domenica 9 settembre 2018

E’ stato pubblicato in rete un video di gamepaly di Call of Cthulhu che mostra la prima ora di gioco "#Spoiler "





In questo fine settimana di poco terrore e mistero occulto è tornato a mostrarsi anche Call of Cthulhu, il videogioco ispirato ai racconti e romanzi dello scrittore Howard Phillips Lovecraft. Il filmato è stato pubblicato su You Tube da  Focus Home Interactive e Cyanide e lo trovate qui sotto. Ha la durata di circa un’ora.











sabato 8 settembre 2018

VENEZIA 75 - SUSPIRIA

Suspiria
di Luca Guadagnino
con Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Gotz
Italia, USA 2018
genere, horror
durata, 152'



Luca Guadagnino presenta in concorso alla 75esima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il suo nuovo film “Suspiria” con protagoniste Dakota Johnson e Tilda
Swinton. Così come lo definisce lui stesso, “Suspiria” non è un remake dell’omonimo film del maestro
dell’horror italiano Dario Argento, ma una rivisitazione.
Se il film del 1977 oltre che un horror si può benissimo definire anche un thriller, dato il ritmo concitato dell’azione e i continui interrogativi che lo spettatore si pone, la stessa cosa non si può affermare per quanto riguarda l’opera di Guadagnino. Sin dalla lunghezza del più recente “Suspiria” (due ore e mezza) si evince un intento completamente diverso da parte del regista siciliano. L’opera di Guadagnino riprende la storyline
alla base del grande successo di Argento attuando modifiche da una parte minime dall’altra sostanziali. Sicuramente la tecnologia e i moderni metodi di miglioramento dell’immagine, del suono e degli effetti speciali sono stati un valido aiuto, ma, nonostante ciò, non hanno contribuito a rendere più spaventoso il nuovo film. Paradossalmente il film del 1977 risulta essere molto piùspaventoso soprattutto grazie ad una suspense ben congegnata e costruita dal grande maestro
dell’horror.

Nella rivisitazione la protagonista è comunque una giovane ballerina, Susie (Dakota Johnson), la
quale, per migliorare le proprie doti di danza, si sposta in una prestigiosa scuola di Berlino. Qui
conosce le sue compagne e stringe amicizia soprattutto con una di esse, Sara, mentre continua il suo impegno nella danza sotto la costante guida di Madame Blanc (Tilda Swinton). Al di là della trama, che, fatta eccezione per alcune linee base, si discosta notevolmente, soprattutto nella seconda parte, da quella originaria, anche il modo in cui avviene la narrazione è particolare e tipico di Guadagnino. Le inquadrature molto lunghe e le scene che si dilatano nel tempo sottolineano il marchio del regista più che un rimando all’opera alla quale si ispira e sembrano, in taluni frangenti, distrarre lo spettatore. La scena nella quale la giovane Olga, anch’ella ballerina presso la prestigiosa scuola di Berlino, si ritrova intrappolata in una stanza e, a poco a poco, si attorciglia su se stessa in base ai movimenti della protagonista impegnata in un attento ballo, è forse una delle più forti dell’intero film proprio a causa dell’eccessiva durata, durante la quale si vedono e si percepiscono le continue e improvvise mosse e i rumori prodotti dalle ossa spezzate contemporaneamente alla danza di Susie (che avviene in una stanza differente). Non si tratta, quindi, di una paura improvvisa, ma di un vero e proprio terrore alla vista e soprattutto all’udito di scene del genere.
Veronica Ranocchi

venerdì 7 settembre 2018

VENEZIA 75 - TRAMONTO


Tramonto
di Laszlo Nemes
con Vlad Ivanov, Susanne Wuest, Bjorn Freiberg, Levente Molnár, Urs Rechn
Ungheria, Francia, 2018
genere, drammatico
durata, 142'


Le immagini iniziali del nuovo film di László Nemes sono innanzitutto un atto d'amore del regista nei confronti del suo personaggio. In una storia che di lì a poco precipiterà in un abisso senza fine, il regista approfitta dell'introduzione per celebrare il volto della giovane donna intenta ad ascoltare la voce fuori campo. Nemes manifesta la trepidazione verso l'oggetto amato attraverso la morbidezza della luce che ne incornicia il volto e poi nella scelta di concentrare l'attenzione del pubblico sull'espressione della ragazza invece che sulle parole - pur importanti - proferite dalla sua interlocutrice. Per capire che Irisz Leiter sta cercando di farsi assumere come modista nel negozio appartenuto ai genitori dovremo aspettare che la mdp si apra sullo spazio circostante, definendo personaggi e ambientazione. Il tempo che intercorre per arrivare a quel punto svolge anche una funzione di senso, non solo nel fare della protagonista il centro del film, quello deputato a tenere insieme la tendenza centrifuga della narrazione, ma anche a fissarne un certo tipo di reticenza, appartenente sia a Irisz (nella sequenza in questione rimane muta) che agli altri personaggi, tutti, in un modo o nell'altro, poco disposti a esternare le ragioni dei loro comportamenti.


