mercoledì 5 dicembre 2018

Resident Evil 2 remake: presenterà alcuni nuovi contenuti, in particolare una nuova area di Raccoon City da esplorare, l'Orfanotrofio





Capcom ha annunciato che il "nuovo" Resident Evil 2 presenterà alcuni nuovi contenuti, in particolare una nuova area di Raccoon City da esplorare, l'Orfanotrofio.
Il luogo sembra essere un centro per bambini orfani completo di un'area giochi con giocattoli e tappeti soffocati dai colori oscuri della realtà del gioco che rende tutto scuro e grigio.
Quanto sarà significativa questa area ancora non lo sappiamo ma, in un aggiornamento di PS Blog, delle immagini suggeriscono che sarà più di una semplice location da esplorare.



Notizia del Giorno: +++ Borderlands 3: l’annuncio ci sarà ai The Game Awards 2018 +++ #DuvalMagic






Randy Pitchford continua a stuzzicare i propri follower su Twitter, lasciando intendere l’arrivo dell’attesissimo annuncio di Borderlands 3.




Dopo i messaggi degli ultimi giorniRandy Pitchford di Gearbox continua ad inviare strani messaggi che suggeriscono l’imminente annuncio di Borderlands 3.
È ormai da un bel po’ di tempo che gli appassionati dello sparatutto in prima persona sono in trepidante attesa del reveal del gioco, che dovrebbe essere presentato ai The Game Awards. L’evento si terrà nel corso della notte tra giovedì e venerdì, durante la quale potrebbero arrivare diversi annunci. Pitchford ha infatti detto di provare sentimenti simili a quelli provati in passato all’E3, sede di annunci piuttosto importanti.
Tra i titoli che potrebbero essere svelati al pubblico troviamo anche il nuovo titolo dedicato ad Alien, forse uno sparatutto in prima persona focalizzato sulle modalità multiplayer. Durante l’evento dovrebbe arrivare anche un nuovo trailer di Death Stranding e potrebbe finalmente essere mostrato per la prima volta il titolo Square Enix sugli Avengers.
A questo punto non resta altro da fare che attendere i pochi giorni che ci separano dai TGA.


martedì 4 dicembre 2018

Ai The Game Awards 2018 parteciperà anche Epic Games, con novità importanti su Fortnite.




Ai The Game Awards 2018 parteciperà anche Epic Games, con novità importanti su Fortnite.
La conferma è arrivata da Geoff Keighley, conduttore e ideatore dello show, durante un Q&A, dove ha svelato che alla cerimonia sarà presente anche Donald Mustard, creative director dello studio.

Fortnite è stato annunciato ai Video Game Awards 2011 (la precedente incarnazione dei The Game Awards) da Cliff Bleszinski. Era un gioco molto differente all’epoca, ma siamo entusiasti che Epic Games parteciperà allo show. Abbiamo sicuramente delle notizie su Fortnite, ci sarà Donald Mustard, quindi rimanete sintonizzati“, ha affermato Keighley.
Sì, ci saranno delle notizie su Fortnite ai The Game Awards, non credo che lo abbiamo già annunciato pubblicamente, ma sì saranno delle novità.
I The Game Awards 2018 si svolgeranno il prossimo 6 dicembre, giorno che tra l’altro segnerà la fine ufficiale della Stagione 6 di Battaglia Reale. Insomma, a questo punto è probabile che durante lo show verranno annunciate novità riguardanti la Stagione 7. A proposito, sembra proprio che nella prossima season si combatterà in mezzo alla neve.


domenica 2 dicembre 2018

ROMA

Roma
di Alfonso Cuaron
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Nancy Garcia, Jorge Antonio
Messico, 2018
genere, drammatico
durata, 135'

Tra le perplessità suscitate dal cinema destinato a un uso esclusivamente casalingo c'è sempre stata quella relativa ai condizionamenti causati dalle dimensioni del formato che secondo i detrattori obbligava i registi a cambiare i fondamentali del linguaggio cinematografico epurandolo da riprese in cui gli attori non fossero stati vicini alla mdp. A questo proposito la Mostra del cinema si inserisce nella perigliosa discussione proponendo un titolo come "Roma", fatto apposta per smentire la suddetta affermazione. Fra quelli destinati da Netflix alla kermesse festivaliera il film di Cuaron non solo è quello che meno degli altri sembra farsi influenzare da limitazioni di ordine tecnico stilistiche, ma risulta addirittura brillante nella scelta di molte delle soluzioni formali adottate per l'occasione. 

