giovedì 18 marzo 2021

PROMISING YOUNG WOMAN

domenica 14 marzo 2021

Berlinale 2021. Per Lucio

Per Lucio

di Pietro Marcello

Italia, 2021

genere, documentario

durata, 79'



Per Lucio si nutre della stessa irrequietezza presente nei precedenti lavori di Pietro Marcello e come quelli di un viaggio intimo e sentimentale attraverso il tempo e lo spazio all’interno del quale è dolce naufragare.

In Per Lucio le immagini dei fiori poggiati sulla tomba di Lucio Dalla e su quella del suo paroliere Roberto Roversi rappresentano qualcosa di più di un semplice omaggio da parte chi – Tobia, manager del cantautore bolognese – li ha conosciuti entrambi. La commemorazione dell’artista da parte dell’amico e’ fin dall’inizio lo snodo attraverso il quale passare per intercettare la nuova avventura di Pietro Marcello, la sesta in ordine di tempo in una filmografia che ogni volta rende sempre meno appropriata la distinzione tra finzione e documentario.

Che si  tratti di una condizione fisica  o di uno stato dell’anima il cinema di Pietro Marcello da sempre mette in scena uomini, cose e  paesaggi rimossi dall’immaginario nostrano e finiti ai margini del discorso contemporaneo.

Fuori quadro per cause naturali come capita a Tommaso Cestrone, l’angelo di Carditello, in Bella e perduta e per l’appunto a Lucio Dalla, colti da morte senza alcun preavviso, quand’anche  costretti ad esserlo perché’ refrattari al sistema, e qui non si può fare a meno di ripensare all’Enzo e Mary de La Bocca del Lupo, e l’Arturo de Il passaggio della linea, dei suoi personaggi, Marcello fa il punto d’incontro (o di scontro, nel caso di Martin Eden) tra l’essere e il non essere, tra la vita e la morte, in una ribalta che li pone sempre in dialettica con il  proprio periodo e con il paesaggio d’elezione.

Essendo Lucio Dalla nato a Bologna nel 1943, dunque nel pieno   del secondo conflitto mondiale, non é un caso che a dare sostanza alle sue parole e alle sue canzoni sia un abbecedario visivo aperto dai volti di giovinezze spezzate dalla guerra e da donne innamorare, pronte ad abbracciare i propri uomini di ritorno dal fronte.

In una progressione di fotogrammi in grado di accogliere una parte significativa di storia italiana, attraversando cesure storiche decisive per il nostro paese, Per Lucio rievoca  usi e costumi che riguardano il passaggio dalla civiltà contadina a quella post industriale, la fiducia nel progresso (Nuvolari) e le lotte operaie (Itaca) gli anni di piombo e la strage di Bologna. E con essi la partitura musicale del cantante, pronta a tradurre la Storia in squarci di vita vissuta dal punto di vista di chi di solito non ha voce in capitolo.

Non sfugge all’appassionato la scelta da parte di Marcello di un repertorio sonoro più impegnato e meno ricordato, come pure il fatto che sia questo a rappresentare meglio di altri (e per esempio dei suoi hit più famosi) l’anonimato degli uomini e delle donne presenti nelle tante sequenze  che allacciandosi al tessuto più intimo e personale di Dalla fanno dell’arte uno strumento poetico e insieme politico, capace di ridestare nello spettatore la bellezza del territorio italico.

Rendendo attuale (ancora una volta attingendo dai tesori dei nostri archivi cinematografici) ciò che è passato e mettendo in sintonia il cambiamenti artistici del cantautore  con quella del paesaggio nostrano, Per Lucio si nutre della stessa irrequietezza presente nei precedenti lavori di Marcello e come quelli di un viaggio intimo e sentimentale attraverso il tempo e lo spazio all’interno del quale è dolce naufragare.

Inserito  nella sezione Berlinale Special della 71ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, Per Lucio e’ un film con cui far tornare Il pubblico in sala.

Per Lucio è un film documentario presentato da Beppe Caschetto e Rai Cinema, è prodotto da IBC Movie con Rai Cinema in collaborazione con Avventurosa e con il sostegno della Regione Emilia-Romagna. Le vendite internazionali sono a cura di The Match Factory.

