venerdì 25 gennaio 2019

13 FESTA DEL CINEMA DI ROMA: SE LA STRADA POTESSE PARLARE


Se la strada potesse parlare
di Barry Jenkins
con KyKy Lane, Stephane James, Regina King, Dave Franco
USA, 2018
genere, drammatico
durata, 117'



Anche se uno non è americano e non frequenta l'industria hollywoodiana può comunque immaginare cosa voglia dire per un regista di quelle parti sbucare dal nulla e aggiudicarsi l'Oscar di miglior film dell'anno, tra le varie categorie forse la più prestigiosa, di certo la più ambita dai Mogul delle grandi case di produzione. Come in molti ricorderanno tale scenario si è concretizzato nel 2016 quando Barry Jenkins, si è visto consegnare la statuetta in questione al termine di una premiazione a dir poco rocambolesca in cui per un errore degli organizzatori il premio in un primo momento era andato al favoritissimo "La La Land". A parte l'aneddoto, certamente singolare, tutto questo è importante per non dimenticare la particolarità del contesto in cui nasce "Se le strade potessero parlare", come sempre capita in questi casi, chiamato a onorare il prestigioso riconoscimento con un'opera all'altezza del nuovo lignaggio e d'altro canto responsabile di riportare con i piedi a terra ma senza grossi traumi il sorprendente vincitore.

Per nulla intimidito Jenkins in un certo senso alza il tiro delle proprie ambizioni portando per la prima volta sul grande schermo un romanzo di James Baldwin, figura di riferimento della letteratura americana celebrata da Raoul Peck nel doc "I'm not Your Negro" e distintasi, a partire dagli anni settanta, per l'impegno speso nel denunciare i soprusi e l'intolleranza di cui furono oggetto i membri della comunità afro americana. A partire da questa scelta "Se le strada potesse parlare" si costruisce un'identità autonoma rispetto al lavoro precedente, pur presentando soluzioni formali abbastanza simili. Anche in questo caso infatti l'universalità della storia non è solo un fatto di contenuto: la predilezione per un numero limitato di figure umane presenti all'interno dell'inquadratura, la volontà di circoscrivere gli avvenimenti in una spazio fisico ristretto e le mancate aperture della mdp sul paesaggio circostante danno corso a una rappresentazione più ideale che reale dell'esistenza,. In tale direzione, va letta ad esempio la presenza di un personaggio archetipo qual è il poliziotto che incastra Fonny per un delitto mai commesso, manifestazione del male del tutto svincolata da riferimenti tangibili che non sia l'urgenza di rappresentare il mood di un'epoca di ingiustizie e persecuzioni.


Ma come si diceva qualche riga fa le peculiarità di "Se la strada potesse parlare" stanno altrove e per esempio nell'autoreferenzialità alla storia della comunità afro-americana delle cui sorti Tish e Fonny (protagonisti della vicenda insieme a Sharon e Joseph, genitori di lei,) giovani e innamorati costituiscono per la drammatica svolta della loro relazione il campione sul quale misurare la negazione di un riscatto che diventa metafora di quello negato al consesso a cui i due appartengono. Così, se in "Moonlight" la lotta per la "causa" e la militanza dei "fratelli" erano assenti mentre le iniquità del sistema e la segregazione sociale incrociavano i destini dei personaggi in maniera indiretta, più che altro nel degrado materiale e spirituale del paesaggio e degli uomini, alla stessa maniera la Harlem degli anni settanta nulla ha a che fare con la Miami dei nostri giorni così come il senso di famiglia e l'amore per l'arte che si respira nel quartiere nero dove vivono Tish e Fonny dista anni luce dal senso di alienazione e dalla cultura gangsta rap del ghetto in cui si barcamenano Kevin e Chiron. D'altronde, mentre questi ultimi sono figli dell'America proletaria e diseredata, Tish e Fanny insieme alle loro famiglie sono parte integrante di un universo proto borghese che nonostante tutto gli permette di coltivare (fino al momento della drammatica svolta) progetti e amore senza la rabbia e la violenza che invece faceva da sottofondo alle esistenze dei primi due.

