lunedì 13 maggio 2019

E3 2019 From Software Potrebbe annunciare una Nuova IP? Che sia Lui #Bloodborne2






Sekiro: Shadows Die Twice non sembra aver placato la sete di nuovi giochi della community legata a From Software, che già si interroga su quale sarà la prossima creatura videoludica della software house nipponica.

E proprio su questo tema si sono recentemente diffusi un numero estremamente ampio di rumor, che vorrebbero From Software già pronta a presentare il proprio nuovo progetto. Secondo quanto riportato su Reddit, la fonte di questi ultimi sarebbe l'insider "Omnipotent", che in passato aveva correttamente anticipato alcune informazioni concernenti Sekiro: Shadows Die Twice. Nel dettaglio, queste voci di corridoio vorrebbero la software house di Hidetaka Miyazaki pronta a presentare il proprio nuovo titolo nientemeno che in occasione dell'E3 2019



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domenica 12 maggio 2019

69 FESTIVAL DI BERLINO: IL CORPO DELLA SPOSA (FLESH OUT)


Il corpo della sposa (Flesh Out)
Michela Occipiti
Italia, 2019
genere, drammatico
durata, 94’


Interrogare la realtà sulle grandi questioni del nostro tempo per risalire alla radice del problema. A farlo, nel nostro cinema, sono soprattutto quelli che ancora non si arrendono all’evidenza dei fatti e alle molte battaglie (per esempio Daniele Gaglianone, ancora nelle sale con Dove bisogna stare) e poi una fucina di giovani talenti, alcuni già conosciuti, altri in procinto di esserlo, che fanno del cinema uno strumento di indagine e di denuncia. Una di queste speranze è certamente Michela Occhipinti, giunta a Berlino per presentare nella sezione Panorama del Festival Il corpo della sposa (Flesh Out), opera seconda che segna l’esordio dell’autrice romana nel lungometraggio di finzione dopo una lunga militanza in quello documentaristico. Il realtà una delle caratteristiche del film è quella di proporre una terza via ai generi suddetti, in cui rigore antropologico e ricerca sul campo trovano la maniera di esprimersi nella dialettica dei punti di vista e nella coerenza della narrazione, utilizzati per raccontare le vicende della protagonista, ragazza mauritana costretta ad andare in sposa a un marito sceltole dai genitori e perciò obbligata ad aumentare di peso per corrispondere all’ideale di bellezza del futuro consorte.

Negato alla vista dello spettatore, per il fatto di essere ricoperto fino al capo da tuniche e veli, il corpo della protagonista si carica fin dalle prime immagini di una valenza metaforica, diventando l’espressione di una violenza innanzitutto psicologica, poiché la violazione della carne, effettuata mediante l’introduzione forzata del cibo e la conseguente deformazione della silhouette, mina l’identità di Verida (l’esordiente e molto brava Beitta Ahmed Deiche), la quale, cresciuta secondo i canoni estetici e culturali della gioventù contemporanea, viene colpita nelle certezze più profonde della propria femminilità.

Come la Hana di Vergine Giurata anche Verida è vittima di un retaggio tribale che le impedisce di essere padrona del proprio corpo, e come il film di Laura Bispuri anche quello della Occhipinti ne racconta ragioni e conseguenze, compiendo un viaggio al contrario rispetto a quello delle migliaia di persone che fuggono dal proprio paese in cerca di libertà e parità di diritti. Un cinema migrante, dunque, capace di riservarci delle sorprese sul piano della forma. Pur partendo da una base di assoluta realtà, la regista compie su di essa una trasfigurazione che senza perdere una goccia di verità guadagna sia in termini drammaturgici, quando si tratta di sottolineare i tormenti della ragazza attraverso restringimenti, primi piani ravvicinati e contrasti di luce, che poetici, segnalati dalla bellezza delle composizioni e dei colori. Una dimensione, quest’ultima, a cui si affida la Occhipinti per congedare lo spettatore, lasciando che sia lui a immaginare il futuro che attende la protagonista. Un finale a fior di pelle, emozionante e bello come non ce ne sono stati altri qui a Berlino.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)


VENEZIA 75 - WHAT YOU GONNA DO WHEN THE WORD'S ON FIRE



What You Gonna Do When the World's On Fire?
di Roberto Minervini
USA, 2018
genere, documentario
durata, 123'


Got to give us what we want (uh)
Gotta give us what we need (hey)
Our freedom of speech is freedom or death
We got to fight the powers that be
("Fight the Power" di Public Enemy)


Roberto Minervini è un regista abituato a non piangersi addosso: lo dicono i fatti e soprattutto lo dimostra il modo in cui il l'autore di "Stop the Pounding Heart" è riuscito a realizzare i suoi film, trovando in America ciò che gli era stato negato nel nostro paese. L'annotazione è importante, perché questo approccio Minervini lo riserva anche ai suoi film che, al di là di ambientazioni e tipologie umane, risultano sempre propositivi e colmi di vita, pronti a reagire alle difficoltà produttive (del regista) e sociali (dei personaggi) dentro le quali vengono alla luce. Problematiche che si ripresentano anche nel nuovo lavoro per la delicatezza del tema (il razzismo e l'intolleranza praticati nei confronti della popolazione di colore) e per i rischi di incolumità fisica connessi con la necessità del regista di integrarsi con gli abitanti di uno dei quartieri più depressi di New Orleans per raccontare la protesta della comunità afro americana attraverso tre "esperienze", indicative del clima di malcontento e di tensione che si respira negli Stati Uniti di Donald Trump. 

