sabato 7 gennaio 2017

DEADPOOL

venerdì 6 gennaio 2017

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: THE WITCH

The Witch
diretto da Robert Eggers
con Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson
Canada, 2015
genere, horror
durata, 90'




Due film uniti dal medesimo destino. Il primo, “It follows”, arrivato nelle sale a più di un anno di distanza dalla distribuzione internazionale e sulla scia del passaparola promosso dalle visioni clandestine di chi ha avuto modo di vederlo nella rete. Il secondo, “The Witch”, distribuito a ferragosto con pari ritardo rispetto al successo ottenuto al Sundance Film Festival dove nel 2015 il lungometraggio di Robert Eggers ha raccolto molti consensi. Una miopia, quella dei nostri esercenti, che al di là delle solite ragioni trova una qualche spiegazione nelle caratteristiche di un offerta talmente diversa dalla media da scatenare la diffidenza di chi è abituato a un cinema commercialmente omologato. Perché sia “It Follows”, di cui abbiamo già detto, che “The Witch”, del quale ci apprestiamo a parlare, pur mantenendo inalterate le ragioni del loro essere e cioè quelle di spaventare lo spettatore, hanno dalla loro un imprinting di forme e contenuti che li distingue dalla media dei prodotti appartenenti alla stessa categoria. Siamo infatti di fronte - e qui entriamo nel merito del lavoro di Eggers – a un tipo di cinema più maturo che nell’esercizio dei codici di genere trova il modo di allargare il discorso a una visione dell’esistenza svincolata dalle istanze narrative che regolano il divenire dell’intreccio.

Per raggiungere lo scopo il regista parte però da premesse che vanno in senso opposto a quanto appena detto poichè invece di collocare la vicenda in un tempo indefinito, o perlomeno poco caratterizzato dal punto di vista iconografico e dell’immaginario, con “The Witch” veniamo catapultati all’interno della cornice storica in cui a partire dalla metà del seicento la nascita della nazione americana dovette pagare dazio a una voglia di uniformità e di disciplinamento che nelle accezioni più estreme raggiunse forme di intolleranza come quelle che portarono al cosiddetto periodo della caccia alle streghe durante il quale la ricerca del capro espiatorio trovò nel mancato rispetto all'ortodossia religiosa il motivo su cui sfogare il rovescio di un regime repressivo e delatorio.

Vincolato da precise coordinate storico culturali Eggers non si fa intrappolare dai pericoli di una messinscena illustrativa ma riesce a fare della precisione del dettaglio fisiognomico – evidente nella scelta di volti che sembrano prelevati dalla ritrattistica del periodo –   visuale – ispirato da una sensibilità che sembra rifarsi alla lezione dei grandi della pittura fiamminga – così come della ricerca filologica necessaria a raggiungere una verosimiglianza di dialoghi e pratiche quotidiane gli strumenti attraverso cui manifestare gli effetti della paura suscitata dal pericolo proveniente dalla foresta che circonda la casa dei protagonisti. In questo modo più che la presenza della malefica creatura (pressoché sottratta agli occhi del pubblico) a provocare disagio sono le conseguenze della sua evocazione, rintracciabili nell’incombente oscurità degli ambienti fotografati a lume di candela e nell’immota consistenza del paesaggio silvano; oppure nei volti stranulati dei genitori di Thomasin, la giovane protagonista che ad un certo punto dovrà difendersi dalle accuse di stregoneria rivoltigli dal suo stesso padre. Insomma un quadro generale che in apparenza non si discosta nel suo svolgimento dagli altri film incentrati sullo stesso argomento se non fosse che il gioco al massacro tra genitori e figli e il cambio di ruolo tra vittime e carnefici diventa ben presto la metafora di una nazione in guerra con se stessa e, ad un livello d’astrazione ancora superiore, la raffigurazione del retaggio ancestrale che impedisce agli esseri umani di godere appieno della propria libertà. Come dimostra l’assunto di “The Witch” che fa coincidere il sorgere del male nel momento in cui Thomasin e la sua famiglia vengono allontanati dalla comunità per metterli in grado di praticare culto religioso secondo le regole dettate dalla propria coscienza. Ed è proprio questo modo di essere allo stesso modo un prodotto di intrattenimento e un’opera d'arte a fare del lungometraggio di Eggers un evento che gli appassionati della settima arte non possono lasciarsi sfuggire.

