mercoledì 4 aprile 2018

IL FILM DELLA SETTIMANA: A QUIET PLACE - UN POSTO TRANQUILLO

A Quiet Place - Un posto tranquillo
di John Krasinski
con John Krasinski, Emily Blunt
USA, 2018
horror, thriller
durata, 90'



A dispetto delle apparenze, "A Quiet Place - Un posto tranquillo" non è l'esordio alla regia di John Krasinski. Conosciuto dai più come interprete di film indipendenti ("American Life", "Promise Land") e per qualche incursione non molto fortunata nelle produzioni mainstream ("Sotto il cielo delle Hawaii"), Krasinski aveva al suo attivo prima di quest'ultima ben due direzione di lungometraggi: "Brief Interviews with Hideous Men", realizzata nel 2008 e basata sull'omonimo libro di racconti di David Forster Wallace, a cui seguì nel 2016 "The Hollars". Distanti dal terzo per genere e tipologia produttiva, la visione dei film appena menzionati è necessaria per non minimizzare l'apporto di Krasinski rispetto a un film di genere come "A Quiet Place", apparentemente risolto nella perfetta sincronia del meccanismo che lo sostiene e invece frutto di una visione personale che si è sviluppata attraverso le esperienze dietro e davanti alla mdp. Nati in contesto minimale ma culturalmente elevati (dopo essersi diplomato, Krasinski studia drammaturgia alla Brown University, una delle università americane più prestigiose e selettive), i primi due film mettono al centro della scena i rapporti interpersonali e le dinamiche di gruppo, facendo dei dialoghi e della capacità degli attori di farsene carico il loro punto di forza, evidenziando la predilezione per i toni sfumati e sommessi, gli stessi che hanno caratterizzato le interpretazioni di Krasinski come attore. Tra queste ultime, è utile tenere in mente quella prestata nel film di Cameron Crowe, dove Krasinski in un ruolo privo o quasi di parole, è un padre di famiglia che riesce a salvare il proprio matrimonio con la forza della sua rassicurante presenza. 

Nella stessa condizione lo ritroviamo insieme a moglie e figli in "A Quiet Place", poiché il silenzio è l'unico modo per evitare la violenza omicida delle mostruose creature aliene, pronte a scagliarsi su qualsiasi fonte di suoni o di rumore per eliminarne l'origine. Considerato che, da copione, la trama racconta gli espedienti messi in atto dai protagonisti per riuscire a sopravvivere alla morte e a sconfiggere gli (apparentemente invincibili) avversari alla fine di un drammatico e articolato confronto, a fare la differenza doveva essere la coerenza con la quale il film avrebbe tenuto fede alle sue premesse e in particolare a rendere senza forzature né compromessi un mondo dominato da forme di comunicazione alternative. Detto che a parte due momenti in cui lo svolgersi degli accadimenti sembra piegarsi alla volontà di un demiurgo esterno alla vicenda - e ci riferiamo, per esempio, alla sequenza del parto naturale di Evelyn, la moglie di Lee interpretata da Emily Blunt - le cose che colpiscono riguardano la regia di Krasinski, abile nel perseguire la propria poetica anche a fronte di un contenitore poco propenso a considerare i personaggi al di là della loro funzione narrativa e qui invece chiamati dal regista ad assumere una posizione autonoma rispetto alla contingenza degli eventi. Si pensi, ad esempio, al rapporto tra padre e figlia e al modo in cui l'irrisolto che ne scandisce la relazione risulta determinante per il cambio di rotta degli eventi in corso: oppure, a quanto conti, per la resa emotiva dei personaggi, il fatto di aver scelto la Blunt, nella vita reale moglie di Krasinski e madre dei suoi figli. Se la vicenda del sodalizio famigliare alle prese con un lutto da elaborare e superare è l'ennesima variazione di quelle già raccontate nei film succitati, al regista non manca di certo il coraggio di rischiare, mettendosi in discussione con un plot che stravolge alcuni dei punti fermi della sua cinematografia. 

