio per colpire con le sue frecce. Anche gli eroi alleati possono sfruttare il campo visivo aumentato dalla freccia sonica muovendosi di conseguenza, ma è comunque difficile utilizzare al meglio quest'abilità. La gittata della freccia è piuttosto ridotta ma la durata è sicuramente soddisfacente, il nostro consiglio è di scagliare il vostro dardo nei pressi di una porta o di un angolo per poi sparare un'altra freccia a colpo sicuro.
- Freccia infida: attivando quest'abilità Hanzo scaglia una freccia che si divide in tanti frammenti al momento dell'impatto, infliggendo danni a più bersagli nella stessa area. Naturalmente non ucciderete nessuno sul colpo (tranne gli avversari già morenti) ma può essere comunque un'ottima capacità in alcuni momenti della partita. Il nostro consiglio è di sfruttare quest'abilità per stanare gli avversari nascosti e per danneggiare grossi gruppi di nemici, ricordate che l'angolo da cui sparate la freccia influenza fortemente la direzione dei frammenti.
- Assalto del drago (super): la super più spettacolare del gioco, una mossa diventata già molto famosa. Attivando quest'abilità Hanzo può sparare una freccia che si trasformerà in degli enormi draghi spirituali in grado di trapassare tutto e tutti. Gli eroi avversari colpiti dai vostri draghi subiranno moltissimi danni e nella maggior parte dei casi moriranno sul colpo, evitare quest'abilità sulla media distanza è piuttosto difficile e farlo mentre si è impegnati in un uno contro uno è praticamente impossibile. L'uso di questa super non richiede una particolare precisione, i draghi hanno un raggio d'azione piuttosto ampio e potete tranquillamente limitarvi a sparare la vostra freccia nella zona in cui credete ci siano i nemici. State molto attenti all'inclinazione dell'arco perché i draghi non inseguiranno i nemici e se scaglierete la freccia in cielo o per terra non ucciderete nessuno. Come abbiamo detto questa super è in grado di trapassare facilmente anche le strutture, quindi potete tranquillamente spararla da dietro un muro senza esporvi troppo (assicuratevi che ci sia qualcuno da colpire ovviamente). Il nostro consiglio è di non utilizzare l'assalto del drago contro un solo eroe (tranne in casi di emergenza), quest'abilità è troppo potente e preziosa per essere sprecata e con un po' di attenzione potete tranquillamente portare a casa anche due, tre o quattro kill.
Armamento e punti chiave
Hanzo non usa armi da fuoco, il suo unico strumento di morte è l'arco della tempesta. Questo eroe non ha a disposizione più modalità di fuoco ma può caricare il colpo per aumentare danno e gittata: una freccia caricata al massimo sparata alla testa del nemico causa quasi sempre una morte istantanea, ma anche colpendo il corpo farete comunque danni enormi. Sfortunatamente la gittata delle frecce di Hanzo non è illimitata e quindi potreste trovarvi un po' in difficoltà negli scontri sulla distanza con Widowmaker, ma in compenso il tempo di ricarica (parlando di frecce tese al massimo) è leggermente inferiore a quello necessario all'altro cecchino per sparare un colpo a piena potenza.
Hanzo è un eroe molto mobile è può arrampicarsi praticamente ovunque, questa capacità è estremamente utile per raggiungere posizioni da tiratore e per uscire da situazioni spinose in tempi brevi: durante l'arrampicata non siete invulnerabili e non potete usare armi o abilità, quindi fate attenzione alle zone circostanti.