D'altronde in "Sunset" (come pure nel film vincitore dell'Oscar) il buio della ragione è il segno dominante per eccellenza. Rispetto ai reali motivi che fanno precipitare la situazione, catapultando la ragazza in un'odissea senza fine, poco viene rivelato e molto è lasciato all'intuizione. Certo, sappiamo di trovarci nell'Impero austro-ungarico di inizio Novecento e, ancora, nella Budapest che alla vigilia del primo conflitto attraversa la stagione di massimo fulgore. A parte questo, il resto è destinato a rimanere oscuro: lo è il passato della protagonista in merito al tracollo dell'impresa di famiglia, così come la psicologia che determina i comportamenti della ragazza di fronte al male. Lo stesso si può dire del suo datore di lavoro, il Signor Brill, le cui intenzioni nei confronti del prossimo non ci vengono mai realmente rilevate. Se poi ci mettiamo che il passato torna a bussare con la comparsa di un fratello mai conosciuto (Kálmán) e a capo dell'organizzazione terroristica intenzionata a mettere a ferro e fuoco la città durante la visita dei regnanti, è chiaro l'intento del regista di andare oltre la contingenza per mettere in scena l'insorgere del caos che di lì a poco avrebbe travolto l'Europa e la fine di un mondo intesa anche come crisi di un intero sistema di valori.


Come era accaduto ne "Il figlio di Saul" anche in "Sunset" la forma risulta decisiva nel veicolare significati ed emozioni. Da autore di razza a Nemes non manca il coraggio per organizzare una messinscena radicale che rovescia i principi vigenti nei film in costume. Per capirne la misura basterebbe prendere come termine di paragone "The Favourite", diretto da un autore a cui tutto si può imputare tranne di essere conformista. Ebbene, seppur alla propria maniera Lanthimos non rinuncia ai benefici derivanti dal sontuoso e raffinato allestimento messo in piedi per ricreare la corte dei re d'Inghilterra. Al contrario, Nemes rimane fedele a un cinema incendiario, impostato su continui cortocircuiti sensoriali che, a livello visivo, deflagrano le immagini riportandole a una stato primordiale. Cosi succede anche in "Sunset", nel momento in cui la mdp, decidendo di raccontare gli avvenimenti attraverso gli occhi e lo stato d'animo di Irisz, li rappresenta con una realtà deformata e allucinatoria, e quindi con figure e cose spesso sfocate, inquadrate a malapena e nascoste dal buio della notte. Va da sé che, in questa maniera, a contare di meno sono proprio decor, costumi e scenografie, sacrificati in termini ottici alle continue astrazioni del regista, mentre a prendere piede è l'angoscia e la paura derivata dalla minaccia pendente sul destino dei personaggi. Inserito nella selezione del concorso ufficiale della Mostra del cinema, "Sunset", con il suoi febbricitanti personaggi, il nichilismo a oltranza e la carica rivoluzionaria sembra una versione filmata dei "demoni" dostoevskijani. Bellissima e struggente la regia di Nemes si candida al premio di categoria.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

VENEZIA 75 - 22 LUGLIO


22 Luglio
di Paul Greengrass
con Anders Danielsen Lie, Jonas Strand Gravli, Jon Øigarden
Norvegia, Islanda 2018
genere, drammatico
durata, 143'