 

Per Lucio: la trama

Per Lucio è un viaggio visivo e sonoro nell’immaginario poetico e irriverente del cantautore bolognese Lucio Dalla. Una narrazione inedita del suo mondo condotta attraverso le parole del suo fidato manager Tobia e del suo amico d’infanzia Stefano Bonaga. Il film unisce biografia e storia, realtà e immaginario, dando vita a un ritratto che attinge dall’infinito bacino dei repertori pubblici e privati, storici e amatoriali. Liriche e musiche dipingono un’Italia sotterranea e sfumata, immergendo lo spettatore in una libera narrazione del Paese attraverso i tragici eventi del periodo e il boom economico. Questa è l’Italia degli ultimi e degli emarginati, questa è l’Italia di Lucio.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su taxidrivers.it)

Berlinale 2021. Natural Light

Natural Light

di Denes Nagy

con Ferenc Szabo

Ungheria, Lettonia, Francia, Germania, 2021

genere, bellico, drammatico

durata 103'



Natural Light di Dénes Nagy racconta le tenebre della ragione attraverso un racconto di guerra in cui la forma diventa sostanza. In competizione nel concorso ufficiale della Berlinale 2021.

L’inizio di Natural Light del regista ungherese Dénes Nagy è scandito dalla natura delle cose. Un uomo a bordo di una zattera procede lungo il corso del fiume lasciando alla corrente il compito di condurlo a destinazione. Primordiale e spoglio,  l’ambiente circostante sembra regalare al viaggiatore un momento di tregua che la mdp racchiude in un estasi visiva bruscamente interrotta dall’urlo proveniente dalla foresta circostante. Il cambio di scena ci consegna un inserto di egual tenore ma di segno opposto, perché tra gli alberi e in mezzo al fango la carovana militare fatica ad avanzare, continuamente respinta da quegli stessi elementi che in precedenza erano stati favorevoli allo svolgersi del viaggio.

Così facendo in Natural Light lo scarto da cui scaturisce il senso del film si nasconde dietro la routine di un’azione di guerra “necessaria”,  quella messa in atto dal comandante per assicurare ai combattenti il rancio quotidiano e dunque il sequestro delle cibarie a bordo del natante. La frenesia dei gesti, l’incalzare degli ordini, la concitata partecipazione di un gruppo di persone senza un’identità che non sia quella dell’uniforme indossata  e soprattutto il rapporto di causa effetto tra l’idea e la sua realizzazione, ci dicono che il significato trascende la storia. Prendendo in considerazione l’agire umano inteso come volontà di determinare il corso dell’esistenza, allontanandosi da quella che è il suo normale divenire. Dunque l’inizio di Natural Light è la rappresentazione di un paradiso perduto. Mentre quello che segue è il tentativo di riconquistarlo, nonostante il male compiuto.

Se nel film – collocato nel pieno della seconda guerra mondiale – si raccontano i misfatti seguiti all’occupazione del territorio russo da parte delle milizie ungheresi, alleate dell’esercito nazista, è chiaro fin dall’inizio che alla pari di altre opere contemporanee incentrate sul medesimo tema, l’adesione al genere non è fine a se stessa.

Qui più che altrove, violenza e degrado, lungi dal diventare un’occasione di spettacolo, sono invece foriere di una riflessione che inizia e finisce dentro le anime dei personaggi. Soprattutto in quella annichilita e muta del sottotenente István Semetka (l’ottimo Ferenc Szabó), come già successo al Willard Coppoliano ma anche al soldato Witt del malikiano La sottile linea rossa,  chiamato al ruolo di testimoni oculare dell’immane tragedia.

Alla stregua di Apocalypse Now anche Natural Light è una sorta di viaggio nell’Ade. In cui però i termini di paragone, soprattutto formali, non guardano alle soluzioni messe in campo dal grande regista americano. Quanto piuttosto si rifanno alla lezione di László Nemes. Il regista ungherese è presente sia  quando si tratta di fare del punto di vista del protagonista una specie di occhio interiore sulla sorte delle vicende umane- seppure con immersioni non altrettanto totalizzanti ma attraverso pedinamenti e semi soggettive già usate dal regista de Il figlio di Saul -; sia nella capacità di stabilire una relazione intima tra protagonista e ambiente, in questo caso raggelata nei suoi momenti più drammatici attraverso il ricorso a campi lunghi e fuori campo (ancora Nemes, nelle urla senza corpo dei condannati a morte); che nella distanza fisica dai luoghi del delitto. Segnalando il rifiuto emotivo del protagonista, l’unico consentito a chi come lui è chiamato a rispettare gli ordini.