A cinque anni di distanza da quello che era stato il suo più grosso successo, il regista messicano torna a Venezia, questa volta in competizione, con un film che solo in apparenza risulta più facile rispetto al precedente. Certo, affermare che un film basato sui ricordi della propria giovinezza sia più complicato della messa in scena di un naufragio nell'orbita terrestre appare esagerato anche perché "Gravity" riusciva a coniugare la verosimiglianza degli effetti speciali a un ritratto a tutto tondo dei suoi personaggi. E' peraltro vero che anche "Roma" racconta in qualche modo la metabolizzazione di un lutto, quello del regista bambino e dei suoi fratelli nei confronti del padre medico che li ha abbandonati, come pure quello di un intero paese - il Messico - che nell'estate del '71 si trovò a piangere la morte di alcuni studenti uccisi dalla polizia mentre manifestavano il proprio dissenso verso la politica repressiva del governo. 

La cosa però più interessante di "Roma" (titolo che prende il nome dal quartiere borghese dove Cuaron viveva da bambino) è il modo con cui il regista decide di raccontare la storia. Il nodo centrale è la scelta di esserne protagonista per interposta persona, e cioè attraverso il personaggio di Cleo la tata indios che si prese cura di lui e dei suoi fratellini. Lo spostamento del punto di vista narrativo non solo permette al regista di allontanare gli eccessi di emotività che di solito appesantiscono l'oggettività del resoconto, ma gli mette sul piatto d'argento il principio al quale informare la struttura del lungometraggio. Il fatto di sostituire con Cleo coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di "Roma", per la maggior parte del tempo relegati sullo sfondo o ai margini del quadro, costituisce per lo spettatore la guida necessaria a raccordare le varie emotività del film. Succede, infatti, che, nelle varie sequenze, il tema centrale sia lasciato fuori campo e filmato con precaria visibilità, salvo senza però precludergli la possibilità di rientrare in gioco attraverso piccoli dettagli della sua fenomenologia. 

Uno schema che si ripete non solo nelle situazioni di routine, ma anche nei momenti topici come possono esserlo la sequenza della manifestazione repressa nel sangue, di cui inizialmente sentiamo solo le grida, e gli spari che entrano dalle finestre del negozio in cui si trova Cleo e poi nella scena del parto in cui, nonostante i motivi di interesse siano legati alla sopravvivenza del nascituro rispetto allo stato di salute di chi lo ha messo alla luce, è della seconda che distinguiamo la sagoma e non del primo, mostrato volutamente sfocata. Più in generale, esiste il desiderio del regista di andare alla ricerca del tempo perduto ricreandolo non in modo compiuto ma attraverso le sensazioni suscitate dalle grida dei bambini, dal loro muoversi all'interno della casa, dai rumori della città che esplodono quando "Roma" decide di uscire dalla casa dei protagonisti per riversarsi sulle strade del quartiere affollate di persone e nella campagna desolata e brulla limitrofa alla città dove vivono poveri e indigenti. 

Con un'operazione simile a quelle realizzata da Christopher Nolan per "Dunkirk", l'autore messicano fa dei personaggi delle figure prive di un vero e proprio spessore biografico - basti pensare a una delle sequenze introduttive in cui il padre è presentato senza mai mostrarne il volto, ma mettendo insieme una serie i primi piani su dettagli che gli appartengono - ma elementi complementari alla rievocazione di uno stato d'animo individuale e collettivo in cui in primo piano sono le sensazioni e i sentimenti delle persone che li hanno vissuti. In questo senso "Roma" più che mostrarci una storia ce la fa sentire, stimolandoci a parteciparvi con i nostri sensi, a partire da quelli che coinvolgono i nostri occhi perché il film di Cuaron, girato in un bianco e nero dal sapore metafisico, è innanzitutto un'opera da vedere, indipendentemente dal formato. Vincitore della scorsa Mostra del cinema di Venezia "Roma" è un film che può servire a superare i pregiudizi nei confronti delle nuove piattaforme di distribuzione.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