LA FESTA PRIMA DELLE FESTE

La  festa prima delle feste
di Josh Gordon, Will Speck
con Jennifer Aniston, Jason Bateman, Olivia Munn, TJ Miller
USA, 2016
genere, commedia
durata, 


Se è vero che tutto il mondo è paese non stupisce di ritrovarsi alla vigilia delle feste natalizie in compagni di un titolo come “La festa prima delle feste” diretto dalla coppia di registi Josh Gordon e Will Speck, che, sulla falsa riga di quanto accade nei  nostri cine panettoni mettono in fila una serie di volti noti e meno noti per orchestrare la solita sarabanda di avventure al limite del reale. Il pretesto per mettere tutti sotto l’albero è il taglio di personale paventato da Carol (una glaciale Jennifer Aniston), spietata taglia teste incaricata di sopperire alla crisi della società informatica del fratello con una drastica riduzione dei posti di lavoro e, per contro, la decisione di Clay di trasformare il party natalizio nell’occasione propizia per convincere un cliente miliardario a siglare il contratto capace di evitare i licenziamento dei suoi impiegati.

Organizzato come fosse un'unica storia “La festa prima delle feste” è strutturato mettendo insieme senza soluzione di continuità diverse micro trame incentrate su alcuni degli eccentrici partecipanti. In questa maniera, accanto al filone principale, monopolizzato dalle vicissitudini dei vari Jason Bateman, T.J Miller e, da un certo momento in avanti, di Jennifer Aniston e Olivia Munn, impegnati – attraverso i propri ruoli - a riprendere le fila di una vicenda andata fuori controllo, si fa strada e prende largo un valzer delle coppie inserito nella contesa con una comicità che se nel linguaggio sboccato e nella continua trasgressione vorrebbe fare il verso ai migliori epigoni del seminale “Animal House” (1978), di fatto non ne possiede tanto l’energia dissacratorio dei testi, quanto il colpo d’occhio necessario a trasfigurare vizi e lazzi del nostro tempo: a meno che non si considerino come tali l’attitudine manageriale di Clay, troppo farsesca e ludica per essere il prototipo di chi nella realtà è parte in causa dei dissesti dell’economia mondiale e, sul piano della critica di costume, l’esuberanza sessuale che vivacizza la festa, troppo goliardica e così poco incisiva per trasfigurare le disfunzioni causate dall’intransigenza della morale vittoriana. Ciò detto nel film non tutto è da buttare considerando che grazie al mestiere dei registi provenienti dalla televisione e dalla pubblicità “La festa prima delle feste” mantiene per l’intera durata della visione un ritmo e una fluidità d’immagini al di sopra della media. 
(pubblicata su TaxiDrivers.it

giovedì 5 gennaio 2017

STEVE JOBS

Steve Jobs
di Danny Boyle
con Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen
Usa, 2015
genere, drammatico, biografico
durata, 133'



Quando, a margine della scorsa edizione della Festa di Roma, avevamo avuto l'opportunità di incontrare Alex Gibney ("Armstrong Lie", "Going Clear - Scientology e la prigione della fede") che del nuovo documentario è uno dei massimi esponenti, non c'era parso vero di approfondire con lui il rapporto tra cinema e realtà e di chiedergli, in particolare, un parere sul fatto che proprio il suo lavoro e quello della collega Laura Poitras ("Citizenfour"), grazie alla forza drammaturgica e alle innovazioni ontologiche presenti nei loro lungometraggi, avessero aperto in maniera ufficiale la crisi di un genere, il biopic, che, paradossalmente, proprio in quel momento circolava con massima diffusione e popolarità grazie a film come "La teoria del tutto" e "The Imitation Game" che, a nostro parere, denunciavano i propri limiti nella struttura stessa della loro messa in scena, accurata quanto si vuole ma proprio per questo incapace di centrare la personalità dei loro personaggi.

