giovedì 19 aprile 2018

MOLLY'S GAME

Molly’s Game
di Aaron Sorkin
con Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Costner
USA, 2017 
genere, Biografico, Drammatico,
durata, 144’

E’ la storia vera di Molly Bloom, ex sciatrice olimpionica del Colorado, che nel 2004 sbarca a Los Angeles in cerca di avventure prima di iniziare gli studi. Invece di frequentare la facoltà di giurisprudenza diventa principessa del poker e regina di un gigantesco impero del gioco clandestino a Hollywood. Tutto parte da un semplice lavoro di assistente per poi divenire organizzatrice in prima persona di partite clandestine di poker alle quali partecipano star di Hollywood, miliardari, campioni dello sport . Viene fermata solo dall’FBI che la coinvolge in un processo per frode al fine di carpirle informazioni sulla mafia russa.

“Molly's Game” è il lungometraggio di Aaron Sorkin. Per lui è la prima volta al cinema e opta per un mezzo narrativo particolare: la voce narrante di Jessica Chastain che accompagna lo spettatore per oltre due ore, catapultandolo nella sua vita, evidenziandogli nel dettaglio ed in sequenza temporale causa ed effetti delle sue decisioni, condividendo il suo stato d’animo, i suoi pensieri e la sua irrefrenabile voglia di successo. La voice over della protagonista ci rende compartecipi del suo passato attraverso il riferimento al libro che la stessa Molly ha scritto sulla sua vita. Il libro è Molly’s Game del 2014, edito da Rizzoli. Nel film si parte dal racconto basato sul  memoir. Per poi passare alla parte successiva che non è nel libro, ovvero quando l’FBI le ha sequestrato tutti i suoi fondi lasciandola letteralmente a terra sotto il profilo finanziario. Il cd. sorkin speech ha familiarità con le serie televisive (basti pensare al recente “House of cards” in cui Kevin Spacey/Frank Underwood parla direttamente alla sua audience) e viene utilizzato proprio per sottolineare – come fa Sorkin con Molly – un modo tutto originale di dar voce al protagonista che si auto-presenta come leader ad alta carica morale-etica, con passione incontenibile e esondante abilità oratoria. Molly come Underwood rappresenta un personaggio caratterizzato da un’ intelligenza superiore alla norma, di stampo illuministico, con un’etica personale e una volontà di ferro, peculiarità che li portano, più che a dialogare, a duellare incessantemente a colpi di monologhi.

La tecnica della cd. Voice Over o “voce narrante” di Jessica Chastain è dunque una precisa scelta di Sorkin, proprio per mettere Molly al centro della sua storia al punto tale da non farle mai abdicare detta centralità di scena. Una tecnica di racconto già testata in altri grandi film del passato come “Quei bravi ragazzi" di Martin Scorsese (con la stupenda la voce del(io narrante) del protagonista, Ray Liotta), o ancora “Le ali della liberta' ", in cui è meraviglioso il "racconto" di Red (Morgan Freeman) sull'evasione del compagno e amico di carcere Andy (Tim Robbins). Il film potrebbe classificarsi un one woman show se non fosse per la presenza carismatica ed irrompente di Idris Elba, appassionato avvocato difensore conquistato dall’integrità della sua assistita, che la ammira profondamente per la sua forza di volontà ferrea. Ma la storia di Molly ci costringe a riflettere anche su un aspetto sociologico: la posizione della donna nella società attuale. Non può sfuggirci la posizione quasi esasperata di Molly Bloom: Molly DEVE essere forte, Molly DEVE essere estrema in ogni scelta della sua vita per farsi notare, DEVE rivendicare il suo posto a tavola, in famiglia come nella sua esistenza in generale. Ecco perché nello sport deve eccellere e non essere mai stanca, sceglie la categoria pericolosa del freestyle nello sci ed anche quando ha l’infortunio durante una gara, l’incidente avviene in un clamore scenico che riecheggia e fa frastuono sul terreno ovattato dalla neve. Molly nel mezzo sempre della scena, più forte del suo dolore.

