martedì 20 marzo 2018

MARIA MADDALENA

Maria Maddalena
di Garth Davis
con Joaquin Phoenix, Rooney Mara
UK, USA, Australia, 2018
genere, drammatico 
durata, 120'



Di certo non sfugge la coincidenza che mette in relazione i contenuti presenti nel nuovo film di Garth Davis con ciò che sta succedendo a Hollywood dopo le rivelazioni degli illeciti comportamenti tenuti da Harvey Weinstein nei confronti delle sue dipendenti. "Maria Maddalena" si presta infatti alle interpretazioni di chi adesso tende a leggere il protagonismo femminile con il senso di rivalsa nei confronti della società maschile e in particolare di un sistema in cui la donna è posta in posizione subordinata rispetto alla compagine dominante. Nel suo film Davis ci mostra infatti la storia di una ragazza che prende coscienza del suo ruolo all'interno di una comunità patriarcale come quella ebraica descritta nel Nuovo Testamento e che cerca con tutte le sue forze di seguire la propria coscienza e non quella del genitore a dispetto di una tradizione che, al contrario, la vorrebbe sposa a un uomo di cui però la ragazza non è innamorata. "Maria Maddalena" è dunque innanzitutto la storia di una ribellione che si compie alla luce di un evento straordinario come quello della venuta del Messia (della sua predicazione) e della quale ella diventa parte in causa alla pari degli altri discepoli del Cristo. E qui sta la seconda questione del film, poiché sé è vero, come sappiamo dai Vangeli, che l'importanza della Maddalena deriva anche dalla sua presenza in uno dei momenti fondamentali della vita di Cristo come fu quello della sua passione e della morte sulla croce, il lungometraggio di Davis si spinge oltre, ampliando la casistica esistenziale della protagonista con episodi tratti dalla cosiddetta narrazione apocrifa che affiancò quasi subito quella ufficiale tramandata dai quattro evangelisti. In questo modo abbiamo la possibilità di approfondire non solo il legame tra la donna e il Messia - anche in questo caso fonte di diffidenza e di sospetti da parte di chi ne è testimone (a cominciare dagli Apostoli) - ma sopratutto il processo con cui la Maddalena riesce con pazienza e amore a imporsi all'interno del gruppo, ritagliandosi un ruolo - nei confronti di Gesù ma anche nel contesto che gli sta accanto - per Davis e i suoi sceneggiatori addirittura superiore a quello dei suoi compagni di viaggio. Questo per dire che, anche involontariamente, "Maria Maddalena" ha nei suoi cromosomi tutte le caratteristiche per essere un prodotto attuale, capace come pochi di cogliere all'ennesima potenza lo spirito del tempo, sublimato e insieme elevato dal contesto sacrale in cui esso si manifesta.


Senza nulla togliere a quanto si è appena detto esiste però un'altra chiave di interpretazione, meno schierata e forse conosciuta, che è appunto quella della discussione tutta interna al mondo cattolico a proposito del sacerdozio femminile, da tempo al centro del dibattito anche per la drastica diminuzione delle vocazioni verificatosi negli ultimi decenni. In questo senso, la centralità assunta da Maria Maddalena all'interno del film, testimoniata da una presenza scenica che non viene meno neanche al momento clou del film (quello che coincide con la cattura e la crocifissione di Gesù, nel quale i primi piani e le sequenza in cui ella compare è eguale a quella del Cristo), fa si che il lavoro di Davis si possa arricchire di altre sfumature, arrivando a dire la sua anche in un campo cosi delicato com'è quello relativo a uno dei dogmi vigenti nella chiesa cattolica. Davis, che già in altre occasioni aveva messo in campo un'attitudine volta a normalizzare ciò che è invece eccezionale, di nuovo non si smentisce, regalando agli eventi una messinscena scevra da qualsiasi tentazione di spettacolarità e viceversa ricca di momenti in cui è il silenzio dopo la tempesta a creare lo spazio in cui il divino può manifestarsi. Forte di un'iconografia che si riappropria della riconoscibilità tramandatasi nei secoli attraverso la pittura e, perché no, anche con il cinema, "Maria Maddalena" è lungi dal voler essere una versione laica dei fatti relativi alla storia di Gesù. Se la visione del divino e dei molti miracoli che ne accompagnano la manifestazioni è reso con una semplicità che rientra nell'ordinario delle cose, e quindi non ha bisogno di effetti speciali e di particolari movimenti di macchina, è altrettanto assodato che il film non si accontenta di raccontare i momenti salienti della buona novella ma propone una spiritualità costantemente ricercata nella bellezza metafisica del paesaggio naturale attraversato dai protagonisti e riverberato sui volti dei protagonisti. 