Ultimo della pattuglia di film Netflix inseriti in concorso e non, “22 Luglio” è destinato a non fare meno scalpore dei precedenti, se non altro per il fatto di raccontare a uno degli episodi più tragici della Storia norvegese, rifacendosi il regista Paul Greengrass  all’uccisione di 77 persone da parte dall’estremista di destra Anders Breivik”, convinto che lo sterminio compiuto in un’isola di fronte a Oslo, residenza di un campo estivo per ragazzi ispirato a posizioni progressiste nei confronti delle politiche sull’immigrazione potesse costituire il punto di svolta per un cambio in senso restrittivo delle stesse. “Le scene del massacro” d'altronde sono luoghi cinematograficamente molto frequentati perché la visione di questo tipo di  violenza - desunta dal quotidiano e  impresa nella memoria collettiva della comunità -oltre a soddisfare il voyeurismo del pubblico funziona  come catarsi rispetto alle notizie di attentati e stragi a cui ogni giorno si deve prestare orecchio. Greengrass poi è un vero e proprio specialista del genere in questione, avendo diretto “Bloody Sunday” (2002), “United 93”(2006) e “Captain Phillips - Attacco in mare aperto” (2013), nei quali la realtà veniva romanzata quel tanto che basta per trasformare la cronaca in fiction.  Nella fattispecie la carneficina dell’isola di Utøya ricordava per obiettivo e modus operandi quelle messinscena il  due film memorabili come “Polytechnique” di Denis Villeneuve e “Elephant “di Gus Van Sant, 


Da questo punto di vista “22 July” rappresenta una variabile tanto ai capolavori degli autori appena citati che ai lungometraggi precedenti dello stesso regista . Greengrass infatti non solo rinuncia al taglio documentaristico (soprattutto alle sgranature fotografiche) e all’impazzita suddivisione del frame che avevano caratterizzato i suoi lavori più famosi a favore di una regia quasi classica che suddivide (altra novità) la storia in due momenti differenti. Se nei titoli elencati in questa recensione la narrazione terminava con il compiersi delle strage, “Luglio 22”  prevede anche un momento successivo che è quello dell’elaborazione del lutto da parte dei sopravvissuti e dell’intera nazione attraverso il processo al colpevole. Una variabile non da poco quest’ultima poiché si trattava di far coesistere l’istintività del primo segmento di racconto, imperniato sulle caratteristiche tipiche del thriller e dell’action con la razionalità e i riti della giustizia proprie del legal drama. Detto che in quest’ultima sezione a stupire - anche in virtù degli opposti reazioni mostrate nei prodotti americani - è la compostezza  delle parti lese che anche di fronte alla mostruosità delle azioni commesse dall'imputato non perdono mai di vista i principi costituzionali facendo di tutto pur di assicurare a Breivik un trattamento (in cella e nelle aule di tribunale) equo, una delle parti vincenti del film sta nella scelta di utilizzare attori locali, rinunciando -  come spesso invece succede - a un cast internazionale monopolizzato dalla presenza di stelle del cinema hollywoodiano. Il risultato per Greerass è un film più normale e meno sperimentale dei precedenti che, però, riesce a coinvolgere il pubblico senza retorica, ne spettacolarizzazione tenendolo  fino all’ultimo sospeso sulle sorti . In attesa di sapere cosa ne penseranno Del Toro e soci che tra due giorni ci faranno conoscere le loro scelto segnaliamo che da noi  Luglio 22 dovrebbe essere visibile sulla nota piattaforma e non nelle sale dei cinema.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)


giovedì 6 settembre 2018

VENEZIA 75 - WHAT YOU GONNA DO WHEN THE WORD'S ON FIRE



What You Gonna Do When the World's On Fire?
di Roberto Minervini
USA, 2018
genere, documentario
durata, 123'


Got to give us what we want (uh)
Gotta give us what we need (hey)
Our freedom of speech is freedom or death
We got to fight the powers that be
("Fight the Power" di Public Enemy)


Roberto Minervini è un regista abituato a non piangersi addosso: lo dicono i fatti e soprattutto lo dimostra il modo in cui il l'autore di "Stop the Pounding Heart" è riuscito a realizzare i suoi film, trovando in America ciò che gli era stato negato nel nostro paese. L'annotazione è importante, perché questo approccio Minervini lo riserva anche ai suoi film che, al di là di ambientazioni e tipologie umane, risultano sempre propositivi e colmi di vita, pronti a reagire alle difficoltà produttive (del regista) e sociali (dei personaggi) dentro le quali vengono alla luce. Problematiche che si ripresentano anche nel nuovo lavoro per la delicatezza del tema (il razzismo e l'intolleranza praticati nei confronti della popolazione di colore) e per i rischi di incolumità fisica connessi con la necessità del regista di integrarsi con gli abitanti di uno dei quartieri più depressi di New Orleans per raccontare la protesta della comunità afro americana attraverso tre "esperienze", indicative del clima di malcontento e di tensione che si respira negli Stati Uniti di Donald Trump. 

