domenica 18 dicembre 2016

GABO - IL MONDO DI GARCIA MARQUEZ

Gabo – Il mondo di Garcia Marquez
di Justin Webster
con Juan Gabriel Vasquez, Isidro Alvarez, Jon Lee Anderson, Xavi Ayén, Fidel Castro, Bill Clinton, Ernesto Che Guevara
Spagna, Regno Unito, Colombia, Francia, Usa 2016
genere, documentario
durata, 88’

Appena proiettato in anteprima presso la Cineteca Italiana di Milano, il documentarista inglese Justin Webster ha prodotto e diretto un film sulla vita e l’opera dello scrittore sudamericano Gabriel Garcia Marquez premio Nobel per la letteratura nel 1982.
Webster svolge una narrazione cronologica, dalla nascita nel 1927 in un piccolo paese colombiano fino alla sua morte avvenuta a Città del Messico nel 2014, attraversando la vita dell’autore di “Cent’anni di solitudine”, “L’autunno del patriarca”, “Cronaca di una morte annunciata”, “L’amore ai tempi del colera (tanto per citare le sue opere più famose). Il film attraversa la vita complessa e articolata dell’autore colombiano (naturalizzato messicano): dalle sue prime esperienze adolescenziali, alla sua vita a Bogotá e poi Cartagena, al suo essere uno studente universitario svogliato, ma da una mente brillante e acuta; dalle sue prime esperienze giornalistiche nella cronaca locale, poi critico cinematografico e infine editorialista di chiara fama; dal suo impegno politico di uomo di sinistra, amico di Fidel Castro e di Che Guevara, simpatizzante della Cuba rivoluzionaria e del suo impegno prima contro tutte le dittature sudamericane e poi contro i cartelli della droga del suo paese natale; alla sua vita in Venezuela e in Messico (dopo che era fuggito dagli Usa per la pressione del governo – messo sotto sorveglianza addirittura dalla Cia – e dei profughi anticastristi); dalle sue esperienze intellettuali a Parigi, dove frequenta scrittori e artisti negli anni 60 e 70, e a Roma, dove frequenta i corsi del Centro Sperimentale di Cinematografia (e il suo amore per il cinema lo porta a fondare a Cuba, insieme a Cesare Zavattini, una scuola di cinema per gli autori sudamericani tuttora molto famosa); alla sua vita di scrittore e autore di quella corrente letteraria del “Realismo Magico” che lo portarono alla vittoria del premio Nobel (“Cent’anni di solitudine”, il suo capolavoro, è considerato la più importante opera in lingua spagnola dopo il “Don Chisciotte” di Cervantes).


La scelta di Webster non è quella di creare un’agiografia di parte, ma di mettere in scena una vita articolata attraverso le testimonianze dirette dei parenti e degli amici che lo hanno conosciuto, che ne descrivono la vita quotidiano oltre che artistica con molta passione e rispetto, ma anche con un certo obiettivo distacco. Webster utilizza filmati e fotografie di repertorio, interviste rilasciate dallo stesso Garcia Marquez (Gabo per gli amici) ripercorrendo i luoghi odierni dove lo scrittore ha vissuto e operato. Non manca niente in questo documentario dai tempi serrati e concentrati in 88 minuti di immagini: le polemiche con Vargas Llosa (primo amico intimo e poi avversario quando si rifiuta di firmare una lettera aperta contro Fidel Castro; le testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino e dei figli; e un’appassionata partecipazione di Bill Clinton (ex Presidente degli Stati Uniti) grande conoscitore dell’opera di Gabo che lo invitò alla Casa Bianca facendo decadere la proibizione di entrata nel territorio americano.



Webster utilizza più volte le pagine delle opere dello scrittore, lette direttamente da lui in immagini di repertorio oppure dai suoi amici e parenti al tempo presente, descrivendo come vita e letteratura siano inscindibili nell’autore sudamericano. Un film accorato, appassionato, curato con onestà intellettuale e con occhio critico. E anche la paura della morte di Gabo è citata direttamente da lui che a una domanda di una giornalista, rispondeva ce la allontanava “continuando a scrivere”. Un film da non perdere per gli amanti dello scrittore e per chi ama il cinema come testimonianza di un secolo, il XXmo, attraverso la vita e le opere di uno dei suoi protagonisti.
Antonio Pettierre

“Gabo – Il mondo di Garcia Marquez - Anteprima”, Fondazione Cineteca Italiana, Spazio Oberdan, Sala Alda Merini a Milano proiettato dal 5 all’11 dicembre 2016.
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LA FOTO DELLA SETTIMANA

























Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg (Usa, 1998)