SE SON ROSE


Se son rose
di Leonardo Pieraccioni
con Leonardo Pieraccioni, Michela Andreozzi, Elena Cucci
Italia, 2018
genere, commedia 
durata, 90’

Leonardo è un cinquantenne ostinatamente single che fa il giornalista di successo sul web occupandosi di alte tecnologie e ha una figlia di 15 anni, Yolanda, lascito di un matrimonio naufragato. Yolanda è stanca di vedere il padre nutrirsi di involtini primavera surgelati e crogiolarsi nel suo infantilismo regressivo, e pensa che una relazione stabile possa cambiare la situazione. Per metterlo di fronte ai suoi innumerevoli fallimenti in materia sentimentale, Yolanda decide di mandare a tutte le ex di Leonardo un sms che dice: "Sono cambiato. Riproviamoci!". E le sue ex rispondono, ognuna secondo la propria modalità.

La premessa di questa ennesima avventura cinematografica di Leonardo Pieraccioni contiene in sé qualche elemento implausibile, a cominciare dall'agiatezza economica di un giornalista web, per continuare con la disponibilità di una serie di donne adulte a rispondere a un messaggino da parte del ragazzo che le ha lasciate per proseguire la sua strada di serial lover.
È una premessa comica interessante e ha il potenziale per una di quelle farse alla francese cui il cinema d'oltralpe ci ha abituati negli ultimi anni. Il punto debole è la struttura narrativa creata da Pieraccioni insieme a Filippo Bologna, che cede spesso al buonismo e al moralismo di facciata e si lascia andare a svolte e dialoghi via via più improbabili. 

Il punto di forza, invece, è costituito da una serie di personaggi che, pur nella loro assurdità, rivelano angolazioni interessanti, anche perché sono affidati all'interpretazione di una galleria di attori competenti, fra cui Antonia Truppo, Gianluca Guidi e soprattutto Gabriella Pession, che regala tenerezza e tempi comici impeccabili al ruolo di Elettra, sul quale si sarebbe potuta costruire un'intera commedia.

La sceneggiatura, pur nelle sue derive demagogiche (si pensi al ritratto maschilista di un'oca giuliva detta 48 per il suo presunto numero di neuroni), lascia spazio all'improvvisazione vernacolare di Pieraccioni, vero punto di forza del comico. E apre a quella vena malinconica che, in un paio di occasioni (l'incontro con la fidanzatina del liceo, il dialogo finale con l'ex moglie), lascia intravvedere qualche sprazzo di autenticità autobiografica e un principio di vera autocritica. 

La domanda centrale della storia, ovvero "Quando e perché finiscono gli amori?", nasconde uno strazio sincero, soprattutto nei confronti di un'unione matrimoniale terminata nonostante una figlia molto amata. Considerato che il suo nume tutelare dichiarato è Monicelli, Pieraccioni fa bene ad esplorare il lato amaro del proprio personaggio, smarcandosi occasionalmente dalla melassa. 
“Se son rose” è la riflessione di un Peter Pan sulle proprie responsabilità nei fallimenti sentimentali collezionati nel tempo, ma anche sulla fragilità strutturale di una generazione maschile autocompiaciuta e programmaticamente immatura.
Riccardoo Supino

sabato 1 dicembre 2018

Borderlands 3 Sarà Annunciato al The Game Awards 2018






Randy Pitchford non fa che parlare del numero 3, e questo naturalmente non può passare inosservato.
Come possiamo leggere anche su Resetera infatti la community attorno allo sviluppatore di Gearbox Software ha iniziato ad ipotizzare un possibile lancio di Borderlands 3.
Possiamo infatti notare come Pitchford abbia postato su Twitter una serie di cinguettii tutti accomunati da una particolarità: sono tutti legati dal numero 3 ripetuto più volte.