Di quanto la forma sia sostanza nel cinema ungherese lo dice la sequenza finale che, chiudendo il cerchio con quelle iniziali, ci riporta al concetto iniziale. Dopo tanti orrori è di nuovo una scena contemplativa a segnalare la fine del dramma. Anche qui il referente è ancora una volta l’elemento naturale e in particolare l’orizzonte a cui si rivolge lo sguardo di Ivan. Abbandonato sul sedile del treno che lo sta riportando a casa per una breve licenza. Fin li negata, la luce che trapela dalle nubi in via di diradamento intercetta una spiegazione simbolica prima ancora che narrativa, rappresentando il primato della ragione, ritrovata almeno fino a quando non ci sarà da mettersi di nuovo in moto.

In competizione nel concorso ufficiale della Berlinale 2021 Natural Light conferma la bontà di una cinematografia come quella ungherese, fucina di talenti capaci di primeggiare nel panorama internazionale.

Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

martedì 9 marzo 2021

Palladium Film Festival - Cinemaoltre

PALLADIUM FILM FESTIVAL – CINEMAOLTRE

Teatro e Università si uniscono

per ri-aprire le porte del Cinema

DAL 9 AL 14 MARZO


Un'apertura virtuale, una platea che torna idealmente a riempirsi, due realtà che uniscono le forze 
dal 9 al 14 marzo, per sostenersi e sostenere il cinema, e ritrovare gli spettatori dopo un anno difficile.

Il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre e lo storico Teatro Palladium lanciano Palladium Film Festival - CineMaOltre, un festival che è la naturale prosecuzione del Roma Tre Film Festival arrivato alla sua 15sima edizione, ma che quest'anno lancia lo sguardo necessariamente OLTRE la sala, affidando alla piattaforma MyMovies film, incontri, masterclass e retrospettive.

''Università, Teatro e Cinema sono tre aspetti del mondo culturale che più di tutti hanno subìto l'impatto della pandemia – spiega il Direttore Artistico Vito Zagarrio – la cultura si nutre di contatto e condivisione e con questo festival vogliamo andare OLTRE ogni forma di separazione, sia fisica, sia generazionale o di genere''.

Il PFF – CineMaOltre ha l'ambizione di guardare al cinema da diversi punti di vista, andando OLTRE le classificazioni e i diversi formati, creando un dialogo tra il cinema d’autore e il cinema di genere, tra il documentario e i cortometraggi. Attraverso l'iscrizione alla piattaforma MyMovies gli spettatori potranno accedere gratuitamente a partire dal 9 marzo e per l'intera durata del festival sia ai film, sia a moltissimi altri contenuti:

  • Oltre il genere: una lunga intervista a Susanna Nicchiarelli che accompagna la proiezione di cinque film della regista (NicoCosmonauta; La scoperta dell’alba; Per tutta la vita; Ca cri do bo)

  • Oltre il cinema: un incontro su cinema e letteratura con lo scrittore Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi) e il regista Saverio Costanzo (L'Amica Geniale, Hungry Hearts) e la presentazione di tre film (Private; In memoria di me; La solitudine dei numeri primi)

  • Oltre lo schermo: una masterclass sulla musica per il cinema con il compositore Pivio (Ammore e Malavita), e un incontro con Pippo Del Bono.

  • Oltre i formati: il concorso di cortometraggi Carta Bianca Dams.

  • Oltre le generazioni: la rassegna dedicata alle scuole di cinema con i film prodotti dal Centro Sperimentale di Cinematografia, dell'accademia Rufa e della Scuola di Cinema Volonté.

Il 10 marzo il Festival propone un evento speciale: un incontro con lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo autore di Romanzo Criminale, sul legame tra la letteratura e la parte più oscura della città di Roma.

Nella cornice virtuale del Teatro Palladium, PFF - CineMaOltre dedica infine quattro giornate alla rassegna Oltre I Muri, fiore all'occhiello del festival che affronta il tema delle chiusure, da quelle delle prigioni, a quelle psicologiche, da quelle familiari alle chiusure sanitarie dovute alla pandemia. Ogni film sarà presentato dagli autori e sarà un momento importante per discutere anche di cinema e attualità.