I supporti migliori per Hanzo sono a parer nostro Mercy (in grado di aumentare ulteriormente un danno già molto alto) e Zenyatta (capace di infliggere globi della discordia agli avversari regalandovi kill facili). Questo eroe può facilmente liberarsi di tutti i tank presenti nel gioco con due o tre frecce ed è in grado di abbattere Bastion senza troppi problemi. Ovviamente soffrirete contro personaggi particolarmente mobili come Tracer o Genji ma con la giusta abilità riuscirete ad abbattere anche loro. Secondo noi Hanzo è un ottimo combattente per la lunga distanza, se vi trovate qualcuno a distanza ravvicinata la vostra unica speranza è ucciderlo con una freccia (magari già caricata) prima che possa colpirvi. Questo eroe soffre anche molto contro Reaper, un personaggio in grado di trasportarsi facilmente alle sue spalle e di ucciderlo con pochi colpi.
Tirando le somme possiamo dire che Hanzo è un personaggio molto difficile da usare in grado di cambiare le sorti della partita in un attimo, la sua super è devastante (tra le migliori del gioco) ma ci vuole molta pratica per padroneggiare l'arco. Il nostro consiglio è di non arrendervi: inizialmente farete tanta fatica, ma dopo un po' vedrete che arriveranno grosse soddisfazioni.
lunedì 6 giugno 2016
SOLO DIO PERDONA
08:47
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Solo Dio perdona
di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas
Francia, Danimarca
genere, drammatico
durata, 90
“Sto andando ad incontrare il Diavolo” dice Billy a Julian, il fratello che lo aiuta a gestire una palestra di Thai box a Bangkok, città dove si sono rifugiati per ragioni poco chiare. Un incipit secco, quasi muto, che alla maniera dell’ultimo Sorrentino raggruma in poche sequenze il significato di una vicenda che sbriciola in un baleno la sua parvenza di realtà precipitando nella rappresentazione di una messa funebre popolata di personaggi già morti, condannati in partenza da un film che mette in primo piano la morte ed i suoi accoliti. Per officiare la funzione Nicolas Winding Refn sceglie ancora una volta un personaggio senza volto ne mistero. Julian, interpretato da un attonito Ryan Gosling, sempre più attore di riferimento di un cinema che ha smesso di raccontare in senso classico, si colloca sulle stesse frequenze emotive dello Stunt man che sfrecciava per le strade di Los Angeles. Un uomo consumato da un passato senza storia, e con una psicolgia spendibile solo sul piano della motivazione omicida che qui come li caratterizza i segni di una vitalità che si manifesta, e non per caso, in coincidenza delle uccisioni di cui Julian è sempre parte in causa. A contendergli il primato in termini di sangue è un funzionario di polizia, figura altrettanto rarefatta, risolta con pochi tocchi – l’ascendente carismatico verso buoni e cattivi ed un senso di giustizia super partes - che pongono la sua azione punitiva in una dimensione di cupio dissolvi, sparso a piene mani sull’insieme dei personaggi, tutti, nessuno escluso, macchiati da un peccato originale, e per questo votati all’autodistruzione.
Refn lavora su figure e situazioni archetipiche: dalla madre (Kristin Scott Thomas, irriconoscibile) dei due fratelli, una Eva castratrice e mascolina, artefice di tutti i mali a cominciare dalla dimensione edipica a cui informa i rapporti filiali, a Julian, vittima sacrificale disposta a tutto pur di ottenere un briciolo d’affetto, e senza dimenticare il crudele Punitore, che Refn, allentando ulteriormente i legami con il mondo terreno, rappresenta come una sorta di riverbero dell'inconscio di Julian; proiezione mentale delle paure e dei sensi di colpa che il rapporto con la madre prima, ed la morte del fratello gli hanno provocato, e che ora, attraverso il piano letale messo a punto dal temibile antagonista, vengono a riscuotere il conto. Per non parlare del sentimento di vendetta che pervade ogni centimetro della vicenda, mediante il quale Refn elabora le scene più dinamiche della storia, con apparizioni, inseguimenti e sparatorie che interrompono i lunghi momenti di stasi, in cui “Solo Dio perdona” sembra implodere in un crogiolo di varia afflizione.
