venerdì 23 giugno 2017

Video: Visage Ps4, uno degli horror più attesi dell’anno





 Il filmato in questione, che potete trovare qui di seguito, mostra alcune delle ambientazioni del gioco, come l’interno di una casa, un bosco o luoghi misteriosi di cui per il momento non si conosce molto altro. Non mancano nemici o armi, tutto l’occorrente per un horror completo.

 

Gli sviluppatori di Visage, che abbiamo avuto il piacere di intervistare in passato (LEGGI QUI INTERVISTA) hanno dichiarato che il gioco sarà un “horror dall’esperienza surreale” con elementi “mai visti prima”.
Alcuni segreti inconfessabili si nascondono all’interno di questa enorme casa portando alla luce misteri ed entità. Per il momento non si conosce ancora l’uscita del gioco ma SadSquare ha dichiarato che il periodo di rilascio ufficiale per Visage è “cooming soon”.

 

 

Beyond Good and Evil 2 " Guardate la Grafica Mostruosa del Gioco " Incredibile



 

 Beyond Good and Evil 2 " Guardate la Grafica Mostruosa del Gioco " Incredibile 




Un Consiglio non fatevi scappare Hellblade: Senua's Sacrifice si mostra in un nuovo trailer




CIAO RAGAZZI 

 

 

 

 SECONDO UN MIO PARERE PERSONALE QUESTO SARÀ UN GIOCONE DA PRENDERE ASSOLUTAMENTE, SIETE D'ACCORDO CON ME. VOLETE CHE LO PORTI NEL CANALE RAGAZZI 

 

 









giovedì 22 giugno 2017

BIG EYES


Big Eyes
di Tim Burton
con Christoph Waltz, Amy Adams
Usa, 2014
genere, biografico
durata, 106'


Se c'è una cosa che distingue il cinema d'autore da quello realizzato su commissione, è la presenza di un punto di vista, quello del regista, che rende certi film diversi e insieme unici. Ci sono poi autori talmente bravi da riuscire a scivolare dentro le forme del cinema commerciale e d'intrattenimento, mantenendo inalterate le proprie peculiarità. Giochi di prestigio che, nel caso di Tim Burton, diventano per la maggior parte delle volte una gioia per gli occhi prima ancora che del cuore; come testimoniato dal successo di film sul tipo de "La fabbrica del cioccolato" e "Alice in Wonderland", debitori di una fama derivata principalmente dalla fantasia e dalla meraviglia dell'apparato visivo.
Ecco allora che un'opera come "Big Eyes", basata esclusivamente sulla biografia di persone realmente esistite, sembra porsi in antagonismocon l'ultimo cinema del regista americano. L'evidenzadi ciò la si trova principalmente nella scelta di Burton di rinunciare (per la seconda volta dopo "Ed Woods") all'elemento fantastico per dare spazio al realismo di una vicenda che prende in considerazione fatti e personaggi che appartengono alla Storia del paese. E poi di parlane nel modo più classico, realizzando una biografia filmata dei coniugi Keane, artisti di successo passati gli annali della cronaca per lo scandalo provocato dalla scoperta che i ritratti dei bambini dai "grandi occhi" - da cui il Big Eyes del titolo - firmati da Walter Keane, in realtà erano stati dipinti dalla moglie Margaret. 


Ma a differenza di altre cinebiografie attualmente nelle sale - da "Imitation Game a "La teoria del tutto" - quella di "BIg Eyes" non si preoccupa esclusivamente di illustrare i fatti della Storia ma piuttosto di farli convivere con un universo parallelo, quello del regista, popolato come sempre accade nei film di Burton da personaggi di un eccentricità al limite del grottesco (Il Walter Keane di Christoph Waltz potrebbe essere un clone dellà Ed Wood di J Deep), paesaggi iperreali (Gli States di Bruno Delbonell sembrano la fotografia di una società di plastilina) e figure di celestiale ingenuità, come lo è la Margaret interpretata da una straordinaria Amy Adams, novella Alice di un paese meraviglie. 