Si ritrova così forzatamente  a costruirsi una propria etica stilizzata sulla sua personalità: perde ma si rialza, anche quando si accorge di aver perduto il padre (Kevin Costner) come figlia, ma in senso psicologico non fisico. Il suo motto sembra essere la nota frase di Vittorio Alfieri “Volli, fortissimamente volli”: Molly ne fa la sua religione, il suo mantra.Viene tradita sempre perlopiù proprio da figure maschili e lei non si arrende e sgomita per riprendersi quella sedia che ogni volta le viene a tradimento tolta. Si perché questo mondo “non è un paese per femmine”: e allora Molly per sopravvivere e far sentire la sua voce nel mondo, deve scendere a patti con l’universo maschile e praticare attivare attività esageratamente pericolose come il freestyle,  optare per l’assenza di emozioni e persino rinunciare a relazioni amorose. Deve, in altre parole maschilizzarsi e mascolinizzarsi, fortificare e pietrificare il suo cuore, anche per resistere ad attacchi brutali e violenti contro di lei nel suo appartamento. Ad opera di uomini, ovviamente. Ma lei non parla, non rivela alcun nome, non cade mai nella commiserazione di se stessa. Ma tutto questo ha un costo, e la vita le presenta il conto ad un certo punto, quando viene accerchiata dagli agenti dell'FBI e dagli stessi fermata nella sua attività; quando viene minacciata dalla mafia russa desiderosa di fare man bassa sulla sua attività e tormentata dalle celebrità preoccupate di essere tradite. Molly Bloom si ritrova ancora una volta, come anni prima sulla pista da sci, a capitombolare a terra, la propria vita in pezzi, colpita da una pesante accusa di organizzazione illegale del gioco,.

Ed ecco che a sorpresa compare il deus ex machina incarnato proprio un uomo, Idris Elba, che la salverà, senza costringerla a rinnegare se stessa. Molly si trova a difendere la sua posizione e la sua integrità e non accetta comode scorciatoie per difendere – come lei stessa dice – il suo “buon nome”, che dovrà farle compagnia per tutta la sua esistenza. Molly riuscirà a compiere quel salto qualitativo che le veniva richiesto dal suo destino e si riappacificherà anche con il proprio padre in un dialogo chiarificatore tra i due, nel quale forse la storia, ben calibrata sino a quel momento, scade un po’ nella banalità della facile lacrima. Ma la protagonista dichiara di aver imparato la lezione. E - come lei stessa recita alla chiusura del film – capirà di aver superato tante e dure prove impostele dalla vita, rialzandosi da terra con la convinzione più forte che mai di essere dura a morire e che – come sosteneva il grande statista Winston Churchill –“Il successo è l'abilità di passare da un fallimento all'altro senza perdere l'entusiasmo”.  Nel contempo però lasciando nello spettatore l’intima convinzione che questo “non è un paese per femmine”.
Michela Montanari

Parliamo di #Fortnite: la cometa si avvicina sempre di più, Ecco cosa accadrà quando colpirà il suolo?

 

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La Stagione 3 di Fortnite Battaglia Reale sta per volgere al termine. Il 30 aprile chiuderà definitivamente i battenti per lasciare spazio alla Stagione 4, sulla quale abbiamo già provato a fare qualche speculazione.

Gli occhi dei giocatori, tuttavia, sono al momento rivolti al cielo. La cometa apparsa nelle scorse settimane continua ad avvicinarsi, e si fa sempre più grande. Prima poteva anche sfuggire allo sguardo dei giocatori, ma ora è impossibile non notarla. Tuttavia, non sappiamo ancora quando e dove si schianterà al suolo e, soprattutto, cosa accadrà.

Secondo la teoria più diffusa in rete, la cometa colpirà Pinnacoli Pendenti, trasformando la location più famosa del gioco in un cratere fumante. Non è escluso, però, che l'oggetto spaziale possa causare dei cambiamenti all'intera mappa di gioco. Dopotutto, un oggetto del genere è stato capace di causare l'estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni fa: è perfettamente in grado di distruggere e modificare ben più di una location. Potrebbe, ad esempio, cambiare la topografia della mappa oppure alterare l'atmosfera.

Quando si schianterà al suolo? Molto probabilmente, accadrà il 30 aprile - in concomitanza con la fine della Stagione 3 - oppure il giorno dopo, il primo maggio. Si tratterebbe senza ombra di dubbio di un modo teatrale per salutare il passato e dare il benvenuto ai nuovi contenuti. Fino ad oggi, l'avvicendarsi delle stagioni ha solo introdotto nuovi oggetti, ma questa volta le cose potrebbero andare diversamente. I giocatori sono ormai decine e decine di milioni, e le aspettative sono alle stelle! Secondo voi cosa succederà quando la cometa colpirà il suolo?