Al di là delle considerazioni emerse nel corso della chiaccherata, espresse con la cautela che di solito accompagna il giudizio sul lavoro altrui, appariva chiara la curiosità di Gibney nei confronti di "Steve Jobs", il nuovo film del regista di " Trainspotting" e di "The Millionaire" che, come il suo, avrebbe portato sullo schermo la vita e le opere di uno degli uomini più importanti del nostro secolo. Oggi, avendo usufruito della possibilità di valutare il film di Danny Boyle dopo aver apprezzato quello del regista americano, ancora inedito nelle nostre sale e significativamente intitolato "Steve Jobs: the Man in the Machine", siamo pronti a sostituire i diretti interessati nel tentare di rispondere alla questione a cui abbiamo appena accennato, e cioè di capire attraverso l'analisi del film di Boyle, se la forma del biopic , così come viene intesa nel mainstream contemporaneo, disponga ancora degli strumenti necessari a raccontare i talenti e le contraddizioni degli uomini che hanno fatto la storia.


La risposta (affermativa), ricavata dall'analisi di "Steve Jobs", non può prescindere dalla constatazione della qualità assoluta delle singole componenti, di molto superiore a quelle messe in campo in questo tipo di operazioni. A parte Boyle, qui si poteva contare sulla solidità degli interpreti chiamati a recitare le parti di primo piano, e in special misura, sull'apporto in sede di sceneggiatura di quell'Aaron Sorkin, titolare di alcune degli script più sorprendenti degli ultimi tempi. Non è dunque una coincidenza che anche in quest'occasione sia proprio la scrittura a fare la differenza in ragione di un copione che trasforma i dialoghi nello spazio in cui tutto si compie, e che affida alle parole il compito di restituire il mondo dei personaggi, di fatto - come già capitava in "Codice d'onore" e ne "L'arte di vincere" dove la guerra e ilbaseball rimangono sempre fuori campo - sottratto ai luoghi della loro normale rappresentazione. Come qui succede, nel momento in cui il curriculum vitae del protagonista s'inserisce all'interno di una cornice che, nei tre atti in cui il film si divide, riesce a isolare altrettante cesure esistenziali - ognuna delle quali scandite da una tappa fondamentale nell'ascesa professionale di Jobs - dove le cose (i computer dellaApple nelle loro diverse evoluzioni), i fatti e le persone appaiono, nella sostanziale mancanza di riferimenti con cui vengono introdotti allo spettatore, come il riflesso del conflitto interiore del protagonista, letteralmente scisso tra la visionarietà del genio e la miopia di un uomo isolato e irrisolto.


Boyle, da par suo, ha l'intelligenza di mettersi al servizio del testo, costruendo un impianto visivo che, alla maniera dell'Inarritu di "Birdman", astrae il personaggio dagli imperativi della propria immagine e dal contesto ambientale che l'ha formata per collocarlo in una zona neutra, fatta di non luoghi (le stanze, i corridoi e le hall degli alberghi in cui Jobs presenta alla comunità i suoi gioielli ) e di movimento ipercinetico - quello di Jobs che si sposta da un'habitat all'altro - che sembrano individuare i percorsi mentali del suo pensiero. Un sentore che diventa conferma con la scelta di mostrarci il protagonista nel backstage del cerimoniale e mai sul palco, a suggerire che quello che stiamo guardando è ciò che sta dietro al personaggio e dentro la sua mente. Così come di fornire a Michael Fassbender, ancora una volta (dopo "Macbeth") alle prese con un ruolo titanico e insieme teatrale ("sono come Giulio Cesare circondato dai nemici" farà dire al suo personaggio) ed a Kate Winslet, chiamata a impersonare il braccio destro del capo, Johanna Hoffman, gli strumenti per inserirsi nello spazio che separa il corpo divistico, proprio delle star mediatiche, da quello sociale, di cui invece si nutre il film di Gibney attraverso il materiale d'archivio che permette a Jobs di resuscitare dall'oblio. 