In questo senso "What You Gonna Do When the World's On Fire?" è forse il film più politico realizzato dal regista marchigiano poiché questa volta ad avere la meglio sulla cosiddetta "Invenzione del reale" - espressione rubata al critico e produttore del film Dario Zonta - c'è l'importanza del messaggio e la volontà di divulgarlo senza filtri, con un impeto e un'aggressività paragonabili a quelli delle migliori canzoni rap. Dunque, se in altre occasioni, la forma documentario era stata contaminata da stratagemmi che (seppur in parte) la ordinavano ai principi di fluidità e coerenza impiegati dal cinema di finzione, questa volta tali aspetti risultano ridimensionati: all'interno delle singole sequenze, con i movimenti della mdp e le aperture sull'ambiente limitati allo stretto indispensabile e nella prevalenza di campi contro campi sui volti dei personaggi, verso i quali Minervini si rapporta con una vicinanza di riprese destinata a essere il segno della totale adesione alle vicissitudini dei personaggi; più in generale, utilizzando un montaggio che enfatizza il clima di "guerriglia" con stacchi netti tra una scena e l'altra. 

Nel dare spazio alla protesta di fronte alle ingiustizie di un sistema persecutorio che non si limita a togliere speranze e lavoro ma anche la vita ("La polizia sparava, mi buttavo a terra per non essere colpito" ha detto il regista nel corso della conferenza stampa), Minervini realizza un film rigoroso e scomodo anche per una Mostra come quella di Venezia che, però, ha avuto il merito di metterlo in concorso. In un momento in cui nel cinema essere un interprete di colore non è più uno svantaggio e dove attori come Chadwick Bozeman e Michael B. Jordan rappresentano un'alternativa anche estetica al modello (Wasp) dominante, "What You Gonna Do When the World's On Fire?" costituisce un'anomalia non da poco, a cominciare dalla scelta di rinunciare al colore - fondamentale in film come "Black Panther" e "BlacKkKlansman" - per un bianco e nero anni Settanta che sembra rievocare le consapevolezze di quell'epoca, indirettamente suscitate dal razzismo e dall'intolleranza dell'America trumpiana, ma soprattutto nel senso di ribellione che si sprigiona dalle parole di Judy, la barista costretta a chiudere il suo locale, e da quelle dello slogan (Black Power) che scandisce le azioni dei militanti delle Black Panthers.


Se poi di fronte allo schematismo della progressione narrativa qualcuno storcesse la bocca, bisogna ricordare che il pregio di un'opera come quella di Minervini non è di non far sentire il peso della sua durata, ma di non fare marcia indietro anche quando la realtà risulta meno "fotogenica". Senza dimenticare che, alla pari di quelle di cineasti come Wang Bing, anche le immagini realizzate da Minervini non nascono per caso, ma sono il frutto di un rapporto di stima e di confidenzialità nate dalla condivisione di un pezzetto del medesimo vissuto. Riuscire a trasformarlo in un cinema d'assalto nella maniera in cui lo è "What You Gonna Do When the World's On Fire?" diventa qualcosa di straordinario e irripetibile.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì 9 maggio 2019

FESTIVAL DEI POPOLI: JOHN MCENROE - NEL REGNO DELLA PERFEZIONE

John McEnroe: in the Realm of Perfection
di Julien Faraut
Francia, 2018
genere, documentario
durata, 91

Di Borg vs McEnroe è stato già detto tutto ai tempi della sua uscita mentre di John McEnroe: in the Realm of Perfection è opportuno parlare oggi, considerato che il documentario di Julien Faraut è uno dei titoli di punta di questa edizione del Festival dei popoli. Per realizzarlo il regista francese ha messo mano all’archivio del “collega” Gil de Kermadec, il quale rivestendo l’incarico di coach della federazione tennistica francese ha realizzato nel corso degli anni un ingente corpus filmico focalizzato sullo studio maniacale dei colpi, della gestualità e dei comportamenti dei partecipanti al torneo del Roland Garros, tra cui quel John McEnroe che 1984 si conquistò l’accesso alla finale contro Ivan Lendl nel tentativo di fare suo l’unico titolo del grande slam ancora assente nel suo palmares. John McEnroe: in the Realm of Perfection, però, non è la cronistoria delle tappe di avvicinamento all’ultimo atto del torneo da parte del protagonista e neanche un biopic dedicato a un personaggio straordinario. Sulla base del materiale accumulato da de Kermadec e ispirandosi al principio affermato da Jean Luc Godard secondo il quale “Il cinema mente, lo sport no”,  il film ragiona non solo sulla contraddizioni della natura umana ma anche sul cinema inteso sia come magnifica ossessione – è quella di de Kermadec lo è – sia nella sua capacità di trasfigurare il reale per arrivare a raccontare la verità.