Quest'oggi, intanto, Epic Games ha messo da parte il Missile Guidato, che resterà fuori dai giochi per un periodo indeterminato. Domani 19 aprile prenderà invece il via la Settimana 9, che porterà con sé 7 nuove sfide da completare.

mercoledì 18 aprile 2018

IO SONO TEMPESTA


Io sono tempesta
di Daniele Luchetti
con Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco
Italia, 2018
genere, commedia
durata, 97'



Per Daniele Luchetti la regia di "Io sono Tempesta" partiva con premesse diverse dalle altre. Da una parte, il nuovo film arrivava dopo la parentesi del biopic dedicato a Papa Francesco e, quindi, a seguito di un'esperienza che tanto nella tipologia produttiva quanto nei contenuti era da considerarsi se non un corpo estraneo, almeno un gesto anomalo rispetto al resto della sua filmografia. In più, per Luchetti si trattava di verificare la tenuta del proprio cinema rispetto ai mutamenti della società italiana, nella considerazione che sia "Chiamatemi Francesco - Il Papa della gente" (2015), sia "Anni felici" (2013) ne erano stati una sorta di vacanza dal presente, essendo, il primo, un'escursione in terre lontane dalla nostra, il secondo, un amarcord semi-autobiografico ambientato negli anni Settanta. L'importanza dell'occasione è testimoniata dalla peculiarità delle scelte estetiche e contenutistiche che riguardano tanto i personaggi quanto gli ambienti raccontati dalle vicende del film. Così, se gli intrallazzi del finanziere Numa Tempesta e la sua collusione con il mondo politico-imprenditoriale permettono a Luchetti di recuperare esasperazioni caratteriali e fenomenologie della corruzione, che ne avevano attraversato le storie a cominciare dal Cesare Botero de "Il portaborse" (come Numa convinto di poter disporre degli altri a proprio piacimento), altrettanto utili alla causa sono Bruno e suo figlio Nicola, esempi di un proletariato umiliato e offeso a cui Luchetti si è rivolto quando si è trattato di passare dall'altra parte del guardo, per dare voce ne "La nostra vita" a chi non può dare nulla per scontato e ogni giorno è chiamato a guadagnarsi l'esistenza. In questo senso, la contemporanea presenza di ricchezza e povertà, rappresentata appunto da Numa e Bruno/Germano, consente a "Io sono Tempesta" un collegamento, peraltro inedito, tra le diverse anime del regista: quella favolistica e surreale di titoli come "La settimana della sfinge" e "E' arrivata la bufera" e l'altra, manifestatasi in età matura e corrispondente al morbido realismo che ha segnato l'ultima parte dei suoi lavori.

L'interesse de "Io sono Tempesta" risiede su altro: per esempio, sul modo con il quale Luchetti riesce a trasfigurare personaggi e situazioni tratte dalle cronache dei nostri giorni per formulare una rappresentazione del paese che, almeno sul piano del pensiero e dei desideri, certifica la sostanziale parità di vedute tra alto e basso. Una verità che emerge durante il percorso riabilitativo di Numa, costretto a scontare la condanna per evasione fiscale lavorando presso il centro sociale frequentato da Bruno. Con il passare dei giorni il finanziere, grazie anche alle personali elargizioni di denaro, da corpo estraneo ne diventa parte integrante, riuscendo alla sua maniera a realizzare i sogni di ricchezza degli indigenti frequentatori. La quale cosa non sarebbe neanche cosi scandalosa se si pensa che, in qualche modo, la conversione finale di Numa, accompagnata dalla riconciliazione con sé stesso e con gli altri ha più di qualche punto di contatto (a cominciare dagli aspetti fiabeschi) con il miracolo raccontato da Dickens nel suo "Canto di Natale". In realtà, essendo la figura del protagonista almeno inizialmente ispirata a Berlusconi e all'affidamento ai servizi sociali di cui è stato soggetto per le note vicende giudiziarie, non è banale, da parte di Luchetti, optare per una visione delle cose tutto sommato indulgente, laddove il cinema italiano ha fatto carte false pur di figurare tra i grandi accusatori di Belzebù, enfatizzando la distanza tra quest'ultimo e le sue vittime.