In questo modo più che la vicenda nel suo complesso, organizzata per tappe successive abbastanza prevedibili, a interessare è l'inserimento di quelle zone d'ombra che deviando dal nucleo narrativo del film, si rivolgono a territori liminali: come lo è certamente il discorso il discorso sulla perdita dell'innocenza di Margaret, prima tradita ma poi complice dei misfatti del marito - messa in corrispondenza con quella di una nazione che, con meccanismi simili a quelli descritti da Robert Redford in "Quiz Show", si scopre improvvisamente meno bella di quella che si credeva. Ed a cui appartiene anche la riflessione sull''arte come espressione di un'urgenza naturale oppure di un pianificazione paritetica agli altri prodotti di consumo, resa nel film attraverso l'incontro/scontro dei due protagonisti. E finanche la catarsi finale, perfetta per un film che si rivolge al grande pubblico e allo stesso tempo allusiva di una libertà, personale e d'artista, che dopo tanti kolossal blockbuster, il Tim Burton di "Big Eyes" si è ripreso con gli interessi.

mercoledì 21 giugno 2017

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: HAPPY END DI MICHAEL HANEKE

Happy End
di Michael Haneke
con Jean louis Trintignant, Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Fantine Hardoui
Francia, 2017
genere, drammatico
durata, 110'


In un’epoca in cui le visioni cinematografiche si susseguono senza lasciare spazio a un minimo di riflessione i film di Michael Haneke mantengono intatti i riti collettivi collegati alla usufruizione dell’opera filmica. Quasi che l’austerità e il rigore del regista austriaco finisse per spaventare lo spettatore, obbligandolo a uniformarsi alle tempistiche del suo cinema. Le quali in “Happy End” non riguardano solamente il rapporto tra tempo e immagine ma contemplano pure la relazione tra l’intreccio e la sua logica, quest’ultima ricercata quando si tratta, come in questo caso, di trovare un denominatore alle azioni poste in essere dai molti personaggi che entrano ed escono dalle inquadrature. 


A tal proposito possiamo aggiungere che la frammentazione narrativa è ciò di cui si accorge primariamente lo spettatore di “Happy End”, sbalzato com’è da un personaggio all’altro e soprattutto da un’ azione all’altra secondo un disegno che Haneke si premura di nascondere sotto la quotidianità decadente e banale di una facoltosa famiglia della borghesia francese di stanza a Calais. Se l’andamento continuamente interrotto e il carosello dei punti di vista agevola il depistaggio del regista, la discontinuità con cui procede il film potrebbe essere il modo - invero efficace - con cui l’autore fa “a pezzi”  i legami famigliari e il bon ton attraverso il quale soprattutto gli adulti cercano di coprire egoismo e anaffettività. La cattiveria si fa strada con il passare dei minuti alla pari delle rivelazioni che portano a galla inquietanti segreti ma a differenza di altre volte la violenza - più psicologica che materiale - assume toni beffardi per arrivare al concitato finale in cui la drammaticità del momento è resa con pose da slapstick comedy. Più che una svolta nel cinema di Haneke “Happy End” potrebbe esserne al massimo una variazione sul tema, tanto più rinnovata è la fede nell’apparato teorico che lo sostiene e, nella fattispecie, nella capacità delle immagini di portare a galla menzogne e infingimenti (attraverso il cellulare della giovane Eve e nel pc di suo padre, interpretato da Mathieu Kassovits). 


Haneke continua a dirci che è lì e non agli uomini che bisogna rivolgersi se si vuole guardare in faccia la verità del mondo. Questa volta però l’affermazione non riesce come altre volte a entrare in dialettica con il fuori campo rappresentato dagli immigrati dei campi profughi di Calais, chiamati con la loro problematica esistenza a fare da contraltare a quella piena di possibilità che viene  offerta al consesso famigliare guidato da un disincantato e stanco J Louis Trintignant, patriarca dell’inquietante sodalizio. I discorsi sull’Europa in via d’estinzione - superata dal coraggioso vitalismo dei più bisognosi - sono supportati da figure simboliche (per esempio il contrappasso della scena finale in cui il mare diventa testimone e insieme presagio di ciò che verrà) non così efficaci nel trasfigurare la contingenza delle immagini. Da qui la sensazione di aver assistito a un episodio meno nobile della straordinaria filmografia del grande cineasta. 

MIDNIGHT IN PARIS

Midnight in Paris
di Woody Allen
con Owen Wilson, Rachel McAdams, Michel Sheen
USA, Spagna, 2011
genere, commedia, sentimentale
durata, 94'



L’americano in terra straniera è stato un tema che ha attraversato la letteratura di quelle parti, ed anche il cinema non ha disdegnato l’argomento, traendolo a sua volta dalla pagina scritta oppure reinventandolo a secondo delle diverse esigenze. Fatto sta che l’incursione di Woody Allen a Parigi con una coppia di turisti in viaggio di piacere e di lavoro, se è vero che il personaggio principale è uno sceneggiatore in cerca di spunti per la stesura del suo primo romanzo, pur essendo in linea con il cine turismo del regista americano non è una novità sul piano cinematografico, per la presenza di un altro film omaggio come Tutti dicono i love you, ambientato quasi interamente nella capitale francese.