A cominciare dall'elemento spaziale, sdoganato dagli appartamenti angusti e borghesi che erano stati teatro delle prime rappresentazioni, ora sostituiti dal loro esatto contrario, ovvero il paesaggio rurale e l'America redneck. E, vale la pena ribadirlo, dal venir meno delle prerogative del linguaggio parlato, sostituito in tutto e per tutto dal body language delle figure umane. Tra conferme e novità, Krasinski, infine, se la cava egregiamente anche sul piano della cinefilia, dimostrando di saper fare suoi, reinterpretandoli, i riferimenti di genere utilizzati per l'occasione. Su tutti, manco a dirlo, l'immancabile "Alien", ripreso non solo nel modus operandi della bestia ma pure nella costruzione di scene come quella dell'epilogo in cui davvero sembra di trovarsi nel film di Scott. E ancora "Pitch Black"- con analogie più o meno esplicite comuni ad altri b-movies quali "Tremors" (1990) e "Screamers" (1995) - il cui il casus belli (lì era la luce a scatenare l'intervento dei mostri, qui i suoni) e i rapporti di causa effetto funzionano alla stessa maniera e soprattutto con la stessa efficacia. Tra le sorprese più belle di questa stagione, "A Quiet Place" è un gioiello da gustare nel buio della sala.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

Oggi verrà annunciata L'uscita di Spider-Man




Fonte




Se siete fan dell'Uomo Ragno o più semplicemente dei possessori di PS4 interessati all'esclusiva Sony sviluppata da Insomniac Games abbiamo delle buone notizie per voi.

Gli sviluppatori stessi hanno confermato attraverso il proprio profilo Twitter che la data di uscita di Spider-Man verrà annunciata nel corso della giornata di oggi e in particolare il tutto dovrebbe avvenire alle 17:00 ore italiane. Il team ha confermato l'imminente annuncio rispondendo a un tweet preoccupato di un fan che, guardando un video pubblicato da Game Informer in cui si parlava di materiale alpha, aveva iniziato a temere un possibile rinvio.

Insomniac, come riportato da Gaming Bolt, ha tuttavia tranquillizzato gli animi: "no il gioco non è rinviato, verrà pubblicato nel 2018, Game Informer ha la data di uscita e la condividerà domani (oggi)!"

lunedì 2 aprile 2018

CONTROMANO


Contromano
di Antonio Albanese
con Antonio Albanese, Alex Fondja, Aude Legastelois
Italia, 2018
genere, commedia
durata, 102'


Ragionando sulla filmografia di Antonio Albanese, la prima cosa che salta all'occhio è il numero di regie realizzate dal 1996 poiché a prendere in contropiede lo scrivente non è tanto l'esiguità del numero (appena quattro in quasi vent'anni) piuttosto il fatto che l'ultima di queste risalisse addirittura al 2002, anno d'uscita de "Il nostro matrimonio è in crisi". Lo stupore deriva dal fatto che in questo lasso di tempo Albanese, nel frattempo diventato attore di somma popolarità, è riuscito, salvo rari casi, a frequentare i set cinematografici rendendo impalpabile la differenza tra le volte che è stato dietro la mdp e quelle in cui recitava per conto di altri.


 Questo per dire come tra le frecce del proprio arco il nostro non abbia mai avuto quella in grado di emanciparlo da uno sguardo troppo debole e anonimo per tener testa all'esuberante estrosità del mattatore. Da questo punto di vista la regia di "Contromano" si distingue per la ricerca di un equilibrio nel rapporto tra le immagini del film e il personaggio interpretato da Albanese. Approfittando delle incursioni nel cinema d'autore dei vari Mazzacurati e Amelio che ne hanno limitato l'istrionismo e valorizzato le potenzialità drammatiche, Albanese sembra adeguarsi alla semplicità della cornice che ne ospita la figura. Così, se il regista non fa niente per segnalare la sua presenza, affidando al montaggio e non ai movimenti di macchina il compito di sviluppare la progressione narrativa anche all'interno della stessa sequenza, così il corpo dell'attore si fa carico di una compostezza altrove deformata da tic e tormentoni provenienti dal repertorio televisivo e qui invece perseguita dalla prima all'ultima scena, ove si eccettui l'intermezzo a bordo della macchina quando il protagonista rivolgendosi al malcapitato ospite sostituisce il ritornello di una canzone con una strofa di sberleffo inventata sul momento.