ROGUE ONE: A STAR WARS STORY

Rogue one: a Star Wars Story
di Gareth Edwards
con Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn
USA, 2016
genere, fantascienza
durata: 133' 



Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ingegnere scientifico ribelle, costretto dall'Impero alla costruzione di un'arma di distruzione di massa nota come la Morte Nera. Jyn per quindici anni ha provato a dimenticare il padre, dandolo per morto, finché un pilota disertore non le ha consegnato un messaggio segreto urgente, proveniente da Galen stesso. Insieme al capitano Cassian Andor e al suo droide imperiale riprogrammato dai ribelli, la ragazza parte alla ricerca del genitore e di uno spiraglio per fermare i piani apocalittici del malvagio imperatore. "Rogue One" è una delle tante storie possibili nell'universo sviluppatosi nella mente di George Lucas, oggi in piena, rinnovata espansione. La Disney promette già un capitolo dietro l'altro, come sta facendo con l'acquisita Marvel, e allora forse, tra qualche anno, "Rogue One" non apparirà più grande di una stellina nel firmamento della saga, ma, anche fosse, sarà una stella con una sua luce propria, solida e brillante, per ragioni diverse e concorrenti. Prima, la sua posizione geografica nella mappa stellare: temporalmente precedente al quarto, "Una nuova speranza" e successivo al terzo, "La vendetta dei Sith", questo episodio è contenuto da quarant'anni in quella prima didascalia scorrevole del primo "Guerre Stellari". C'è poi la sua posizione simbolica, all'indomani del primo capitolo del nuovo canone, firmato J.J. Abrams: un film che, nel bene o nel male, al di là della sua natura di calco, ha mantenuto la promessa di risarcire i fan delusi dalla seconda trilogia di Lucas e di ricondurli a temi che riconoscono facilmente. Infine, la sua posizione estetica: di gran lunga più interessante, perchè lascia molto più spazio all'azione di quella proposta dal "Risveglio della forza". Soprattutto, "Rogue One", pur inserendosi a cuneo come un midquel, è un episodio indipendente, che sa sfruttare la libertà che deriva da questa indipendenza per fare quello che Abrams non ha voluto o potuto fare, vale a dire raccontare una nuova storia. Estraendo la giovane Jyn dal nascondiglio sotterraneo, il personaggio di Whitaker dissotterra letteralmente qualcosa che era ancora sepolto, riportando in superficie il piacere dell'invenzione. Il film ci mette un bel po' ad ingranare, ma, una volta che la squadra è al completo, non ha incertezze né cadute di tono. 


Presi singolarmente i componenti dell'equipaggio non appaiono straordinari: non lo è il droide che fa calcoli probabilistici né l'orientale cieco che crede nella Forza, ma è l'eroismo del gruppo a funzionare. Non solo e non tanto nelle apparizioni digitali, a loro modo ologrammatiche, dei vecchi eroi, ma nel sacrificio dei nuovi, che, rapidi come meteore, si fanno subito leggenda. L'impronta della serie è chiaramente anche altrove: nella coppia Felicity JonesDiego Luna, il quale sfugge dal sabotare involontariamente il film, riprendendo punti sul fronte romantico, nei salti nell'iperspazio, nelle scene canoniche nelle città piantonate dall'esercito e nei bar malfamati, nel tema musicale di Darth Vader. Ma è più che mai nella sua indipendenza dall'obbligo di far tornare i conti a colpi di lunghe divagazioni che sta la felicità del film di Gareth Edwards: una guida che sa come si manovra un film di fantascienza.
Ricardo Supino

sabato 17 dicembre 2016

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venerdì 16 dicembre 2016

I PADRONI DELLA NOTTE

I padroni della notte
di James Gray
Joaquin Phoenix, Mark Whalberg, Robert Duvall
genere, drammatico
Usa, 2016
durata, 117'




Le sequenze iniziali sono emblematiche: nella prima, a premessa dei titoli di testa una serie di foto in bianco e nero ci mostrano poliziotti intenti a compiere il proprio dovere, poi, dopo uno stacco breve ma significativo, il film si sposta sui due amanti impegnati a procurarsi piacere. Apparentemente inconciliabili, in realtà entrambe appartengono allo stesso album di famiglia e sono poste in sequenza per evidenziare la distanza, fisica e psicologica dei suoi componenti: da una parte un padre ed un figlio che hanno fatto le scelte “giuste” (lui, Robert Duvall,è una leggenda vivente della polizia mentre il figlio, Mark Whalberg è avviato a seguirne le orme) decidendo di sacrificare la propria vita nella lotta contro il crimine, dall’altra la progenie “sciagurata” (a differenza del fratello, Bobby gestisce con successo un locale notturno che è anche un ricettacolo di malavitosi), quella senza coscienza, che sembra fregarsene delle umane sorti e dedita all’ edonismo che caratterizzò gli anni 80.