Detto che, in sede di assegnazione degli Oscar ognuno di questi meriterebbe di monopolizzare l'attenzione dei votanti, quello che a noi interessa è l'anomalia di un film che aderendo alle incertezze della materia narrata ha il coraggio di mettere in scena i propri limiti che sono quelli di un genere costretto a confrontarsi con gli abissi dello spirito. Sarà forse per questa ragione che tra le tante cine biografie le sole che ci rimangono in mente sono quelle che si perdono all'interno dei loro personaggi finendo per raccontarne l'inafferrabilità. Era capitato così con il Mark Zuckerberg di "The Social Network" (anch'esso scritto da Aaron Sorkin) capita così con lo Steve Jobs firmato da un Danny Boyle, il quale dopo un lungo periodo d'involuzione si attesta su livelli di eccellenza mai raggiunti prima d'ora, realizzando la sua opera più matura.
(pubblicato su ondacinema.it)

martedì 3 gennaio 2017

PASSENGERS

Passengers
di Morten Tyldum
con Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Andy Garcia, Lawrence Fishburne
USA, 2016
genere, fantascienza, avventura, sentimentale
durata, 116'



Fatto salvo il rispetto per quella parte di pubblico verso il quale è opportuno mantenere intatto il fattore sorpresa offerto dai film di cui andremo a parlare sembra corretto far notare che il cartellone del Natale cinematografico 2016  si segnala per la presenza di un cinema americano la cui tendenza a riciclarsi attraverso formule ed etichette (parliamo dei famigerati remake come pure delle affiliazioni rappresentate dai vari prequel, sequel e spin-off) è bilanciata  da una visione del mondo più matura  in ragione di storie disposte a bilanciare le esigenze di spettacolo con una maggiore considerazione per i principi cardine dell'esistenza umana. La  conseguenza più vistosa, o meglio, quella con la quale per prima si deve confrontare l'emotività dello spettatore è un tipo di narrazione collocata all'interno di un orizzonte in cui il senso della fine trova compiutezza nella restituita mortalità dell'eroe di turno, come sempre all'altezza del suo ruolo e quindi in grado di determinare le sorti del mondo ma non più così sicuro di sopravvivere all'impresa. I riferimenti  portano dritti all'ultimo episodio di Guerre stellari ("Rogue One: A Ghost Story") e, per quello che qui ci riguarda, al fantascientifico "Passengers" diretto dal norvegese Morten Tyldum, promosso sul campo per i meriti conquistati con la direzione di "Imitation Game" e assoldato per mandare in porto uno dei blockbuster più attesi dell'ultimo scorcio di stagione.