In questo modo se la narrazione è idealmente divisa in tre parti, con la prima di stampo tecnico teorico volta all’analisi dei colpi e della gestualità  del mancino americano e l’ultima, dedicata alla partita conclusiva, a fare la differenza all’interno del film è la sezione centrale. In essa McEnroe vi figura come un gladiatore al centro dell’arena, pronto a prendersela con chiunque – arbitri, pubblico e fotografi – ne ostacoli il raggiungimento della perfezione tennistica. Chiuso  nella propria porzione di campo e con l’altra parte della rete lasciata fuori quadro, le immagini di John McEnroe: in the Realm of Perfection danno seguito a una sorta di western shakesperiano, in cui McEnroe, solo contro tutti e in lotta con se stesso e poi con gli altri, mette in scena la tragedia dell’esistenza con una verità che sembra dare ragione al mitico Godard. Senza dimenticare che, assegnando a un attore come Mathieu Amalric il compito di fare da voce narrante, il regista si cimenta in uno straordinario corto circuito tra cinema e sport, fornito dalla vicinanza tra i personaggi interpretati dall’attore francese e il talentuoso tennista, apparentati dalla sregolata genialità e dalla bigger than life raccontate nel film.

Vincitore del premio come miglior documentario al Pesaro Film Festival, John McEnroe: in the Realm of Perfection sarà distribuito da Wanted Cinema.  Anche in questo caso il consiglio che vi diamo è quello di non perderlo.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

mercoledì 8 maggio 2019

I FRATELLI SISTERS

I fratelli Sisters
di Jacques Audiard
con John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal
Francia, Spagna, Romania, Belgio, USA, 2018
genere, western
durata, 122’


Un western europeo. E’ questo quello che prova a fare Jacques Audiard con il suo nuovo film, “I fratelli Sisters”, riuscendo perfettamente nell’intento. Miscelando in maniera saggia tanti elementi, da quelli più comici a quelli più tipicamente western crea un intreccio interessante e un film da vedere. Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix) Sisters sono due fratelli pistoleri molto abili, al servizio del Commodoro che nell’Oregon del 1851 hanno il compito di trovare e catturare un certo Herman Warm, un cercatore d’oro che ha trovato una soluzione chimica che permette una migliore individuazione dell’oro separandolo dagli altri materiali. Ad aiutarli c’è l’investigatore John Morris (Jake Gyllenhaal) che, precedendo i due fratelli, deve rintracciare Warm e trattenerlo fino all’arrivo dei protagonisti, ma non tutto andrà secondo i piani. Da questo si dirama un film con momenti inaspettati e risvolti sorprendenti, non solo a livello di narrazione, ma anche e soprattutto a livello dei personaggi. Ognuno di loro è ben caratterizzato e ciò permette al pubblico di entrare fin dai primi istanti in sintonia con essi. Se da un lato si è dalla parte dei fratelli Sisters che, nonostante siano, tra le tante cose, anche dei brutali assassini disposti a tutto pur di arrivare al loro obiettivo, dall’altro lato non si può non parteggiare anche per Warm e Morris, con intenti, nel complesso, positivi.

L’elemento che colpisce, non a caso, in questo film è l’umanità dei personaggi: i due fratelli Sisters si difendono e proteggono a vicenda in qualsiasi modo. Nonostante la sua condotta di vita un po’ sregolata, Charlie è sempre pronto ad aiutare il fratello e, allo stesso modo, anche Eli è disposto a qualsiasi sacrificio pur di vegliare su Charlie. Il primo è sicuramente il più emotivo e il più empatico ed è anche colui che costituisce la chiave comica della narrazione con i momenti in cui si dedica a lavarsi i denti, ma è anche l’unico che inizia a porsi degli interrogativi e a chiedersi se valga effettivamente la pena continuare o meno il percorso intrapreso. Ed è questa la chiave dell’intero film: il cambiamento che, a poco a poco, se fa sempre più insistente nei protagonisti e, in modo più evidente, in Eli. In generale la costruzione della storia ruota attorno alle due coppie protagoniste che sembrano quasi l’una il contraltare dell’altra: gli spietati fratelli pistoleri e i buoni d’animo (o comunque redenti) Warm e Morris che vogliono addirittura fondare una società insieme.
Da segnalare, a livello tecnico, un lungo e intenso piano sequenza a conclusione della storia, quasi come se si trattasse di un ciclo che si conclude, ma che sicuramente è uno degli elementi che ha permesso un riconoscimento ulteriore all’opera di Audiard premiata al festival del cinema di Venezia con il leone d’argento per la miglior regia.
Un western, insomma, diverso da quelli che siamo abituati a vedere che ha, però, tutte le carte in regola per rientrare nel genere. 
Veronica Ranocchi

martedì 7 maggio 2019

Guardate Risk of Rain 2 è uno sparatutto veloce, implacabile, che dà il meglio di sé quando giocato in cooperativa.








Guardate Risk of Rain 2 è uno sparatutto veloce, implacabile, che dà il meglio di sé quando giocato in cooperativa.