Trattandosi di Woody Allen c’era comunque la speranza di una boccata d’aria fresca, non fosse altro per l’effervescente fantasia a cui ci ha abituato il regista di Manhattan. Ed invece, partendo da uno spunto interessante, basato su quel misto di nostalgia e fascinazione per un tempo, la belle epoque, ed una generazione, quella cosidetta “perduta”, tanto irripetibili quanto agognate da chiunque associ la creazione artistica all’esistenza bohemiene, Midnight in Paris si risolve con una storia divisa in due parti, quella reale, al seguito della coppia e delle sue differenze temperamentali, e quella fantastica, vissuta dal novello romanziere che allo scoccare della mezzanotte si ritrova magicamente immerso nella ronda culturale che attraversò la Parigi a cavallo degli anni 20/30. E se la prima assume subito una funzione comprimaria, preparando personaggio e spettatore ad una meraviglia che nasce anche dallo scarto con la prosaicità della vita ordinaria, è la seconda a non reggere il confronto con le aspettative di chi guarda. 
Lo stupore di Gil (intrepretato da un Clive Owen in versione intellettuale), condiviso per i primi momenti, diventa successivamente un giochino prevedibile per la sfilata di personaggi/cameo, intepretati dall’attore di turno con performance mimetiche vicine alla maniera (si pensi al Dalì di Adrian Brody ma anche all’Hemingway di Corey Stoll ma si potrebbe continuare) il cui solo pregio è quello di ricordarci la prolificità di una stagione artistica irripetibile, ma che lascia l'amaro in bocca sul piano complessivo, per un allestimento che non va oltre l’aneddoto.

Se a questo si aggiunge anche la meccanicità con cui le due dimensioni di intersecano fra loro, risolta dal passaggio che Gil riceve di volta in volta dalla star di turno, si capisce come Midnight in Paris non sia in grado di sostenere la meraviglia dell’incipit. Un Allen al lumicino quindi, nonostante il ritorno a tempi più personali come quello dell’artista incompreso e frustrato, sempre alla ricerca di una dignità e di un accettazione di cui sente la mancanza, ma soprattutto della dicotomia tra la vita sognata e quella reale. Una versione che magari accontenterà il box office mai così generoso nei suoi confronti, ma che non mancherà di lasciare indifferenti, e questo sia detto senza commettere atti di lesa maestà nei confronti di un autore impareggiabile.




IL SISTEMA PIXAR: LA RECENSIONE DEL NUOVO LIBRO DI CHRISTIAN UVA

“Il sistema Pixar”

di: C.Uva
editore: Il Mulino 
pagg. 183, € 13

“Where is the monument
to the dreams we forget ?”
- Foo Fighters -


Quando R.Eugeni ne “La condizione postmediale” osserva che la proliferazione di mondi epici autoconclusi, totalizzanti e coerenti nonostante (e anzi proprio in ragione de) la loro proliferazione su piattaforme e canali differenti, rimanda a un carattere complessivo della condizione postmediale: il suo essere attraversata da grandi racconti trasversali, linee di forza che ne mettono in scena le dinamiche profonde e donano un senso alla altrimenti incontrollata e insensata proliferazione di pratiche e dispositivi, introduce un’argomentazione sensata come gravida di ripercussioni, nonché pone, velatamente, un interrogativo chiave circa il senso e il ruolo di quei soggetti in grado di mobilitare - di pari passo con gli avanzamenti tecnologici - energie materiali e patrimoni d’ingegno tali da sollecitare con costanza gli orientamenti di ciò che siamo soliti definire col termine d’immaginario collettivo.
Per ciò che gli consta e dal suo punto di vista “Il sistema Pixar”, scritto da Christian Uva per i tipi deIl Mulino, ragiona intorno alle possibilità e alle contraddizioni suscitate da quel quesito, ponendo al centro della sua disamina l’avventura creativa e produttiva della celebre fucina di Emeryville (Contea di Alameda, Ca). Nello specifico e in primis, la fiducia da lei riposta fin da subito (e alimentata con l’incessante introduzione di soluzioni innovative) nella Tecnica. Così l’animo, allo stesso tempo pionieristico e intriso di una nostalgia mai priva di memoria, in grado di indurre all’equilibrio, senza inibire salutari frizioni, topoi celebri della visione-americana-del-mondo, in una forma se non sempre coerente di per sé foriera di conseguenze secondo la celebre formula di Baudrillard (ripresa da Uva) per cui la coabitazione dei contrasti è il disegno classico dell’America. Un generalizzato atteggiamento lungimirante, si potrebbe dire, mirato a tenere insieme il vitalismo della spinta individualista e la ricerca dell’armonia nella dimensione di un nuovo patto collettivo come emblema stilizzato dell’eterna tensione del Grande Paese tra provincialismo e cosmopolitismo. Quindi ancora l’esplorazione di orizzonti altri in potenza utili allo scopo di rivitalizzare l’esausto mito della Frontiera (morto nel 1890, quando tutti gli angoli del paese dall’Atlantico al Pacifico sono stati scoperti, misurati e lottizzati - pag. 114 -), a mo’ tanto di spazi aperti proiettati verso il futuro, quanto di ripensamento ed eventuale riconfigurazione dei più vari percorsi esistenziali, e le prospettive di colonizzazione dell’immaginario di massa rese esperibili da un inedito assemblaggio tra indubbia inventiva, applicazione serrata sul versante tecnico tesa ad avvalersi di un rinnovato interesse per la manualità nei processi di realizzazione delle singole opere, ampliamento e/o adattamento dei materiali narrativi (ecco i grandi racconti trasversali ricordati da Eugeni) e oculatezza affaristica. E, parimenti, un qual desiderio, sia magicamente fanciullesco che profondamente fiducioso, di riscrivere - estendendolo, dal punto di vista estetico, migliorandolo, in altre parolepotenziandolo - il presente, a partire dalle istanze libertarie e anti-sistema maturate dalle istanze controculturali degli anni Sessanta del secolo scorso ma assecondando di concerto pulsioniconservatrici (fornendo a esse, a ben vedere e per certi versi, ulteriori giustificazioni ex post), come che sia in sostanziale continuità col modello capitalistico imperante, inclusi tutti gli addentellati relativi allo sfruttamento sulla più vasta scala d’ogni possibilità d’espansione e consolidamento di posizioni di mercato divenute poi, con gli anni, effettivamente dominanti…