Non solo Joaquin Phoenix, oltremodo velloso con barba e capelli che strizzano occhio a certe mise sessantottine, ma soprattutto Rooney Mara, davvero brava a trasformare il suo viso nel termometro emotivo del film, quello in cui è possibile leggere le conseguenze interiori provocate dagli avvenimenti a cui ella prende parte. Senza la straordinarietà mediatica di opere come "L'ultima tentazione di Cristo" di Scorsese e "The Passion of the Christ" di Gibson, "Maria Maddalena" ci regala una figura di donna senza peccato e tutt'altro che scandalosa ma non per questo meno forte e volitiva. Riuscire a esserlo senza ricorrere a gesti estremi e vendicativi fa della Maddalena di Davis una figura meno alla moda di ciò che inizialmente potrebbe sembrare. In realtà, il personaggio in questione sembra in grado d'inserirsi nella discussione in atto in maniera meno scontata, ampliando il catalogo di femminilità contemporanee viste di recente sul grande schermo.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

God of War: il ritorno di Kratos " Video Recensione "











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domenica 18 marzo 2018

OLTRE LA NOTTE

Oltre la notte
di Fatih Akin
con Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch
germania, 2017
genere, drammatico 
durata, 100


In Germania la vita di Katja cambia improvvisamente quando il marito Nuri e il figlio Rocco muoiono a causa di un attentato. La donna cerca di reagire all'evento e trova in Danilo Fava, avvocato amico del marito, il professionista che la sostiene nel corso del processo che vede imputati due giovani coniugi facenti parte di un movimento neonazista. I tempi legali non coincidono con l'urgenza di fare giustizia che ormai domina Katja.

Tra il 2000 e il 2007 in Germania sono stati commessi numerosi assassinii di persone di nazionalità diverse da parte dell'NSU, (Nationalsozialisticher Untergrund) una formazione neonazista che nel 2011 è stata finalmente incriminata con prove. Fino ad allora la tendenza era stata quella di attribuire le uccisioni a problematiche interne alle comunità etniche o alla delinquenza comune.
Fatih Akin si ispira a quelle azioni per realizzare un film che intende indubbiamente provocare una discussione.

In tempi di terrorismo di matrice islamico-integralista che colpisce in modo assolutamente criminale ci viene ricordato che la guardia va tenuta indubbiamente alta su questo versante ma contemporaneamente non va abbassata su altri fronti. Perché proprio la recrudescenza del terrorismo ha risvegliato gruppi xenofobi che non avevano mai smesso di esistere. Akin è molto attento nel definire il ritratto della sua vittima: ha dei precedenti penali per spaccio di droga ed è un curdo di nazionalità turca. Questo lo libera da un lato dall'apologia dell'innocente (anche se viene sottolineato come il suo recupero alla società fosse stato esemplare) e anche la possibile identificazione tout court con la numerosissima comunità turca in Germania. 

Di fatto poi la sua protagonista è totalmente teutonica (una Diane Kruger di grande intensità a cui viene finalmente concesso di recitare nella sua lingua madre) ed è su lei e sulla sua sofferenza che si concentra la narrazione. La lunga fase processuale, che occupa la parte centrale del film, la vede subire il pregiudizio di una difesa che ricorre a qualsiasi mezzo per invalidare la sua testimonianza. A chi ama il cinema vengono in mente i nomi di due autori che non è dato sapere se siano conosciuti dal regista amburghese di origini turche: Costa-Gavras e Monicelli.

Del primo Akin rivitalizza l'impianto politico che trovava nelle fasi istruttorie e processuali, sia che fossero manipolate da un regime (“La confessione”) sia che venissero condotte al fine di far trionfare la giustizia (“Z - L'orgia del potere”), il suo punto di forza. Il Monicelli di “Un borghese piccolo piccolo” trova, invece, qui un suo pendant femminile nel bisogno lucido e devastante di avere giustizia. Come Giovanni Vivaldi, anche Katja sente covare, per poi svilupparsi dentro di sé, l'urgenza di ottenere quella riparazione al danno subito che sembra sempre più affievolirsi. La vuole con forza e a qualsiasi prezzo.
Riccardo Supino

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Evolution di  Lucile Hadžihalilović (Francia, 2015)

sabato 17 marzo 2018

TOMB RAIDER


Tomb Raider
di Roar Uthaug 
con Alicia Vikander, Daniel Wu, Dominic West
USA, 2018
genere, azione avventura, fantasy
durata, 122'