D'altronde, sarebbe stato un controsenso stravolgere la logica comportamentale di un carattere quale quello di Mario Cavallaro, che sembra l'ultimo prodotto di quella classe dirigente e imprenditoriale (da Ivo Perego a Cetto La Qualunque) chiusa in sé stessa quanto divorata dal proprio stesso egoismo. Ma c'è di più, perché se la carica eversiva e l'intraprendenza sgangherata e disonesta, ma comunque contagiosa e vitale, era stata una caratteristica dei suoi predecessori, Mario, al contrario, è figlio del proprio tempo, un dead man walking, spento alla vita e chiuso all'interno del proprio mondo. In questo senso, è esemplare la maniera in cui Albanese lo introduce al pubblico, barricato all'interno del proprio negozio mentre osserva impotente e astioso Oba (Alex Fondja), il giovane ambulante senegalese che gli ruba i clienti vendendo calzini a basso costo. L'idea di vendicarsi del rivale riportandolo con la forza al proprio paese serve al film per assumere la forma di un viaggio geografico ed esistenziale che, grazie anche all'amore di Mario nei confronti di Dalila (la bellissima Aude Legastelois), sorella di Oba unitasi al seguito della coppia, vedrà il protagonista ritornare sui propri passi, trasformando la diffidenza e l'intolleranza in accoglienza e accettazione.


Albanese si getta a capofitto dentro una delle questioni più spinose e dibattute del nostro tempo come quella dell'immigrazione e della convivenza tra indigeni e nuovi arrivati. Per farlo non esita ad arrivarci per la via più facile possibile che è quella di creare personaggi antitetici destinati con il tempo ad azzerare contrasti e differenze. Salvo che, se l'intelaiatura narrativa è costruita su luoghi comuni, semplificazioni e stereotipi tipici dell'ultima commedia italiana, bisogna anche dire che il personaggio di Albanese è meno netto di ciò che potrebbe sembrare. A piacere è soprattutto la maniera con cui il regista, a fronte di un personaggio tutto d'un pezzo, riesce a renderlo comunque trasparente, mostrando, senza giustificare da quali paure scaturisca, il razzismo nei confronti del diverso. Che poi il percorso di consapevolezza compiuto da Mario sia più o meno simile, anche nelle conclusioni, a quello effettuato da Zalone in "Quo vado?", consente di allargare il discorso allo stato generale della nostra commedia e a come Albanese e Zalone, con le peculiarità tipiche della loro comicità, siano arrivati a essere le due facce della stessa medaglia.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

Notizie su Far Cry 5: un bug costringe a cancellare la partita?

 Fonte

 

 

Far Cry 5 è ormai tra noi e, per quante cose belle si possano trovare nelle vaste zone rurali di Hope County, alcuni giocatori stanno già storcendo il naso di fronte a un bug che – nel peggiore dei casi – potrebbe portare alle perdita dell’intero salvataggio.

 

 

Premettiamo che, per quanto questa problematica sia documentata in numerosi video, non sappiamo ancora quanto possa definirsi diffusa.

Il tutto, a quanto pare, nascerebbe da un sistema di checkpoint con qualche falla di troppo. Sembra proprio che dopo alcuni Game Over, se ci si ritrova in situazioni ben precise, si è costretti a rivivere una sequenza infinita di morti senza possibilità alcuna di uscirne.