Con il Palladium Film Festival – CineMaOltre l'Università Roma Tre e il Teatro Palladium provano a spingere la cultura OLTRE i limiti, le costrizioni e la paura: un festival che è insieme un augurio e una promessa, quella di tornare a riempire le sale di musica, film, spettacoli e incontri.


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PALLADIUM FILM FESTIVAL – CINEMAOLTRE é una produzione del Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre in collaborazione con la Fondazione Teatro Palladium.  Per materiali stampa: info@tfilmprod.com – Maria Vittoria Pellecchia 329.1675709

domenica 7 marzo 2021

Invisibili: Kisses

Kisses

di, Lance Daly

con. Kelly O’Neill, Shane Curry, Paul Roe, Cathy Malone, Neilì Conway

Irlanda, Svezia 2008 

genere, drammatico

durata, 72’


Essendo il nostro cosiddetto sistema più un’accozzaglia di sintomi sfuggita alla psichiatria che un tentativo un minimo coerente di tenere in piedi, unita e animata da spirito collaborativo una comunità di esseri umani, è del tutto ovvio che i più giovani esponenti del medesimo siano allo stesso tempo comprimari sconcertati/attoniti e vittime del suo estenuante disfacimento e che sovente siano indotti a reagire a tanto compiaciuto abbandono per il tramite di atteggiamenti e comportamenti da quello stesso ordine bollati a ruota - per cronica incapacità di elaborare risposte che non siano paternalisticamente demagogiche o sic et simpliciter repressive - come devianti



Cosa dire, infatti, di fronte alle esistenze in apparenza già segnate di Kylie Lawless/O’Neill e Dylan Dunne/Curry, vicini di casa, undicenni dai modi spicci ma di fondo ritrosi, lingue lunghe (in specie Kylie) ma contegno tarato sulla difensiva, sguardi curiosi ma diffidenti perché già testimoni e interlocutori delle tristi bassezze che il deprimente teatrino dell’età adulta sembra non veder l’ora di cementargli addosso (il film di Daly si apre, non a caso, con l’immagine di un pesciolino esanime nel suo stesso acquario) come la più contagiosa e inevitabile delle maledizioni ? Come fare a contrastare la più che spiacevole sensazione per cui una vita di per sé afflitta dalla zavorra di prospettive limitate - reiterata nei sobborghi rurali di Dublino, tra fatiscenti villette a schiera e strade butterate di rifiuti (con buona pace delle eterne e pigre cartoline a base di verde Irlanda, per dire), sotto un cielo di norma plumbeo a incombere su spianate brulle bell’e pronte per le solite devastazioni edilizie, mentre sullo sfondo il mare ogni giorno si allontana un po’ di più - non si accartocci senza colpo ferire nella sua normalità (Dylan, asmatico, passa da una sessione di botte all’altra inflittagli da un padre/Roe imbecille - si noti il modo col quale pretende di far funzionare un tostapane - oltreché alcolizzato il quale, per non sbagliarsi, sottopone la madre/Conway allo stesso trattamento; Kylie, attorniata da fratelli tanto litigiosi quanto indifferenti e da una madre/Malone petulante e pettegola, fa di tutto per schivare le attenzioni di uno zio che in passato l’ha costretta a subire sordide attenzioni), finendo per trasformarsi, una volta per tutte, in qualcosa di schifoso e irredimibile ? Probabilmente e per lo più rassegnandosi a morire un tanto alla volta, uno strappo di calendario dopo l’altro o, magari, senza preavviso e subitaneamente, per l’effetto di un ultimo sussulto di stupida ferocia sfuggita di mano a coloro che non ne hanno mai abbastanza della propria miserabilità. Ma questo a undici anni non è ammissibile: almeno non senza avere estorto di pura ingenuità e disarmata strafottenza qualche scheggia di splendore a un mondo per forza di cose ancora sconosciuto, quindi tutto da scoprire, e non averla nel caso corroborata per mezzo della spinta allusiva e deliziosamente scostante di un universo sonoro - quello del bardo di Duluth, più volte evocato durante il film per via dell’omonimia col piccolo protagonista e riconoscibile grazie all’accompagnamento reso alle immagini da veri e propri classici, tra cui ritroviamo “Shelter from the storm”, “Subterranean homesick blues”, “Just like a woman” e “Tombstone blues” - capace di avvolgerne l’enigma e la mutevolezza in una membrana allo stesso tempo astratta e dolcemente carnale. Per tale ragione, dopo l’ennesima tragedia familiare sfiorata di un niente, in barba a un clima natalizio che nemmeno le ricorrenze incombenti sono state in grado di far attecchire per davvero, ai due ragazzini non resta che scappare, qualche soldo rubato in tasca e in testa l’idea molto vaga di provare a recuperare il fratello maggiore di Dylan - Barry - a sua volta uscito di scena due anni prima senza lasciare traccia, se non un vecchio recapito - Gardiner Street - da qualche parte nella capitale.