Forte del preambolo che abbiamo appena menzionato la sceneggiatura del film, scritta dallo specialista Jon Spaihts (sua la firma degli script di "Doctor Strange" e del prossimo remake de "La mummia" interpretato da Tom Cruise) si muove su una trama a doppio binario: da una parte infatti abbiamo situazioni ed elementi tipici del genere fantascientifico che vanno dalla proiezione futuristica della storia, ambientata in un tempo non meglio precisato ma comunque ancora soltanto ipotizzabile, alla caratterizzazione dell'elemento paesaggistico dominato dalla desolata infinità delle lande spaziali e dallo spirito d'avventura che porta con sé l'esplorazione dello spazio infinito, fino alle meraviglie scientifiche e tecnologiche messe a disposizione dei viandanti, tra le quali, in ordine di importanza citiamo l'astronave Avalon, vettore crociera equipaggiato per soddisfare il far bisogno ricreativo dei suoi passeggeri e il sonno criogenico in grado di sospendere l'invecchiamento fisiologico causato dalla durata del viaggio interstellare (120 anni) necessario a raggiungere la colonia di Homestead. Dall'altra, la serie di indizi - a cominciare dall'escamotage della convivenza forzata tra personaggi di segno opposto - che costituiscono la variante alla struttura di genere, quelli che mettendo in scena per buona parte del film la liaison tra il meccanico Jim Preston (Chris Pratt) e la giornalista Aurora Lane (Jennifer Lawrence), costretti a fare i conti con il guasto che li ha fatti risvegliare con 80 anni d'anticipo rispetto alla data stabilita, spostano l'ago della bilancia dalle parti di certo cinema sentimentale la cui tenzone amorosa viene alimentata -  ed è questo lo schema che tiene insieme i due filoni - dalle problematiche contingenti alla complessità del viaggio.


Cosparso qua e la di concetti meta letterari ("Credo che ci raccontiamo storie per non sentirci soli, per avere un contatto" e ancora "per scrivere storie straordinarie devi vivere una vita avventurosa") ed elaborato in modo da ribaltare il significato di alcuni dei luoghi tipici dei film di fantascienza,  quali ad esempio la passeggiata spaziale di Jim e Aurora qui destinata a perdere il carico di claustrofobia e drammaticità sperimentato in un film come "Gravity" per diventare la dichiarazione d'amore di un uomo alla sua innamorata, oppure nel senso di ospitalità della Avalon, love boat interstellare illuminata a festa e lontana anni luce dagli anfratti minacciosi e tetri della Nostromo scottiana memoria, "Passengers" fallisce proprio dove meno ci si aspetterebbe; ovvero quando, nel tentativo dei protagonisti di salvare la nave dall'imminente naufragio, si tratta di fare largo alla fantasia e all'avventura. A quel punto è il film e non il vettore a perdere il controllo, accelerando le procedure di salvataggio con trovate risibili (su tutte quella che prevede la resurrezione di una delle parti in causa)  che mettono in crisi il connubio tra azione e sentimento e, più in generale, con tirate e accorgimenti troppo sbrigativi per risultare efficaci dal punto di vista drammaturgico. Paragonando le premesse iniziali all'esito finale si potrebbe dire, e  non ha torto, che la montagna ha partorito un topolino. Peccato per gli attori, ivi compreso per Michael Sheen, che nel ruolo del barman androide si guadagna un posto tra i personaggi più simpatici e originali della stagione cinematografica.

(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì 2 gennaio 2017

FA' LA COSA GIUSTA

Fa' la cosa giusta
di Spike Lee
con Danny Aiello, Spike Lee, John Turturro, Samuel Lee Jakson
USA, 1989
genere, drammatico
durata, 114'