Ed è forse questo punto più di altri a determinare la continuità poetica del cinema di Jenkins che pone al centro della questione il superamento delle barriere morali, fisiche, sociali che separano gli individui dal raggiungimento dell'amore e della felicità, qui sintetizzate dalle sbarre della cella dove Fonny aspetta il giorno in cui tornerà libero. Jenkins la rappresenta con una messinscena sofisticata e complessa che utilizza il tempo sia come elemento narrativo, nel tentativo di creare una drammaturgia del ricordi attraverso i continui scarti tra passato e presente, sia come flusso interiore, capace di dare conto delle emozioni dei personaggi visualizzandole nel ricorso a sistematiche dilatazioni temporali che hanno il compito di sottolineare stati d'animo e sentimenti. In questa dimensione tutta interna della storia vanno letti i contrasti di luce impiegati per dare conto del tormento e della precarietà affettiva dei due innamorati, frutto della fotografia di James Laxton, così come i colori caldi e materici utilizzati dal regista per esaltare le passione che attraversa il film. Ma non basta perché "Se le strada potesse parlare" è soprattutto un film di attori e di corpi, tutti bravi (ma con una menzione speciale per l'esordiente Kim Layne nella parte di Tish e della "madre" Regina King) e fotogenici a cui Jenkins si rivolge con una devozione forse eccessiva che lo porta a soffermarsi oltre il dovuto sulla bellezza dei volti e sulla levigatezza delle figure. Girato sul crinale che divide l'attenzione maniacale da un esteriorità che in qualche passaggio rischia di prendere il sopravvento sull'urgenza dei temi, "Se le strada potesse parlare" è meno riuscito del suo predecessore ma ancora più coraggioso per la fiducia che assegna al cinema di fare breccia nei cuori delle persone.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì 24 gennaio 2019

IO - SOLO SULLA TERRA


Io – Sola sulla terra
di Jonathan Helpert
con Margaret Qualley e Anthony Mackie
USA, 2019
Fantascienza, Distopico
durata, 96’


Immaginate una terra desolata, aspra di vita e arida di emozioni, governata da tempeste nocive per l’uomo e da città-fantasma ricoperte da rampicanti. Un futuro (forse neanche troppo lontano fra l’altro) dove il riscaldamento climatico e lo sfruttamento delle risorse da parte dell’uomo abbia preso una piega irreversibile da troppo tempo. Un mondo che mette l’umanità in quarantena come un virus da eliminare nel più breve tempo possibile.
Immaginate ora uno scienziato e sua figlia Sam, fra i pochi rimasti sulla terra a cercare di trovare un rimedio mentre tutto il genere umano migra in un’unica soluzione verso nuovi pianeti e verso nuove opportunità.

Questo è “Io – Sola sulla terra”, il nuovo film distopico della piattaforma Netflix diretto da Jonathan Helpert (regista 36enne Parigino per la seconda volta dietro una cinepresa di un lungometraggio).

La prima impressione che si ha visionando il film è quella di essere alle prese con una rivisitazione del film di animazione “WALL-E”: in questo caso non ci sono robot a scandagliare la terra in cerca di vita, ma soltanto l’intelletto e la perseveranza di una giovane scienziata innamorata del proprio lavoro e del suo pianeta da cui non riesce a separarsi.


La spedizione Exodus è lì che la aspetta da tempo: porterà lei e le sue convinzioni al sicuro su una delle lune di Giove chiamata “Io”, un pianeta gemello della terra dove il genere umano ha deciso di ricominciare da 0.
Fra Sam e la nuova colonia però si intromette Micah (Anthony Mackie, il supereroe “Falcon” della Marvel), uno sconosciuto che piomba – letteralmente – sull’area di ricerca della giovane scienziata e che finirà per condividere con lei i momenti finali della sua ricerca.