Il tratto dirimente di una progressione drammaturgica altrimenti molto semplice, basata com’è sulla aritmetica accumulazione di esperienze da parte di una coppia di giovanissimi sapiens sprovvista delle medesime, è da ricercarsi innanzitutto nell’aderenza mimetica degli interpreti ai propri ruoli, incarnati e recitati (Dylan, occhi scuri e sfuggenti, fisico asciutto quasi sempre insaccato in un abbigliamento due taglie buone più grandi di lui, dissimula un’innata timidezza - come visto, ben presto virata in vigile cautela - sotto uno sguardo in perenne bilico tra sgomento e precoce scetticismo; Kylie, colorito chiaro e coda di cavallo, occhiate vispe e dirette, arguta e briosa, si oppone alle conseguenze del trauma ancora bruciante nel ricordo mostrando da subito duttilità, intraprendenza e fiera autonomia di giudizio, come anche il suo cognome, del resto, lascia trasparire), con buona approssimazione, a mo’ di sagace ricalco di un microcosmo - di gesti, di espressioni, di modi dire ma pure di silenzi e minute asprezze - familiare perché quotidianamente frequentato. D’altro canto, è pure vero che la appena citata naturalezza - sfibrando in via ulteriore un termine fin troppo abusato - non sarebbe stata in grado di rianimare, anche solo per la durata di un’opera di finzione, il muscolo atrofizzato dell’emotività corrente, se non si fosse resa convinta complice di una intenzione votata a schivare la morta gora del mero realismo (in genere esplicito e brutale, quello di marca anglosassone) per abbracciare, torcendo alla base i suoi presupposti ma nel rispetto di una contiguità diretta con gli eventi narrati, quell’inquieto incanto favolistico di ascendenza truffautiana volto a indagare il privilegio di una sorta di armonia quasi perfetta perché conseguenza della sospensione febbrile indotta da una successione di stati d’animo inediti e fuggevoli, quindi irripetibili per definizione, indipendentemente dalla loro natura gioiosa/intima (Kylie ruba qualcosa da mangiare e quindi si disperde nelle vie festanti di Dublino; Dylan a sua volta ne elemosina altrettanta da un ambulante consumandola poi fianco a fianco con Kylie, in silenzio, sui gradini di un vicolo; girovagando senza meta per le strade sempre meno affollate insieme si stendono sul ghiaccio di una pista da pattinaggio deserta e cominciano a scherzare e a ridere) o drammatica (Kylie viene strappata ai suoi vagabondaggi sotto gli occhi di Dylan da due balordi a bordo di un auto innescando un vertiginoso inseguimento; al risveglio dopo la notte trascorsa in strada a riparo di un giaciglio fatto di cartoni da imballaggio, Kylie rinviene tra gli strati un cadavere: inorridita chiede a Dylan se si tratti di quello di Barry. Dylan, laconico e pensieroso, le risponde “No. Ma è come se lo fosse”), riguadagnando - d’incontro, si potrebbe dire - e non importa se solo per un fugace interludio, la suggestione relativa a uno dei tanti Cari Estinti della cultura moderna e contemporanea, a dire il senso originario dell’Avventura, la sua capacità incoercibile e magnifica di infondere coraggio e aspettativa laddove ogni congiuntura briga al fine di imporre il grigiore e la rassegnazione e il cui suggello ideale non può che consistere nella sfrontata devianza del più tenero dei baci.