Non c'è bisogno di consultare i manuali di storia né di essere un esperto della settima arte per capire le ragioni che hanno reso "Fa' la cosa giusta" una delle pellicole più importanti della sua epoca e, più in generale, dell'intera storia del cinema. La fama del film è infatti la risultante di più fattori che in parte hanno a che fare con le qualità registiche del suo autore e in parte dipendono dalle condizioni storiche e produttive in cui si colloca la lavorazione del lungometraggio. Ripercorrendo le tappe che portano al festival di Cannes del 1989 dove "Do the Right Thing", inserito nel concorso ufficiale, viene presentato in anteprima mondiale, appare chiaro come l'opera di Lee sia il punto di convergenza di un'onda lunga (iniziata a metà degli anni settanta) scaturita dal progressivo affermarsi della musica rap, la cui massima popolarità coincide con la pubblicazione dello storico album dei Run DMC, "Raising Hell", punta dell'iceberg di una tipologia musicale destinata a dominare le classifiche commerciali grazie a testi di forte impatto politico e sociale capaci di definire l'immaginario di quella cultura hip hop inizialmente chiamata a codificare il linguaggio di strada e lo stile di vita vigenti nei sobborghi delle comunità afro-americane e, successivamente, portato a espandersi oltre confine, raggiungendo riconoscibilità e identificazione planetaria. Non disgiunto - ma, anzi, in tutto e per tutto collegato a queste manifestazioni - si associa il crescente bisogno di rappresentare dall'interno quell'America nera che la cultura dominante continuava a ignorare nonostante le richieste e i fermenti da essa provenienti: prova ne è il successo della sit-com televisiva "I Robinson" e di un attore quale Eddie Murphy, beniamino del pubblico grazie al poliziotto di Beverly Hills, testimonianza, al tempo, dell'esistenza di un pubblico afroamericano e della relativa assenza di progettualità del sistema hollywoodiano che, di fatto, esclude dai mezzi di produzione i registi appartenenti a questa minoranza. Un vuoto che il cinema di Lee riesce a colmare in virtù della forza contrattuale ottenuta con gli incassi di "Lola Darling" (1986), film d'esordio premiato al box-office con 7 milioni di dollari a fronte di un investimento di 175 mila. La storia della giovane artista di colore e dei suoi tre spasimanti rappresentò in questo senso una novità assoluta, perché per la prima volta sullo schermo si dava spazio a personaggi che rispecchiavano nel profondo e senza alcuna reticenza o edulcorazione i prototipi forniti dal mondo reale e, in particolare, dall'universo afro-americano all'interno del quale la vicenda nasceva e si sviluppava.


Da questo punto di vista, per la carriera di Lee, "Fa' la cosa giusta" costituiva una doppia scommessa poichè, da un lato, doveva consolidare attraverso la collaborazione con una major come la Universal le caratteristiche di un cinema che non si limitava a vivere solo durante la proiezione ma che prima e dopo aveva il compito di promuovere (mediante la 40 Acres and a Mule Filmworks, casa di produzione e factory creata dallo stesso Lee) il talento di attori e maestranze suoi fratelli (anche se tra le miriade di scoperte del regista americano una delle più eclatanti è di certo quella dell'italiano John Turturro, impiegato via via nei ruoli più disparati); dall'altro si metteva in gioco dal punto di vista della stretta militanza entrando nel pieno della questione razziale attraverso personaggi e contenuti che, facendo proprio il modello di lotta ipotizzato dal nazionalismo nero, si confrontavano con il razzismo imperante nella società americana e, in particolare, con quello della città di New York, governata dal sindaco Ed Koch, in cui non esisteva giorno senza che una persona di colore non rimanesse vittima delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati tanto dalla popolazione bianca quanto dalla polizia la quale, sempre più spesso, si macchiava di abusi e maltrattamenti debitamente coperti dalle istituzioni locali.