La pellicola è abbastanza piacevole, lenta al punto giusto ma sicuramente troppo scontata: si ha sempre l’impressione infatti di sapere con esattezza dove il film andrà a parare. E se la scena finale sembra aprire ad un qualche tipo di interpretazione, lasciando lo spettatore in bilico fra sogno e realtà, “Io – Sola sulla terra” nel complesso però non aggiunge nulla di nuovo a questo genere, rimanendo nel limbo dei tanti film distopici low-budget adatti (per gli amanti del genere) a passare una serata tranquilla e forse a nulla più.
Lorenzo Governatori


mercoledì 23 gennaio 2019

PIXAR. 30 ANNI DI ANIMAZIONE




Si è da poco conclusa, presso il Palazzo delle Esposizioni, a Roma, la mostra dedicata all’universo creativo della Pixar e alla celebrazione dei suoi 30 anni di animazione.

Grazie alla raccolta del materiale conservato da registi e creatori delle storie prodotte dalla Factory americana i curatori dell’edizione italiana Elyse Klaidman e Maria Grazia Mattei hanno realizzato una mostra molto interessante, non solo per gli appassionati.

La prima sezione che si incontra è quella dedicata ai cortometraggi, a testimonianza dello spirito innovatore e innovativo della Pixar. Essi rappresentano i primi passi mossi dalla casa di produzione nel vasto mondo del cinema e incarnano pienamente il puro stile dell’animazione, riuscendo a sintetizzare i concetti di “personaggio”, “storia” e “mondo” che, nel corso del tempo, si sono evoluti (grazie anche, e soprattutto, all’avanzamento tecnologico, del quale la Pixar fa ampio uso). Oltre alla possibilità di vedere un cortometraggio, nella medesima sala sono presenti anche le bozze che hanno portato alla creazione di personaggi e storie come, ad esempio, quelle di “Le avventure di André & Wally B.” e modellini dei personaggi principali, uno su tutti la lampada Luxo Junior, cioè quello che oggi tutti conoscono come il logo della casa di produzione.


Nella sala adiacente, poi, è possibile capire come viene costruito un film d’animazione, quali sono i passi da seguire  e come si arriva al prodotto finito. Ogni singolo elemento che compone un film della Pixar è analizzato e studiato nei minimi particolari. Tutto ciò che lo compone si unisce per formare quello che sarà un prodotto talmente preciso da far quasi dimenticare che si tratta di un film d’animazione. Quando si parla di “ogni elemento che compone un determinato personaggio, oggetto, etc” ci si riferisce veramente ad ogni singolo aspetto, a partire dalla musica, sulla quale lavora un compositore che scrive una colonna sonora strettamente connessa con quelli che sono i temi musicali e i livelli emotivi del film, per poi passare agli effetti sonori, che devono essere interamente creati da un sound designer, il quale realizza effetti sonori per qualsiasi cosa sia possibile udire, dai passi al vento, da un fischio ad un cigolio per poi missare il tutto insieme, tenendo sempre presente l’emozione di quella data sequenza. Accanto alla musica c’è, poi, anche la creazione dei personaggi da parte del regista e del production designer, al quale fa seguito il “blueprint”, cioè il progetto che i modellatori digitali prendono come riferimento per creare i modelli dei personaggi al computer. Parallelamente viene realizzata anche una maquette, cioè un modello tridimensionale in argilla del personaggio in questione, per permetterne una visualizzazione da tutte le angolazioni. Altro elemento non di poco conto sono i dialoghi e la loro registrazione che occorre fare prima che gli animatori inizino a lavorare sul film, dal momento che, proprio in base alle parole e al tono di voce, verranno sincronizzati i movimenti e le varie espressioni.


Oltre, poi, alle varie sezioni dedicate interamente ai vari film d’animazione che hanno fatto la storia della Pixar, da “Ratatouille” a “Up”, da “Gli Incredibili” a “Inside Out”, solo per citarne alcuni, con relative bozze, maquette e progetti, all’interno della mostra italiana è presente un’esperienza cinematografica particolare: l’Artscape. Attraverso ciò lo spettatore è completamente immerso in questo universo e riesce a vedere e comprendere cosa significa realizzare un film Pixar con i disegni che si animano allo stesso modo in cui si sono animati in passato per i creatori dei lungometraggi.