É il caso ad esempio di alcuni utenti che, cadendo da una torre radio, si sono ritrovati a caderne perennemente anche dopo il checkpoint e quindi a iniziare una nuova partita. Stando ai commenti di chi è andato in soccorso, non è affatto un caso così isolato come potrebbe sembrare e, per ora, alcuni fix (come cancellare e reinstallare il gioco, o addirittura utilizzare mod) non sempre funzionano.

Tra l’altro, anche noi abbiamo avuto un problema simile. Guidando un aereo oltre i confini della mappa ci è stato impossibile tornare indietro dopo il messaggio di “missione fallita”. In poche parole, eravamo bloccati in un loop in cui il gioco ci chiedeva di tornare velocemente nell’area di gioco ma non ci dava effettivamente il tempo materiale per farlo. Dopo un po’ di tentativi, ne siamo usciti grazie al viaggio rapido ma, a quanto pare, non tutti sono stati così fortunati.

Pare che Ubisoft sia già stata informata del problema e, quindi, ci aspettiamo una patch o un comunicato a breve.

A voi è capitato qualcosa del genere o, per adesso, la vostra esperienza nel malato mondo di Joseph Seed sta filando liscia come l’olio?

domenica 1 aprile 2018

TONYA

I, Tonya 
di Craig Gillespie
con Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney
USA, 2017
genere, biografico
durata: 121’


Tonya Harding non ha avuto un'infanzia facile e le cose non le sono andate meglio crescendo. Eppure, sebbene sofferente d'asma e forte fumatrice, da sempre e per sempre poco amata dai giudici di gara, che non la ritenevano all'altezza di un modello da proporre, la Harding è stata una grande pattinatrice, la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale, tanto che il film di Gillespie, che racconta la sua ascesa e la sua caduta, ripercorrendo la sua biografia dai 4 ai 44 anni, ha dovuto supplire con effetti speciali, non trovando nessuna controfigura disposta o capace di farlo.
Il cartello che apre il film avverte che è stato "tratto da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gillooly", ma quel che segue è un film in cui ironia e verità, in dosi massicce, sono in perfetta sintonia per tutta la durata. In effetti, Tonya, la madre LaVona, interpretata da una straordinaria Allison Janney, il marito Jeff e il suo sodale Shawn sono personaggi da commedia. 
I due uomini, in particolare, sembrano usciti da un saggio sulla stupidità umana: persone che causano danni ad altri senza realizzare alcun vantaggio, anzi subendo perdite gravissime, di cui Gillespie restituisce sullo schermo l'assurdità e la pericolosità, forte del buon copione di Steven Rogers, ma soprattutto di un materiale di partenza, ampiamente presente nell'archivio audivisivo contemporaneo di YouTube, che oscilla tra farsa e dramma.

È chiaro che, più che a rendere giustizia alla Harding, bistrattata per una vita da tutti, media compresi, per la nota aggressione alla rivale Nancy Kerrigan prima delle Olimpiadi del '94, il film punta dritto all'Oscar e lo fa perseguendo due modalità rodate e vincenti: la performance di Margot Robbie, che s'imbruttisce e dà il meglio di sé nel rendere il temperamento focoso e psicolabile della giovanissima protagonista, e la volontà esplicita di fare dell'immagine di Tonya quello che il suo primato nello sport non è riuscito a fare, ovvero una rappresentazione dell'America, della sua sete di eroi e di colpevoli, di successo e omologazione. 
Il lato migliore del film è proprio in quel ritratto di outsider, reale e problematica, che dava fastidio per la sua sola esistenza. In un tempo come il nostro, in cui il cinema non fa che dire che occorre avere il coraggio di essere se stessi e inseguire il proprio talento, “I, Tonya” racconta una donna diversa, consapevole di esserlo, a cui l'America ha sbattuto violentemente la porta in faccia.
Riccardo Supino

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Carmen Ejogo