In questo clima esasperato e colmo di tensione, la sceneggiatura di "Fa' la cosa giusta" prende corpo in solo dodici giorni attraverso una mescolanza di fatti reali e immaginari che confluiscono nella messinscena della sanguinosa rivolta da parte degli abitanti di un sobborgo di Brooklyn a maggioranza nera. A causarla è l'uccisione di un ragazzo di colore da parte delle forze dell'ordine intervenute per sedare la rissa scoppiata all'interno della pizzeria di Sal e dei suoi due figli - italo-americani - pronti a reagire al tentativo di chi, accusandoli di essere razzisti, vorrebbe impedirgli di continuare a esercitare la propria attività. La particolarità del testo scritto dallo stesso Lee non risiede tanto nell'intreccio narrativo, di per sé lineare nella consequenzialità imposta dall'unità di spazio e di luogo (ricordiamo che la storia, ambientata a Bed-Stuy, il quartiere nero più conosciuto di Brooklyn abbraccia un arco temporale di 24 h), quanto nel modo con cui l'autore mette insieme i diversi elementi del problema, inerenti non solo la dialettica dello scontro tra diverse culture e i tentativi di prevaricazione dell'una rispetto all'altra, ma relativi anche alle contraddizioni legate alla mancata coesione della comunità nera (tema principale di "Aule turbolente" del 1988), divisa al suo interno dall'egoismo dei singoli, quindi sostanzialmente priva di una coscienza che le permetta di unire gli sforzi nel perseguimento della propria autodeterminazione. Un aspetto, quest'ultimo, che Lee, da sempre critico nei confronti della propria compagine, non manca di far rilevare attraverso il personaggio di Mookie - da lui stesso interpretato - il quale, al di là di qualche slancio estemporaneo, viene ritratto nel suo esclusivo interesse per il denaro, elevato a valore massimo anche quando si tratta di scegliere tra questo e la propria prole, abbandonata ad una madre a sua volta presa in considerazione solo quando si tratta di soddisfare i propri appetiti sessuali. Sottolineatura altrettanto evidente in virtù di taluni particolari, apparentemente irrilevanti e persino divertenti, però capaci di definire sotto il profilo sociologico l'ambiente che fa da sfondo agli avvenimenti. Ci riferiamo, per esempio, alla mancanza di valori delle generazioni più giovani e alla distanza morale che le separa da quelle di genitori a stento sopportati, come capita al Sindaco, soprannome assegnato al beone vecchio e saggio che passa le giornate trascinandosi lungo la strada del quartiere. Come pure alla madre di Tina, (Rosie Perez, altra rivelazione targata Lee), la ragazza di Mookie, biasimata dalla figlia per futili motivi, per arrivare al feticismo delle merci, vero e proprio fardello destinato a ostacolare l'auspicato processo di emancipazione. Il tema viene affrontato da Lee in chiave tragicomica con due sequenze collegate al brand sportivo delle scarpe firmate da Michael Jordan, oggetto di un culto destinato a riversarsi in senso negativo nella spropositata reazione del capannello che - nel primo inserto - si raduna attorno al personaggio interpretato da John Savage, reo di aver accidentalmente calpestato la celebre calzatura e perciò meritevole di essere punito. Parossismo confermato qualche scena dopo dal primo piano delle scarpe e dello spazzolino che cerca in maniera ossessiva di ripulirle dall'oltraggio subito. E sempre nella prospettiva di allargare il discorso alla complessità del quotidiano, vale la pena notare come la scelta di utilizzare nella prima delle sequenze incriminate un personaggio di razza caucasica torni comoda al regista per segnalare il progressivo spopolamento dell'area urbana da parte delle persone meno abbienti, costrette a lasciare il posto a quelle di estrazione cattolica, anglosassone e borghese, che Lee non perde occasione di fustigare attraverso la maglietta indossata da Savage recante il cognome del cestista (Larry) Bird, già dileggiato nel corso di "Lola Darling" e qui preso di mira come icona della parte più istituzionale del paese, quella a cui si contrappone la retorica presente all'interno del film.


A fare la differenza e nello stesso tempo a risultare peculiari in "Fa' la cosa giusta" sono però due cose: la prima, a cui avevamo accennato in apertura, è l'esistenza di un punto di vista anomalo, per il fatto che almeno a livello di grande produzione non era mai accaduto che un regista afro-americano potesse esprimersi a proposito della propria gente con i mezzi e la libertà di cui invece Lee disponeva. Oltre a ciò, il fatto che questa volta l'autore mette il dito nella piaga poichè, rispetto ai precedenti lungometraggi, collocati in un contesto yuppie che in qualche modo preservava i personaggi dagli aspetti più crudi della realtà, "Fa' la cosa giusta" si sporca le mani immergendosi nelle viscere delle comunità nere proletarie e operaie e in quella cultura di strada di cui sono espressione i ritmi creati, ad esempio, dai Public Enemy (le parole pronunciate nell'hit "Fight the Power" esprimono come meglio non si potrebbe il canto di rivolta scaturito dall'incontenibile sofferenza di chi è obbligato a subire le storture del potere). Un'ulteriore connotazione è invece di carattere strettamente cinematografico e riguarda il modo con cui Lee riesce a tradurre sullo schermo la carica sovversiva della sua sceneggiatura. Per farlo, mette a punto una commistione di immagini (tendenti a una espressività che si incarica di fare arrivare il messaggio anche a costo di risultare eccessiva e teatrale), suoni (nei primi lavori, la musica è presente in ogni fotogramma e detta i ritmi della narrazione) e parole (utilizzate come colpi di pistola indirizzati verso lo spettatore) che è in grado di riprodurre il coacervo di sentimenti e rivendicazioni accumulatisi in anni di difficile convivenza.