In questo senso "What You Gonna Do When the World's On Fire?" è forse il film più politico realizzato dal regista marchigiano poiché questa volta ad avere la meglio sulla cosiddetta "Invenzione del reale" - espressione rubata al critico e produttore del film Dario Zonta - c'è l'importanza del messaggio e la volontà di divulgarlo senza filtri, con un impeto e un'aggressività paragonabili a quelli delle migliori canzoni rap. Dunque, se in altre occasioni, la forma documentario era stata contaminata da stratagemmi che (seppur in parte) la ordinavano ai principi di fluidità e coerenza impiegati dal cinema di finzione, questa volta tali aspetti risultano ridimensionati: all'interno delle singole sequenze, con i movimenti della mdp e le aperture sull'ambiente limitati allo stretto indispensabile e nella prevalenza di campi contro campi sui volti dei personaggi, verso i quali Minervini si rapporta con una vicinanza di riprese destinata a essere il segno della totale adesione alle vicissitudini dei personaggi; più in generale, utilizzando un montaggio che enfatizza il clima di "guerriglia" con stacchi netti tra una scena e l'altra. 

Nel dare spazio alla protesta di fronte alle ingiustizie di un sistema persecutorio che non si limita a togliere speranze e lavoro ma anche la vita ("La polizia sparava, mi buttavo a terra per non essere colpito" ha detto il regista nel corso della conferenza stampa), Minervini realizza un film rigoroso e scomodo anche per una Mostra come quella di Venezia che, però, ha avuto il merito di metterlo in concorso. In un momento in cui nel cinema essere un interprete di colore non è più uno svantaggio e dove attori come Chadwick Bozeman e Michael B. Jordan rappresentano un'alternativa anche estetica al modello (Wasp) dominante, "What You Gonna Do When the World's On Fire?" costituisce un'anomalia non da poco, a cominciare dalla scelta di rinunciare al colore - fondamentale in film come "Black Panther" e "BlacKkKlansman" - per un bianco e nero anni Settanta che sembra rievocare le consapevolezze di quell'epoca, indirettamente suscitate dal razzismo e dall'intolleranza dell'America trumpiana, ma soprattutto nel senso di ribellione che si sprigiona dalle parole di Judy, la barista costretta a chiudere il suo locale, e da quelle dello slogan (Black Power) che scandisce le azioni dei militanti delle Black Panthers.


Se poi di fronte allo schematismo della progressione narrativa qualcuno storcesse la bocca, bisogna ricordare che il pregio di un'opera come quella di Minervini non è di non far sentire il peso della sua durata, ma di non fare marcia indietro anche quando la realtà risulta meno "fotogenica". Senza dimenticare che, alla pari di quelle di cineasti come Wang Bing, anche le immagini realizzate da Minervini non nascono per caso, ma sono il frutto di un rapporto di stima e di confidenzialità nate dalla condivisione di un pezzetto del medesimo vissuto. Riuscire a trasformarlo in un cinema d'assalto nella maniera in cui lo è "What You Gonna Do When the World's On Fire?" diventa qualcosa di straordinario e irripetibile.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

mercoledì 5 settembre 2018

VENEZIA 75 - CAMORRA

Camorra
di Francesco Patierno
Italia, 2018
genere, documentario
durata, 70'

Prima di entrare nel merito del nuovo lavoro di Francesco Patierno vale la pena soffermarsi sull'etimologia del sostantivo che dà il titolo all'opera. Per chi non lo sapesse infatti il termine in questione è la conseguenza del passaggio semantico che serve a trasformare i significati di vizio e malaffare collegati al nome della città biblica di Gomorra in quelli di delinquenza e malavita insiti nel termine voluto dal regista per il suo film. Quella che sembrerebbe una semplice disquisizione è invece l'indizio del punto di vista dell'autore, il quale, scegliendo di spogliare la fenomenologia malavitosa delle leggende che ancora oggi continuano a fiorire intorno a tale fenomeno decide di affrontarlo tornando alle origini della sua nascita, mettendo ancora una volta al centro dell'indagine - dopo "Naples '44" - l'osmosi esistente tra le caratteristiche socio culturali proprie del capoluogo campano e le condizioni di vita dei suoi abitanti meno abbienti e fortunati. In realtà, rispetto alle scene di umana disperazione raccontate da Lewis, poco sembra essere cambiato se è vero che anche il pittoresco connesso con la capacità tutta locale di fare di necessità virtù vent'anni dopo si è trasformata in un pragmatismo che lascia poco spazio alla fantasia. 