TFK

domenica 28 febbraio 2021

The Dissident. La recensione del film di Bryan Fogel

The Dissident

di Bryan Fogel

USA, 2021

genere, documentario

durata, 119'



Destinato a far parlare di se prima ancora di essere visto The Dissident di Bryan Fogel non smentisce la sua fama e alla pari del suo protagonista si ritrova dissidente,  costretto a restare fuori dalla sua terra d’elezione se è vero che sia Netflix che Prime Video le due piattaforme più importanti del pianeta hanno rinunciato a programmarne le visione per paura (così si dice)  di dispiacere i potenti della terra.

Non nuova a operazioni del genere per fortuna ci ha pensato MioCinema ad acquistarne i diritti per distribuirlo in esclusiva a partire dal 12 febbraio. Il motivo di questa anomalia e’ in parte da attribuire  alle stesse ragioni per cui davanti all’evidenza delle prove dell’assassinio di Jamal Khashoggi, avvenuto nel 2018 all’interno del consolato saudita a Istanbul, nessuna nazione ha pensato di schierarsi apertamente contro le istituzioni del paese arabo, preferendo voltarsi dall’altra parte piuttosto che fare i conti con l’ipotesi più che provabile e cioè che quello di Khashoggi è stato un omicidio di stato, volto a eliminare non solo uno degli oppositori del regime più in vista di altri ma anche colui che un tempo era stato parte integrante del sistema e dunque a conoscenza della politica di quel governo fino al momento in cui non ha deciso di tagliarsene fuori trasferendosi negli Stati Uniti.

Se il cuore del documentario è costituito dalle ultime immagini di Khashoggi, ripreso dalle telecamere a circuito chiuso mentre entra nel comprensorio diplomatico lasciando la fidanzata ad attenderlo di fronte all’edificio, The Dissident amplia il discorso relativo alla scena del delitto con una ricostruzione dei fatti volta a delineare tanto i motivi del conflitto tra le parti, quanto le conseguenze generate nel mondo politico e diplomatico internazionale dall’evidenza dei fatti, e cioè dalle accuse nei confronti dei mandanti.

Boyle non si limita a svuotare il potere della sua ambigua fascinazione al fine di mostrane il suo vero volto – come si evince dalla sovrapposizione tra l’immagine distesa e sorridente  del principe Mohamed bin Salmane e  le parole della voce narrante che ci informa delle nefandezze  compiute dai suoi presunti emissari.

In un continuo confronto tra personalità opposte il montaggio di The Dissident costruisce infatti una sorta di storia alternativa in cui la vittima anche da morto, attraverso la testimonianza del suo vissuto, non smette di interrogare i carnefici sull’iniquità dei loro misfatti, tratteggiando un quadro generale impermeabile a qualsiasi tentativo di manipolazione.

In effetti l’importanza della posta in gioco e di quella dei temi che da essa scaturiscono non deve far dimenticare l’efficacia del dispositivo allestito dall’autore. In questo senso a venirci in aiuto nel ragionamento e’ il paragone con le sequenze della morte del presidente John Fitzgerald Kennedy filmate da Abraham Zapruder in occasione del tragico attentato.


Come il Zapruder Film anche quello relativo alla scomparsa di Khashoggi assume le forma di un lungometraggio, con inizio, sviluppo e fine frutto di un montaggio di scene girate ex novo e/o tratte da filmati d’archivio che nel loro insieme forniscono alle immagini degli ultimi istanti di vita del protagonista un’aggiunta di significati senza scalfire di un millimetro quella resilienza di cui parla Nicolò Gallo in Framing Death (edito da Bonomia University Press) a proposito dell’omicidio del Presidente americano. Come quelli, di Zapruder anche i fotogrammi di The Dissident sono sottoposti a destabilizzazioni di segno opposto, a secondo del punto di vista di chi li osserva. e ciononostante riescono a non far venire meno l’oggettività di una perdita ancora in cerca di un colpevole. In tal senso The Dissident offre allo spettatore l’opportunità di farsi un’idea che lascia pochi dubbi al reale svolgimento dei fatti e al perché del loro verificarsi. La conoscenza va di pari passo con l’incredulità su come neanche la morte sia più materia di scandalo.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su taxidrivers.it)

Nomadland. La recensione del film di Chloè Zhao

Nomadland

di Chloè Zhao

con  Frances McDormand

USA, 2021

genere, drammatico

durata, 108


L’ascesa di Chloé Zhao


Nomadland di Chloé Zhao è innanzitutto la conferma di una poetica che in soli tre film (Song my Brother Taught Me e The Rider – Il sogno di un cowboy, gli altri due) ha piantato le sue radici nell’immaginario del cinema americano contemporaneo  al punto di imporsi forse anche al di sopra delle aspettative della stessa regista. Abituata a lavorare in regime di indipendenza con budget e troupe ridotte all’osso e con largo uso di attori non  professionisti, la Zhao ha infatti appena finito di girare un blockbuster, Marvel (Gli Eterni) pieno zeppo di star ed effetti speciali, e questo la dice lunga sulla suggestione esercitata delle sue direzioni presso i gestori della grande macchina hollywoodiane.