Detto degli espedienti che consentono al regista di mettersi al riparo da eventuali problemi di coerenza narrativa dovuti alla trattazione di una materia di per sé instabile (tra i quali, oltre, come detto, all'unità di tempo e di luogo scelte per lo svolgimento della storia, vale la pena di citare - anche per importanza drammaturgica - il personaggio di Radio Raheem/Bill Nunn, il cui vagabondaggio con lo stereo perennemente sintonizzato sulla canzone dei Public Enemy ribadisce il tipo di emotività che sottende alla storia, e quello di Mookie - a cui Lee si presta per portare al film la notorietà derivatagli dallo successo dello spot girato insieme a Michael Jordan - il quale, consegnando le pizze per conto di Sal - uno straordinario Danny Aiello che si guadagna meritatamente una nomination all'Oscar nella categoria riservata agli attori non protagonisti - ci permette di entrare in contatto con la varia umanità che popola il rione), a sorprendere in "Fa' la cosa giusta" è l'abilità con cui il regista riesce a non piegare l'opera all'ego debordante dei suoi personaggi, tutti, chi più chi meno, dominati da atteggiamenti oltremodo conflittuali. In questo senso, a fare da deterrente alla moltitudine di eccezionalità caratteriali presenti, entra in gioco, la sostanziale ambiguità dei comportamenti umani (con in testa, per l'importanza ricoperta nello scoppio dei disordini, i due poliziotti, dapprima complici degli abitanti del quartiere e poi addirittura carnefici), sempre smentiti da azioni di segno contrario, come capita al termine del confronto tra Sal e Buggin Out, nella sequenza che precede la tragedia. Il tutto, tenendo a mente l'asserzione del titolo che, a fronte dell'imperio del suo significato, finisce per assumere una sfumatura meno netta e quasi interrogativa circa quale sia davvero la migliore cosa da fare. Non è un caso, infatti, che il film si chiuda - un attimo prima dei titoli di coda - con le citazioni di Martin Luther King e di Malcon X (guida morale del regista che qualche anno dopo firmerà un biopic ad essa dedicato), i quali, rispetto alla questione del razzismo e della sua risoluzione offrono alla comunità afro-americana possibilità diametralmente opposte e però, similmente all'amore e all'odio di cui ad un certo punto parla Radio Raheem, destinate con esiti alterni a contendersi il palcoscenico nel teatro delle vicende umane. Dopo aver sfiorato la vittoria a Cannes - battuto sul filo di lana dall'esordiente Steven Soderbergh - "Fa' la cosa giusta" esce negli Stati Uniti scatenando accese polemiche: accusato di istigare alla violenza e di essere a sua volta razzista e omofobo, il film tiene banco per settimane nei giornali e nei media, incassando una cifra pari a circa 27 milioni di dollari che, rispetto ai circa 6 e mezzo investiti per la sua realizzazione, decreta la riuscita commerciale dell'operazione.
(pubblicata su ondacinema.it)

domenica 1 gennaio 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA



























"Gimme Danger" di Jim Jarmush (Usa, 2016)