Se consideriamo come anche la stessa Gearbox abbia stuzzicato i suoi fan parlando di un possibile Borderlands 3, vediamo come la community attorno al titolo cominci a pensare che magari l'ora sia giunta.

TRE VOLTI


Tre volti
di Jafar Panahi
con Jafar Panahi, Benaz Jafari
Iran, 2018
genere, drammatico
durata, 102'



Occhio e croce “Tre volti” inizia alla stessa maniera dell’ultimo film di Michael Haneke. In entrambi i casi i registi affidano alle immagini di una video chiamata il compito di innescare la trama delle loro storie e questo la dice lunga sulla considerazione dei maestri sulle possibilità offerte loro dall’utilizzo  delle nuove tecnologie. Lungi dal demonizzarle, entrambi hanno da tempo  capito che queste ultime consentono un potere decisionale altrimenti limitato e ancora meglio che regalano un’ispirazione sempre meno dipendente dalla disponibilità degli strumenti produttivi. Nel caso di Jafar Panahi, che di “Tre volti” è regista, la questione diventa vitale per le note vicende che da anni impediscono al nostro di esercitare la professione, costringendolo a una clandestinità lavorativa che in termini di risultati è a dir poco aiutata dalla diminuita invasività dei mezzi di ripresa, la cui invisibilità è determinante nel permettere a Panahi di filmare senza essere notato da chi sarebbe pronto a impedirglielo. Partendo da queste considerazioni “Tre volti” acquista per forza di cose significati che oltrepassano la vicenda raccontata nel film: la richiesta d’aiuto della ragazza che minaccia di uccidersi se non riuscirà a fuggire dal genitore che le impedisce di recitare, il viaggio del regista e dell’attrice Benaz Jafari nell’entroterra del paese (siamo nel nord ovest dell’Iran) e gli incontri con alcuni abitanti della comunità locale sembrano infatti ragionare su ciò che rimane fuori campo. 

Considerando che le protagoniste femminili sono attrici che hanno già lavorato con Panahi e che alla pari della sua compagna di viaggio anche il regista appare davanti alle cinepresa nella parte di se stesso “Tre volti” diventa il dietro le quinte delle riprese di un film in corso d’opera nel quale ad andare in scena è il gioco delle parti tra singoli convitati e i rapporti tra il regista e attori. Quando - durante il viaggio che li sta portando alla meta - Panahi e la Jafari discutono sul da farsi, le loro considerazioni danno l’impressione di parlare d’altro, evocando il ruolo che l’arte e in particolare il cinema ha sulla vita di coloro che lo fanno. Anche lo schema che si instaura tra i due, con l’autore che rimane in disparte, lasciando alla donna il compito di mettere in pratica ciò che si sono detti, sembra evocare l’essenza della materia in questione. Un corto circuito, quello tra finzione e realtà, tra arte e vita, destinato a raggiungere l’apice nei riferimenti alla condizione subordinata della donna nella società iraniana, pronta a emergere in tutta la sua drammaticità attraverso i discorsi e le opinioni degli interlocutori (maschili) che si alternano davanti alla mdp e che, soprattutto se riferita alla censura della libertà d’espressione artistica non può non ricordare le limitazioni subite da Panahi da parte de regime iraniano. 

“Tre volti” però è anche cinema allo stato puro: Panahi c’è lo ricorda con due sequenze da brivido, collocate all’inizio e alla fine del film. Di diverso tenore,  per il stato d’animo e la condizione dei protagonisti, parliamo in entrambi i casi di due lunghi piani sequenza in cui (soprattutto nel primo) il protagonismo assoluto del personaggio femminile e l’apertura allo spazio esterno rispetto quello limitato e claustrofobico fin li riservato alla donna dalle inquadrature del regista diventano l’epifania di un desiderio di libertà che almeno per una volta mette sullo stesso piano uomini e donne. Distribuito da  Cinema, “Tre volti” si aggiunge ai titoli da non perdere usciti in questa settimana. 
Carlo Cerofolini