Così, se l'arrivo degli alleati, oltre a segnare l'inizio della libertà, portava con sé problemi di ordine morale che riguardavano soprattutto il bisogno di salvaguardare la propria onorabilità di fronte alle lusinghe dei nuovi "salvatori", negli anni 60 la situazione è completamente cambiata: la lotta per il controllo del contrabbando internazionale, l'affrancamento dalla Mafia siciliana e dal Clan dei Marsigliesi e, ancora - negli anni 80 - , la fondazione della cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, vedono un innalzamento del livello di violenza che trasforma le strade della città in un vero e proprio campo di battaglia. Di questo, il film di Patierno dà testimonianza senza ricorrere a facili stereotipi e lasciando che a parlare siano da una parte il degrado ambientale in cui si svolge la "mattanza", dall'altra, in un rapporto di causa effetto con quest'ultima, le persone, soprattutto bambini, che per primi ne sono vittime. Senza dimenticarsi di personaggi storici come Pupetta Maresca che ammazza il boss che gli ha ucciso il marito, e soprattutto Raffaele Cutolo, capace di trasformare la Camorra in un'industria del crimine, al regista interessa soprattutto trovare conferma della tesi a proposito dell'assuefazione al male del popolo napoletano, storicamente incapace di ribellarsi allo status quo voluto dalle classi dirigenti nel corso dei secoli. Le disinibite testimonianze dei baby criminali convinti (dagli adulti) che i soldi siano più importanti della vita umana, ma anche l'emergere della responsabilità di questi verso coloro - soprattutto i famigliari - che li mandano al macello, risultano più efficaci di qualsiasi altra cosa nel trasmettere il sentimento di ineluttabilità che attraversa la condizione di queste persone. 


Dovendosi confrontare con un argomento che in qualche modo conteneva caratteristiche rintracciabili tanto in "Naples 22" quanto in "Dva!", per i riferimenti letterari e spettacolari che da sempre appartengono alla narrazione del fenomeno camorristico, Patierno evita di cadere nelle trappole della retorica da un lato riproponendo il dispositivo messo a punto nei lavori precedenti, e quindi facendo del suo documentario un atto di pura creazione, derivata in parte da un montaggio (delle immagini di repertorio) fatto di raccordi e assonanze non sempre esplicite e da un utilizzo straniante del commento musicale (di Meg, che oltre a cantare è anche la voce narrante) modulato su sonorità che talvolta sono più moderne rispetto al contenuto delle immagini; dall'altro, cercando di mantenere il film in un alveo di realtà e concretezza pari a quella dei personaggi che la popolano, e perciò, evitando di ricorrere alle astrazioni altrove necessarie per rendere una materia altrimenti volatile. 

Come già capitato, a sorprendere nel cinema di Patierno è la capacità di lavorare sullo sguardo dello spettatore che si ritrova nella condizione di guardare a ciò che già conosce come fosse la prima volta. L'effetto è straniante, a tratti destabilizzante per le nostre sicurezze. Senza entrare in competizione con la popolarità di certe serie televisive di cui "Camorra" rappresenta comunque un contraltare, il film di Patierno smentisce lo stereotipo per cui di certi argomenti si è già detto tutto. Dopo aver visto il film la penserete diversamente al contrario.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

martedì 4 settembre 2018

Fortnite: Sprofondo Stantio subirà altre modifiche con l’arrivo dell’aggiornamento 5.40 " Ecco il nuovo edificio "



Fortnite è in fibrillazione per l’inizio dell’evento High Stakes, ma l’aggiornamento 5.40 si sta facendo attendere più del previsto. Grazie ad alcuni fan molto attenti, abbiamo però scoperto che l’update, oltre all’evento, introdurrà anche dei cambiamenti allo Sprofondo Stantio.
Stiamo parlando del grosso cratere formatosi in seguito alla caduta del meteorite all’inizio della Stagione 4. Da allora è andato incontro a numerosi mutamenti, e altri sono in arrivo. Durante il reveal stream della modalità a tempo Getaway, inclusa nel prossimo evento High Stakes, gli spettatori hanno scattato uno screenshot della mappa di gioco che ha messo in evidenza il cambiamento dello Sprofondo Stantio.
Per la precisione, come potete vedere voi stessi, con la patch 5.40 verrà introdotta una nuova area aperta a nord della fabbrica. Non è chiaro, al momento, di cosa si tratta precisamente. Per questo dovremo attendere l’aggiornamento, che probabilmente arriverà giovedì 6 settembre 2018.