Ripensando al dittico cinematografico dedicato alle avventure di Lara Croft, la prima considerazione è quella che riguarda il modo con il quale il nuovo Tomb Raider firmato da Roar Uthaug decide di confrontarsi con l’eredità ricevuta in dote dai primi due capitoli della serie. Trattandosi di un reboot, va da sé che quello di Uthaug prenda le distanze dal modello originale, ma Tomb Raider dimostra di volerlo fare in maniera più netta di ciò che ci si poteva aspettare. Se la presenza statuaria e altera di Angelina Jolie entrava in qualche modo in contrasto con un tipo di eroina femminile abituata a una fisicità e a un dinamismo diversi dalla levigata compostezza della diva americana, di tutt’altra pasta è fatta quella della subentrante Alicia Wikander, la quale, a fronte di una corporatura minuta e di una bellezza sobria e discreta, riesce a entrare in sintonia con le caratteristiche del personaggio. Quest’ultimo, proposto da Uthaug in una versione più umanizzata di quelle precedenti e in misura di una femminilità accessibile e terrena, che troverebbe spiegazione nel tentativo di fare di Lara una sorta di Peter Parker in gonnella, è capace di dividersi tra la responsabilità di salvare il mondo e quella di provvedere a se stessa, sbarcando il lunario con determinazione ma senza particolari pretese.



Oltre a rifare il maquillage del personaggio, Tomb Raider si prende, però, la briga di approfondirne le origini, collocandosi dal punto di vista temporale in un momento immediatamente precedente alle vicende raccontate da Simon West nel “capostipite” cinematografico, con Lara pronta a mettersi in viaggio alla volta dell’isola nella quale spera di ritrovare il padre scomparso nel tentativo di scoprire la tomba di un’antica regina giapponese. Detto che la missione organizzata dalla ragazza si trasforma come da copione in un percorso ad ostacoli costellato di mille trappole e pericoli, Tomb Raider si segnala in questa fase della narrazione per la scelta di raccontare l’avventura della protagonista alla stregua di un percorso di formazione in cui cadute e rinascite costituiscono la via per raggiungere nuove consapevolezze.

A differenza della Jolie, identica a se stessa e al videogioco da cui il film è tratto, quella della Vikander è una Lara Croft che rifiuta di diventare la controfigura di chi l’ha preceduta. Significativo, in questo senso, è il cambiamento iconografico imposto al personaggio: tanto sottomessa ai riferimenti delle fonte video ludica è la prima, tanto aderente alle fatiche della sua missione è la seconda, sottoposta a un tour de force fisico ed emotivo durante il quale la vediamo spesso a terra, sanguinante e scarmigliata per le offese arrecatele dal nemico. Senza particolari attrattive rispetto alla maggior parte degli action movie che arrivano nelle nostre sale, Tomb Raider si fa apprezzare per la verosimiglianza con la quale riesce a mantenere le azioni delle protagonista all’interno di una normalità giustificata dal fatto che le abilità messe in mostra da Lara nel corso della vicenda sembrano la conseguenza di gesti istintivi, fatti per sopravvivere ai pericoli in cui si imbatte, più che il risultato di un potere sovrumano. Anche per questo motivo il fascino bello e possibile della Vikander è destinato a diventare la ragione principale per andare a vedere il film.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su Taxidrivers.it)

venerdì 16 marzo 2018

OGGI ALLE 14:30 CONTINUA LA MIA SFIDA EPICA IN DARK SOULS 2 + DLC - PS4 ITA - NG+3 - BOSS FIGHTER A MANI NUDE " PUBBLICATO PRIMO VIDEO "





 QUI IL MIO CANALE YOUTUBE: https://www.youtube.com/watch?v=ydm_R0CKB8A

 

 

 

 

CIAO RAGAZZI 

 

 

OGGI CONTINUA LA MIA SFIDA EPICA IN DARK SOULS 2 + DLC " BOSS FIGHTER A MANI NUDE " FINO  ADESSO HO SCONFITTO 5 BOSS DI CUI L'ULTIMO È STATA LA PECCATRICE  --- DOVE SARÒ DURA SCONFIGGERLA NON  MANCATE ALLA DIRETTA LIVE DI OGGI ALLE 14:30 VI ASPETTO FATE PASSA PAROLA SUI SOCIAL GRAZIE A TUTTI PER IL SOSTEGNO 

 

 

 

 

IL SOLE A MEZZANOTTE


Il sole a mezzanotte 
di Scott Speer
con Bella Thorne, Patrick Schwarzenegger, Rob Riggle, Quinn Shephard, Ken Tremblett, Nicholas Coombe, Tiera Skovbye, Paul McGillion
USA, 2018 
genere, Sentimentale
durata, 91’

Katie (Bella Thorne) è una ragazza diciassettenne affetta da una malattia rara che la costringe sin da piccola a vivere nel buio della sua casa. Katie infatti non può esporsi alla luce del sole. Ma un giorno, l’incontro con Charlie (Patrick Schwarzenegger), un ragazzo che Katie osservava dalla finestra sin da bambino passare tutti i giorni sotto casa sua, le aprirà le porte di un nuovo fantastico capitolo della sua vita.