Ma "Io sono Tempesta" - ed è questo l'altro pregio del film - non si limita a raccontare ciò che accade ai personaggi solamente a parole. Grazie all'apporto fotografico di Luca Bigazzi, il regista costruisce un sottotesto visivo che non è solo bello da vedere ma anche funzionale nel surplus di senso che conferisce agli avvenimenti. E qui non ci riferiamo tanto alla metafora della solitudine di Numa, palesata dall'albergo nel quale vive e di cui è l'unico cliente. Meglio di questo è la scelta di fotografare Roma come fosse la Milano de "L'aria serena dell'Ovest" e, quindi, come una città aliena (l'inquadratura della roulotte in cui vanno a vivere Bruno e il figlio, vista da una prospettiva che ne esalta i punti di fuga, spiega ciò che vogliamo dire), perennemente grigia come la vita dei protagonisti. E poi, come fossero porte della nostra percezione, gli squarci di una verità ancora sconosciuta ma incombente, destinata a gettare un'ombra in direzione della felicità a cui la storia sembra volgere. La parete buia in fondo al corridoio attraversato da Nicola nella rielaborazione dell'analoga sequenza di "Shining" e, ancora, la ricercata artificiosità della sequenza finale, quando Luchetti decide di mettere in scena la felicità di Bruno e degli altri frequentatori del centro con una composizione di maniera. Non solo le luci al neon, ma, soprattutto, Elio Germano che rifà Aniello Arena di "Reality" sembrano voler mettere in guardia lo spettatore sul significato ultimo dell'umanità festante, nell'inserto che precede quello conclusivo.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

Notizie sul Film di #Borderlands rivelati finalmente i personaggi leggi qui i loro Nomi

 

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Prepariamoci per un altro adattamento cinematografico di un videogioco, con classificazione R, visto che il film Borderlands, di Lionsgate, sembra finalmente procedere verso la fase di produzione.

I film tratti dai fumetti hanno fatto faville sin dall'uscita di X-Men, nel 2000, ma, come dimostra il recente successo di Rampage di Brad Peyton, c'è voluto molto più tempo alle pellicole tratte dai videogiochi, per diventare godibili e apprezzabili. La "maledizione del videogioco" ha colpito un sacco di titoli negli ultimi anni, ma forse le cose potrebbero cambiare, proprio sull'oda del successo del film con The Rock.

Borderlands è in fase di progettazione dal 2015, e ora, The Hashtag Show rivela alcune curiosità. Non solo c'è un sappiamo qualcosa dl possibile regista di Borderlands, ma il sito elenca anche le descrizioni del casting per i personaggi principali e secondari. I fan del franchise apocalittico possono quindi controllare con i propri occhi chi sarà chi!

Avi Arad di The Amazing Spider-Man 2, supervisionerà il film, e la sceneggiatura è di Oren Uriel, di The Cloverfield Paradox. Dopo il suo lavoro su The Lego Batman Movie e l'imminente Nightwing, il sito afferma che Chris McKay pare essere il favorito per la regia di Borderlands.

Inoltre, il sito sottolinea che il film si dirigerà verso uno stile simile a quello di Mad Max: Fury Road/Guardiani della Galassia. I giochi di Borderlands sono noti per il loro stile ironico, intervallato da personaggi sboccati, quindi è facile immaginare come i film dei Guardiani di James Gunn potrebbero influenzare i film.

Il primo videogioco di Borderlands uscì nel 2009 e combinò il classico stile sparatutto in prima persona, con gli elementi di costruzione di un personaggio tipici di un gioco di ruolo. Ognuno dei quattro personaggi principali aveva infatti personalità e caratteristiche uniche, cosa che, pare, sembra essere presente anche nella sceneggiatura.

News: #Fortnite: spuntano i primi dettagli sulle modifiche incluse nel prossimo aggiornamento leggi qui


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Nei prossimi giorni Fortnite riceverà il consueto aggiornamento settimanale che, oltre a nuovi contenuti e sfide, apporterà alcuni miglioramenti all'esperienza di gioco.

Epic Games ha già annunciato che introdurrà la nuova Mitragliatrice Leggera, che vanterà un'elevata cadenza di fuoco e un caricatore molto esteso da ben 100 proiettili. Sarà caratterizzata, tuttavia, da tempi di ricarica più lunghi del normale.

In rete, intanto, sono trapelati anche alcuni dettagli sulle criticità che verranno sicuramente risolte con il prossimo aggiornamento dedicato a Battaglia Reale, ovvero:

  • Un problema grafico che provoca un ritardo nel caricamento degli oggetti più piccoli.