Da sottolineare poi anche la sezione dedicata allo zootropio, una forma di intrattenimento molto popolare alla fine del XIX secolo, grazie alla quale, facendo ruotare velocemente una sequenza di immagini dentro un cilindro si poteva ottenere l’effetto del movimento e, quindi, la base dell’animazione. All’interno della mostra si può vedere, in una versione moderna rispetto a quella del dispositivo originario, questo movimento attraverso i personaggi di “Toy Story” e “Toy Story 2”.

Al termine di quello che è, letteralmente e fisicamente, un tuffo nel mondo Pixar si comprende che non si può definire un film d’animazione come una semplice sequenza di immagini in movimento, ma come qualcosa in più. Infatti la creazione di una storia è un processo lungo e complesso, al quale lavora, per molto tempo, un team specializzato e attento a curare ogni minimo particolare. Ed è come se la mostra fosse parte integrante di questo bellissimo processo creativo.
Veronica Ranocchi

GLASS

Glass
di M. Night Shyamalan
con Bruce Willis, James McAvoy, Samuel Lee Jackson, Sarah Paulson
USA, 2019
genere, drammatico, fantascienza
durata, 129'



La realizzazione di un progetto come quello di Glass non era quella di offrire al regista la possibilità di tornare alla qualità dei suoi primi film. La posta in palio stava nel riuscire a competere con i film della Marvel e della DC Comics pur investendo cifre notevolmente inferiori. Gareggiando nell'ambito di un cinema che penalizza le sfumature - facendo della confezione la sua arma vincente - , Shyamalan realizza un hero movie per adulti, in cui quest’ultimo vocabolo segnala non tanto la profondità dei contenuti - accattivanti si ma piuttosto scontati e risaputi - quanto l’assenza dell’estetica digitale in cui oramai si riconosce la maggior parte del pubblico giovane e che invece non appartiene a quella dei loro genitori.

Tenendo conto delle caratteristiche del regista, capace di dare il meglio di se quando si è trattato di lavorare sul fuori campo (Signs, Unbreakable, The Village) e invece fallimentare laddove è stato necessario fare il contrario, sciorinando budget ed effetti speciali (L’ultimo dominatore dell’aria, After Heart), Glass non può, e forse non vuole (la risposta la sa solo Jason Blum) dare in pasto allo spettatore una messa in scena virtuale come quella utilizzata dagli artefici di Acquaman, pronti a tutto pur di confermare l’immaginario sensoriale in cui sono quotidianamente immersi i maggiori fruitori di questo tipo di prodotti. Nel film di Shyamalan non ve n’è traccia ed è proprio sulle conseguenze di tale assenza che Glass si gioca la scommessa della propria riuscita al botteghino.
Carlo Cerofolini

lunedì 21 gennaio 2019

VIDEO: SEKIRO SHADOWS DIE TWICE: FINALMENTE FROM SOFTWARE VUOTA IL SACCO SU TUTTE LE NOVITÀ DEL GIOCO

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VIDEO: SEKIRO SHADOWS DIE TWICE: FINALMENTE FROM SOFTWARE VUOTA IL SACCO SU TUTTE LE NOVITÀ DEL GIOCO







Notizie importanti per The Division 2 verrà arricchito con nuovi contenuti gratuiti a cadenza regolare




Dopo il debutto nei negozi, The Division 2 verrà supportato costantemente con nuovi contenuti gratuiti per tutti i giocatori.





Preordinando il gioco sarà possibile accedere alla beta privata.








Il gioco al lancio avrà solo due modalità PvP e “qualche mappa”, ma l’obiettivo degli sviluppatori è quello di dare alla community contenuti freschi a cadenza regolare. Tra questi ci saranno mappe, modalità PvP e anche missioni della storia. E il bello è che sarà tutto gratis.












domenica 20 gennaio 2019

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli (Italia, 1965)