Smilzo ma tonico volumetto, l’opera di Uva, suddivisa in tre grandi capitoli, organizza il proprio discorso giungendo a comporre - attraverso la rielaborazione di scampoli di storia a stelle-e-strisce (una mai sopita attrazione per l’idillio rappresentata dall’apparente perfezione nell’ordine deil eggendari anni ’50; l’intervallo di rottura dispiegatosi all’indomani dell’avvento delle controverse trasformazioni politiche e sociali dei decenni successivi e rivelatosi, a conti fatti, come il fratello maggiore di quell’ideologia californiana amalgama in superficie poco ortodossa tra l’anarchismogentile dell’area di San Francisco e la pertinacia imprenditoriale diffusa: alla luce dei fatti ibrido di rara concretezza che avrebbe ispirato i successi delle nuove aziende ad alto tasso d’innovazione della a venire Silicon Valley; la decisa adesione a un’idea di futuro possibile, resa tale tanto dalle conquiste culturali e di contenuto simbolico delle epoche precedenti, quanto dalle teoricamente infinite opportunità prefigurate dalla rincorsa tecnologica); valutazioni e riferimenti intertestuali circostanziati circa il dialogo continuo tra i predetti elementi e aspetti ricorrenti della mentalità e del rapporto-con-le-cose quasi per antonomasia riconducibili all’esprit americano (l’approccio pragmatico all’esistente, riassumibile nel proverbiale non pensare di farlo: fallo !; un idealismo allo stesso tempo candido e scaltro; la preminenza di uno sguardo ottimistico come strumento di conoscenza e maieutica allargata per duellare alla pari con le avversità, et.); osservazioni atte a convalidare la tesi relativa a un lucido progetto culturale - il sistema del titolo - incentrato su linee guida tecniche, industriali, commerciali, di svago maturo (“Facciamo mitologia ad alta tecnologia, ma sempre di mitologia si tratta”, osserva B.Bird, regista de Gli Incredibili - pag. 132 -) a fronte d’una smagliante e accuratissima forma infantile capace di dire la propria riguardo i volti assunti, in questo primo scorcio di nuovo millennio, dall’identità di una nazione ancora adolescente e, per estensione, dal rapporto che tale progetto implica con l’innumerevole moltitudine di coloro che Eugeni definisceprosumers (ovvero soggetti non solo passivi dell’accesso ai contenuti della comunicazione, dell’informazione e dell’intrattenimento) - giungendo a comporre, si diceva, un’ipotesi d’ermeneutica di buona parte dell’immaginario contemporaneo, guida minima ma essenziale per orientarsi - cominciando appunto dall’esempio fornito da uno dei suoi esponenti più brillanti - all’interno di quella massa per definizione cangiante identificabile nella corrente circolare e inesausta d’immagini che accompagna il nostro quotidiano, tale oramai da avviluppare l’intero pianeta influenzandone non marginalmente le logiche primarie, tanto da fornire cittadinanza stabile (e per molti aspetti ingombrante) all’assunto debordiano in base al quale lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine - pag 89 - Ambiguità, questa (o forse, chissà, portato inevitabile di certe premesse su cui poggia la sedicente modernità) che, insieme ad altre, Uva non trascura (dall’accorto inserimento in molte pellicole di situazioni tali da evocare una diretta corrispondenza tra soggetto raffigurato e retroterra merceologico a/da esso ispirato, in un circuito di auto-rappresentazione che, tra suggestione emotiva/soddisfazione tramite acquisto, oggi come oggi, ha raggiunto la tenuta stagna, visto il puntiglio con cui è stato perfezionato; alla predilezione per filoni narrativi potenzialmente in grado di coinvolgere settori vasti ed eterogenei di pubblico per etnia, interessi, censo, et.), a testimonianza d’un’attitudine indagatrice sollecitata in egual misura dal lavorìo sotterraneo dei meccanismi (latamente storici, economici, sociali e culturali), come dall’evidenza vistosa del fenomeno (spettacolare, votato ai grandi numeri, indirizzato alla spontaneità dell’immedesimazione e del riconoscimento).