Insieme a “Bronson” (2008) e “Drive”(2011) “Solo Dio perdona” dimostra la capacità di Refn di adattare la sua poetica (girare è un atto di violenza)a generi e culture. Così dopo il biopic sul carcerato più famoso d’Inghilterra, girato nella terra d’Albione e realizzato adottando le forme di una teatralità ed il sarcasmo che potrebbero appartenere ad un allestimento drammaturgico di Marlowe, la crime story losangelina sul destino di un Cavaliere moderno, chiamato a tener fede ad un galateo che non prevede alternative, in cui il regista metteva in scena non solo luoghi e circostanze di tanta letteratura noir, ma anche un modo di raccontare, che pur con le debite differenze, teneva conto della continuità narrativa e della scorrevolezza degli omologhi modelli americani, Refn chiude il cerchio trasferendosi in Tailandia e realizzando “Solo Dio perdona”, sintesi di una commistione che analogamente alle esperienze precedenti mette a sistema mainstream indigeno e visione personale. In questa modo il gusto per i tempi dilatati, gli sguardi che si perdono nel vuoto, la mancanza endemica di parole e le pulsioni sfogate con incontinente ferocia si sposano alla perfezione con l’hip hop degli action movie orientali, replicati negli sguardi ieratici dei poliziotti e dei malavitosi locali, nel loro modo naif di disporsi all'interno dello spazio scenico, così come nei tipici inserti musicali, utilizzati come intervallo narrativo ed alleggerimento emotivo, e qui monopolizzati dall'antagonista di Julian, pronto ad esibire sorprendenti abilità canoLacerato da pulsioni omoerotiche,
"Solo Dio perdona"è un film di, e per soli uomini. Refn ci mette dentro Shakespeare, Lynch, gli spaghetti western e l'idea radicale che le immagini insiema ai suoni ed ai colori siano l'unica sceneggiatura possibile. Alcune volte funziona, come nelle scene all'interno della casa/palestra, vero e proprio labirinto mentale in cui tra incubi e presagi prende vita l'angoscia di Julian, oppure nella capacità di rafforzare la peculiarità dei caratteri centellinandone le apparizione, come avviene per la perfida madre, forse il personaggio più riuscito del film, interpretata da Kristin Scott Thomas con un piglio che sembra rispolverare in chiave moderna il personaggio di Crudelia Demonde. In altri casi l'ammirazione è puramente estetica, con il cuore che langue per eccesso di freddezza. Nel caos del mondo creato da Winding Refn non c'è spazio per il rumore dell'anima. Anche le mani recise da un colpo di katana non producono grida ma solo decibel e note musicali.
di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas
Francia, Danimarca
genere, drammatico
durata, 90
“Sto andando ad incontrare il Diavolo” dice Billy a Julian, il fratello che lo aiuta a gestire una palestra di Thai box a Bangkok, città dove si sono rifugiati per ragioni poco chiare. Un incipit secco, quasi muto, che alla maniera dell’ultimo Sorrentino raggruma in poche sequenze il significato di una vicenda che sbriciola in un baleno la sua parvenza di realtà precipitando nella rappresentazione di una messa funebre popolata di personaggi già morti, condannati in partenza da un film che mette in primo piano la morte ed i suoi accoliti. Per officiare la funzione Nicolas Winding Refn sceglie ancora una volta un personaggio senza volto ne mistero. Julian, interpretato da un attonito Ryan Gosling, sempre più attore di riferimento di un cinema che ha smesso di raccontare in senso classico, si colloca sulle stesse frequenze emotive dello Stunt man che sfrecciava per le strade di Los Angeles. Un uomo consumato da un passato senza storia, e con una psicolgia spendibile solo sul piano della motivazione omicida che qui come li caratterizza i segni di una vitalità che si manifesta, e non per caso, in coincidenza delle uccisioni di cui Julian è sempre parte in causa. A contendergli il primato in termini di sangue è un funzionario di polizia, figura altrettanto rarefatta, risolta con pochi tocchi – l’ascendente carismatico verso buoni e cattivi ed un senso di giustizia super partes - che pongono la sua azione punitiva in una dimensione di cupio dissolvi, sparso a piene mani sull’insieme dei personaggi, tutti, nessuno escluso, macchiati da un peccato originale, e per questo votati all’autodistruzione.