“ll sole a mezzanotte” è una storia d’amore che rientra in un genere cinematografico non certo nuovo per il pubblico, e che, recentemente, si sta riaffacciando con prepotenza sugli schermi. E’ il cd. genere di “film d’amore e malattia” che, a partire da “Love Story”, per poi proseguire con “Sweet November” e “Autumn in New York”, ha mietuto molte vittime sulle poltrone delle sale cinematografiche, lasciando il segno e la scia di lacrime in migliaia di fazzolettini Kleenex  gettati nei contenitori per i rifiuti ( e molto spesso per terra sotto le stesse poltrone..). 

Il film è un remake del giapponese “Midnight Sun” del 2006 o “Song to the Sun”, che aveva come protagonista la cantante Yui e che, successivamente, ha addirittura ispirato una serie tv e un manga giapponesi, nonché una serie televisiva vietnamita/giapponese. Ne “Il sole di Mezzanotte”, la protagonista femminile è l’affascinante Bella Thorne  divenuta famosa per aver interpretato il personaggio di CeCe Jones nella serie tv di Disney Channel A tutto ritmo e per aver capitanato il cast dell’horror Amityville – il risveglio.

Patrick Schwarzenegger è Charlie: l’attore è figlio dell'ex governatore della California e parente di John Fitzgerald Kennedy ed è anche un modello


Da ricordare che, sempre recentemente nel settembre 2017, inoltre è uscito nelle sale nazionali un altro film appartenente al genere di “Midnight Sun” (“Il Sole di Mezzanotte) e, precisamente, ci si riferisce al lungometraggio di Stella Meghie titolato “Noi siamo tutto” (“Everything Everything”). Anche lì la protagonista è sempre una adolescente, anche lei affetta da una malattia rara, la SCID (Severe Combined Immunodeficiency) a causa della quale non è mai potuta uscire di casa, raggiungendo l’età di diciassette anni senza aver potuto vivere nessuna delle normali ed ordinarie indimenticabili esperienze che ogni coetaneo sperimenta.. Ambientato a Vancouver, “Il sole a mezzanotte” è da considerarsi come il debutto nel cinema del regista Scott Speer, la cui fama ad oggi è dovuta alla regia di video musicali per grandi artisti pop come Jason Derulo. Le musiche sono accattivanti così come la voce di Bella e accompagnano l’intera storia tra Katie e Charlie facendoci sprofondare nelle lacrime nei momenti più toccanti, soprattutto quando Bella non ha il coraggio di raccontare al suo amore della malattia grave da cui è affetta. La malattia in questione esiste veramente ed è una malattia rarissima, lo Xeroderma Pigmentoso, causata   dalla mutazione di un gene che produce una proteina fondamentale per la riparazione del DNA. Ad oggi non è ancora stata trovata una cura e le persone affette da questa patologia non possono mai esporsi alla luce del sole ma devono rimanere rinchiuse nell'oscurità. Anche qui come in “Noi siamo tutto”, la figura del genitore accanto all’adolescente malata si rivela fondamentale e centrale pur se il padre di Bella è positivo e solare e farà di tutto per rendere la figlia felice. La storia d’amore per Maddy in “Noi siamo tutto”, così come per Katie in “Midnight Sun”,  si qualifica come la cura risolutiva per affrontare una malattia crudele che non permette ad un’adolescente di godere della brezza del vento che scompiglia i capelli o del raggio di sole che illumina i volti. Katie esorcizza tutto questo suonando la sua chitarra e cantando le sue canzoni e, proprio mentre sta cantando, una sera incontra il suo Charlie. Da lì lei deciderà di danzare con lui un vero ballo da debuttante nel castello del principe, pur se allo scoccare della mezzanotte ( o meglio al sorgere delle prime luci dell’alba) si ritroverà a dover scappare prima di ritrovarsi senza carrozza dorata e senza cocchieri ma sola, col vestito strappato, con topini e una grossa zucca. E senza la sua scarpetta di cristallo, che per Katie altro non è se non la sua anima che sta consegnando consapevolmente al suo nuovo ragazzo. Triste e paradossale pensare che il sole possa uccidere perché il sole rappresenta la Vita da sempre nel nostro immaginario, ma nel caso di Katie, no, rappresenta la Morte. Ma ricordiamoci dell’insegnamento di Eros e Thanatos: per cambiare bisogna morire; il bruco cede il posto alla farfalla che finalmente riesce a spiccare il volo, ma solo grazie al sacrificio del bruco. L’Amore ti trascina dunque in una dimensione anche di morte, paradossalmente, ma vale la pena spesso di pagare quel prezzo, anche se alto. Perché ricordiamoci che “la differenza tra sapere e vedere con i propri occhi è la stessa che c’è tra sognare di volare e volare per davvero” (dal film “Noi siamo tutto”). E Katie, alla fine, vola per davvero.
Nelle sale dal 22 Marzo.
Michela Montanari