Discorso a parte merita poi, in un contesto nel complesso consequenziale e accurato - sebbene non esente da talune pesanti leggerezze (queste, di certo, sottoprodotto tossico dei tempi, tipo una punteggiatura qua e là discutibile; la presenza di anglismi oltre l’ambito tecnico d’elezione: una qual indulgenza concessa al mai troppo vituperato posizionare/-ato, solo per citare le più evidenti) - l’epifania alterna ma sempre coinvolgente in foggia di ricorsivo saggio-nel-saggio (formula in parte reiterata per CarsWall.e e Gli Incredibili), di Toy Story, lungometraggio Pixar d’esordio (1995), sorta d’epitome interna d’un intero mondo e pietra angolare attraverso cui leggere in filigrana le tracce d’una trama costante e più grande, i molteplici riferimenti ideali e culturali, le riflessioni su tempo, luogo e identità, il retrogusto malinconico, lo slancio umano-troppo-umano di edificare o ritrovarecasa, le sforzo di composizione delle ambivalenze politiche, l’accortezza dedicata ai temi e ai toni con un occhio al rigore stilistico-espressivo e l’altro alla chiarezza e alle opportunità remunerative: ogni cosa a fluire, a confliggere, a rimescolarsi nella variegata comunità di tecnici e artisti non solo californiani operanti nel colosso di Lasseter, Catmull, Ray Smith e soci. E ciò in virtù di sistematiche quanto impercettibili suture operate da Uva per tenere assieme i piani analitico e sentimentale, di preferenza dove entrambi si combinano più alla ricapitolazione storica degli eventi salienti che hanno giocato un ruolo decisivo nell’ascesa e nell’imporsi di quella che - se la Marvel è nota anche come casa delle idee - può a buon diritto vedersi attribuire l’esergo di casa delle meraviglie, di quanto non s’allineano all’analisi puramente scientifica, accorgimento che in tali frangenti dona allo scritto quasi le sfumature del romanzo di formazione e il senso favolistico della scoperta di un altrove che si rivela mano mano che le sue peculiarità finiscono sotto la lente d’ingrandimento dell’osservatore e a contatto diretto con la sua sensibilità.



Non resta, quindi, che assecondare idealmente il tragitto immaginativo della Pixar e, in sedicesimo, la scommessa testimoniale dell’autore, non foss’altro per orientarsi meglio nel cuore di questa nostra transizione, estenuazione con mezzi più potenti della mobilitazione totale indicata da Jünger e coincidente, come sottolinea A.Tagliapietra nel suo “Icone della fine”, con l’aspettativa di una qualche innovazione tecnica in continuità con quelle esistenti, guado che produce rappresentazioni del futuro che vanno tutte a confluire nei desideri, apparentemente a buon mercato, della tecnica, dove ogni innovazione è un rimedio che annuncia e attende un altro rimedio… e la trasformazione stessa della società… appare, per altro, sostanzialmente immodificabile nelle sue linee strutturali, nei suoi valori acquisiti e stabilizzati, per cui,immaginare il futuro diventa improvvisamente un esercizio noioso, futile e banale. Esattamente quello che, come visto e fatte le debite proporzioni, tanto “Il sistema Pixar” che i funamboli dell’animazione digitale in carne e ossa sembrano voler scongiurare.
TFK