I primi due si sono annullati all’interno di quell’idea (e le facce anonime degli sbirri ad inizio film ne sono una testimonianza), l’altro invece è deciso ad affermare il proprio io (ed infatti il regista dopo l’anonimato di quelle foto si sofferma sulla sua faccia in primo piano nei secondi che precedono l’amplesso). Due modi di essere solidamente radicati da scelte che non possono tornare sui propri passi e che invece sono messe in discussione dall’importanza dell’accompagnamento musicale: esplicitamente in quello iniziale, dolce e vagamente malinconico, come se la sconfitta del male raffigurato da quelle istantanee fosse uno “stato di grazia” destinato a non durare e poi in maniera subdola ma non meno rappresentativa, in quello cantato da Debbie Harry nel suo hit “Heart of glass” (in cui si narra di un amore che era gas cioè fantastico e che invece si è rivelato un illusione), dove lo spazio più intimo e privato è costretto a fare i conti con l’insistenza del mondo esterno. Esistenze asimmetricamente siderali ma accomunate da certezze raggiunte attraverso compromessi –Bobby per arrivare ha dovuto rinnegare le proprie origini mentre il padre ed il fratello fanno i conti ogni giorno con il rischio di perdere la vita - destinati ad essere messi in discussione dall’ escalation di violenza scateneta dall’ 

irruzione degli agenti all’interno del locale e dal successivo arresto di un potente narcotrafficante . Ancora una volta James Gray sceglie il modello della Crime story per continuare a con/sconfessare la violenza dei rapporti familiari ma questa volta affonda il colpo perché dal confronto con gli altri modelli famigliari (da quello istituzionale della polizia a quello clanico della mafia russa) è quello biologico e tutto americano dei fratelli Green ad uscirne sconfitto. Lo spazio dell’amore gratuito in cui si forma quell’autostima che è segno tangibile di vera libertà diventa un luogo di costrizione e di dolore, in cui affetto e comprensione sono subordinati al rispetto delle regole. Una foresta tentacolare di legami e sensi di colpa che la morte riesce solo a rafforzare (gli esiti del tragico inseguimento fanno di Bobby/Phoenix l’incarnazione di quel figlio che il padre aveva sempre sperato). Per Gray quello che avviene al di fuori di essa è accessorio perché è solo una conseguenza di un impostazione disumana e malefica. Inseguimenti, sparatorie, tradimenti, deragliamento dei sensi appaiono solo pagliativi per evitare di guardare in faccia a quel patto scellerato che è il vero peccato originale dell’intera umanità. In questo senso appaiono fuori luogo certe accuse ideologiche (ma il valore di un opera può prescindere da questo) ed anche il ritardo nella distribuzione (ma dopo Redacted anche queste dilazioni appaiono sopportabili) di un film che nonostante qualche incertezza di sceneggiatura (l’arruolamento in polizia e la trasformazione in Dirty Harry appaiono un po’ forzate e quasi appiccicate al resto della vicenda) ci restituisce il cinema “maschile” di un autore dallo stile rigoroso e che, rispetto al clamoroso esordio di Little Odessa (imperdibile), riesce a dare sfogo con più continuità alle implosioni che attraversano le sue storie con una serie di sequenze (l’inseguimento sotto la pioggia, l’amplesso iniziale, ma anche quella di lynchiana oscurità che ci introduce nelle stanze dove viene lavorata la droga) che rimangono nella memoria. Il fatto poi di collocare la vicenda nei famigerati anni 80, come a ricordarci che il male può prescindere dal fatidico 11/9, da modo allo spettatore di apprezzare un repertorio musicale ingiustamente dimenticato.

giovedì 15 dicembre 2016

Notizie su Resident Evil 7 Esplorata la Casa " Mega Spoiler "

 

 

 

Sommario di Notizia:

 

 

Di Roberto Vicario 

 

 

La saga di Resident Evil, agli occhi di molti fan, ha subito una grossa battuta d'arresto con il sesto capitolo. Una serie di scelte che non sono andate giù alla fan base, ree di snaturare in maniera eccessiva quelli che negli anni sono stati i punti fermi della serie.
Resident Evil VII, in questo senso, si pone ancora di più come un capitolo di rottura - cosa che si è già intuita dalla demo in costante aggiornamento - che sposta totalmente gli equilibri in termini ludici e di design.