Refn lavora su figure e situazioni archetipiche: dalla madre (Kristin Scott Thomas, irriconoscibile) dei due fratelli, una Eva castratrice e mascolina, artefice di tutti i mali a cominciare dalla dimensione edipica a cui informa i rapporti filiali, a Julian, vittima sacrificale disposta a tutto pur di ottenere un briciolo d’affetto, e senza dimenticare il crudele Punitore, che Refn, allentando ulteriormente i legami con il mondo terreno, rappresenta come una sorta di riverbero dell'inconscio di Julian; proiezione mentale delle paure e dei sensi di colpa che il rapporto con la madre prima, ed la morte del fratello gli hanno provocato, e che ora, attraverso il piano letale messo a punto dal temibile antagonista, vengono a riscuotere il conto. Per non parlare del sentimento di vendetta che pervade ogni centimetro della vicenda, mediante il quale Refn elabora le scene più dinamiche della storia, con apparizioni, inseguimenti e sparatorie che interrompono i lunghi momenti di stasi, in cui “Solo Dio perdona” sembra implodere in un crogiolo di varia afflizione.
Insieme a “Bronson” (2008) e “Drive”(2011) “Solo Dio perdona” dimostra la capacità di Refn di adattare la sua poetica (girare è un atto di violenza)a generi e culture. Così dopo il biopic sul carcerato più famoso d’Inghilterra, girato nella terra d’Albione e realizzato adottando le forme di una teatralità ed il sarcasmo che potrebbero appartenere ad un allestimento drammaturgico di Marlowe, la crime story losangelina sul destino di un Cavaliere moderno, chiamato a tener fede ad un galateo che non prevede alternative, in cui il regista metteva in scena non solo luoghi e circostanze di tanta letteratura noir, ma anche un modo di raccontare, che pur con le debite differenze, teneva conto della continuità narrativa e della scorrevolezza degli omologhi modelli americani, Refn chiude il cerchio trasferendosi in Tailandia e realizzando “Solo Dio perdona”, sintesi di una commistione che analogamente alle esperienze precedenti mette a sistema mainstream indigeno e visione personale. In questa modo il gusto per i tempi dilatati, gli sguardi che si perdono nel vuoto, la mancanza endemica di parole e le pulsioni sfogate con incontinente ferocia si sposano alla perfezione con l’hip hop degli action movie orientali, replicati negli sguardi ieratici dei poliziotti e dei malavitosi locali, nel loro modo naif di disporsi all'interno dello spazio scenico, così come nei tipici inserti musicali, utilizzati come intervallo narrativo ed alleggerimento emotivo, e qui monopolizzati dall'antagonista di Julian, pronto ad esibire sorprendenti abilità canoLacerato da pulsioni omoerotiche,
"Solo Dio perdona"è un film di, e per soli uomini. Refn ci mette dentro Shakespeare, Lynch, gli spaghetti western e l'idea radicale che le immagini insiema ai suoni ed ai colori siano l'unica sceneggiatura possibile. Alcune volte funziona, come nelle scene all'interno della casa/palestra, vero e proprio labirinto mentale in cui tra incubi e presagi prende vita l'angoscia di Julian, oppure nella capacità di rafforzare la peculiarità dei caratteri centellinandone le apparizione, come avviene per la perfida madre, forse il personaggio più riuscito del film, interpretata da Kristin Scott Thomas con un piglio che sembra rispolverare in chiave moderna il personaggio di Crudelia Demonde. In altri casi l'ammirazione è puramente estetica, con il cuore che langue per eccesso di freddezza. Nel caos del mondo creato da Winding Refn non c'è spazio per il rumore dell'anima. Anche le mani recise da un colpo di katana non producono grida ma solo decibel e note musicali.
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