  • Un bug che impedisce ai fucili SMG di ricaricarsi correttamente.

  • Un bug che impedisce alle armi di fare fuoco quando viene utilizzato lo schema dei comandi Professionista del Combattimento.

Gli sviluppatori, intanto, sono al lavoro per risolvere anche altre problematiche segnalate, come quella che fa precipitare i giocatori attraverso le costruzioni nemiche e un'altra che impedisce di ottenere l'ombrello dopo la prima Vittoria Reale. Non è chiaro, al momento, se queste modifiche verranno incluse nel prossimo update settimanale, oppure nel seguente. Vi terremo aggiornati al riguardo. Segnaliamo, infine, che nella giornata di ieri sono trapelate le sfide della Settimana 9 di Fortnite Battaglia Reale che inizierà giovedì 19 aprile.

Notizie da Fortnite si scontra con PUBG in un esilarante corto in live action






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martedì 17 aprile 2018

THE SILENT MAN


The Silent Man
di Peter Landesman
con Liam Neeson, Diane Lane, Tony Goldwin, Maika Monroe
USA, 2018
genere, biografico
durata, 103'


Quando si dice che il cerchio si chiude. Diventata di uso comune, l’espressione in questione calza a pennello al nuovo film di Peter Landesman, il quale è solo l’ultimo in ordine di tempo a essersi occupato di quello che ancora oggi è considerato lo scandalo più drammatico e documentato della storia degli Stati Uniti. Forse gli appassionati più giovani non se lo ricorderanno ma il caso Watergate scoppiò (nel 1972) a causa della scoperta di intercettazioni illegali da parte di esponenti del partito repubblicano nei confronti della parte democratica, e fu la causa delle dimissioni dell’allora presidente Richard Nixon, allorquando attraverso l’inchiesta dei giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, si scoprirono le prove del suo coinvolgimento nei fatti appena menzionati. Allo stesso maniera con cui The Darkest Hour si confronta con Dunkirk – ovvero raccontando gli stessi avvenimenti da una prospettiva opposta ma complementare – così The Silent Man decide di tirare fuori dagli archivi la clamorosa vicenda per raccontare chi era l’uomo e quali erano le motivazioni che spinsero il numero due dell’FBI Mark Felt a tradire il giuramento prestato per diventare l’informatore anonimo (la cosiddetta Gola profonda) che fornì ai reporter de Tutti gli uomini del presidente il materiale per venire a capo del complicato intrigo politico.


Degli anni Settanta e delle vicende più dolorose e misteriose della politica americana Landesman può essere considerato un esperto in materia avendo scritto e diretto Parkland, film che ricostruisce le ore che seguirono l’assassinio all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. In più, se parliamo di servizi segreti deviati e delle pericolose  inchieste giornalistiche volte a rivelarne i comportamenti, il regista è anche titolare della sceneggiatura dell’ottimo Le regole del gioco, nel quale raccontava di Gary Webb, il cronista che rivelò la collusione del governo americano con i Contras nicaraguensi e il traffico d’armi che scaturì tra le parti in causa. Rispetto a questi film The Silent Man esaspera la predilezione per un cinema più parlato che sviluppato attraverso azione e movimento, e in cui la suspence e la tensione non scaturiscono dalla concitazione degli eventi, né dall’incalzare di sparatorie e colpi di scena, piuttosto dal gioco di scacchi che si concretizza nelle stanze del potere centrale e in quelle dell’FBI che cercano di prevalere uno sull’altro. Più che la messa in scena di verità nascoste, quindi, The Silent Man racconta di esistenze vissute per interposta persona, le une all’ombra delle altre: come succede a Audrey, la moglie di Felt, disposta suo malgrado a giustificare la scarsa presenza del marito nella sua vita; allo stesso Felt, fedele servitore di J.E. Hoover anche dopo la sua morte e al Bureau nei confronti della Casa Bianca. Landesman traduce questa condizione negli interni scarsamente illuminati in cui le figure sembrano nascondersi all’occhio dell’osservatore e, nel caso del protagonista, addirittura dissimularsi sotto l’artificio di un pesante trucco. Nonostante lo sforzo di approfondire uno dei risvolti più controversi della storia degli Storia degli Stati Uniti, The Silent Man fa pesare le proprie scelte espressive per la prevedibilità drammaturgica e una sostanziale inerzia narrativa.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)