La capacità di conciliare spinte opposte 


Provare a immaginare per quale ragione i Mogul degli Studios se ne siano innamorati equivale a chiedersi  che tipo di storia sia Nomadland e in quale rapporto si ponga con le istanze del proprio tempo. E qui veniamo a uno dei nodi centrali del film, perché nel raccontare la scelta di Fran (Frances McDormand), decisa a vivere una esistenza nomade, perennemente in viaggio di stato in stato sulle strade di un Paesaggio da western americano, Nomadland approda a una sintesi capace di conciliare pulsioni opposte: da una parte il desiderio di intimita’ e di raccoglimento e nel complesso di vita minuta che per la donna e’ esigenza caratteriale ma anche necessità contingente (dettata dalla volontà di metabolizzare un recente lutto); dall’altra il senso di infinito e la voglia di libertà che in Nomadland scaturiscono dal contatto con la natura e di conseguenza dal rifiuto delle pratiche urbane. 



Blockbuster dell’anima 


A suo modo, dunque, Nomadland e’ un film epico perché attraverso l’ esperienza individuale della sua protagonista si confronta con uno dei miti del grande paese e cioè con una frontiera – geografica ma anche simbolica –  la cui novità non consiste  più nell’essere un territorio estraneo ma al contrario quasi familiare, quello in cui meglio di altri ci si può riconoscere e sentire a proprio agio.





Da Into The Wild a Nomadland


A differenza dell’Alex Supertramp di Into The Wild che all’inizio del millennio si faceva antesignano dei nuovi ribelli in aperta critica con il modello di società borghese, la fuga dal mondo di Nomadland ha perso lo slancio eversivo non discriminando il sistema ma venendoci a patti (ad esempio, Amazon in cui saltuariamente lavora Fran) in  un quadro generale di rassegnazione che però non fa venire meno lo spirito indomito con cui la protagonista asseconda là proprie attitudine. Afflato non dissimile dalle figure raminghe ma sempre solidali e avvertite tipiche del cinema, ad esempio, di una come Kelly Reichardt, vedasi tra gli altri Wendy e Lucy o il recente First Cow.


Così vicino, così lontano


In continua dialettica tra vicino e lontano, tra primi piani esistenziali e prospettive illimitate, tra interni ed esterni, Nomadland mette insieme la capacità di raccontare l’uomo e il suo spazio spingendosi agli estremi delle sue possibilità, dunque stupisce fino a un certo punto trovare Chloe Zhao a capo di una storia – quella realizzata per conto della casa delle idee – che a occhio e croce mette in campo le stesse dinamiche traslate su un piano cosmico e fantascientifico. Ai posteri L’ardua sentenza: per adesso godiamoci Nomadland, sicuro protagonista della prossima notte degli Oscar.




Ps. L’arte di Frances McDormand 


Guardare la faccia di Frances McDormand in Nomadland e riconoscervi la vita di una persona. E’ una sensazione questa  che si rinnova ad ogni nuovo incontro, il che,  in generale, fa  pensare che per un attrice come lei  stare davanti alla mdp con così tanta credibilità non sia solo una questione di talento ma dipenda anche dalla coerenza delle sue scelte, a cominciare da quelle relative ai ruoli da interpretare e soprattutto a quelli da rifiutare. A ben vedere la Fern di Nomaland potrebbe essere parente stretta della  Mildred Hayes di Tre Manifesti ad Ebbing, Missouri, il che è tutt’altro che casuale.


Tratto dall’omonimo libro di Jessica Bruder,  Nomadland ha vinto il Leone d’Oro alla 77a Mostra del cinema di Venezia; ha ottenuto 4 candidature al Golden Globes e tra gli altre 5 candidature agli Spirit Awards.  


Carlo Cerofolini

(pubblicato su taxidrivers.it)