giovedì 21 giugno 2018

DRIVE E THE NEON DEMON SU NETFLIX: L'ANALISI DI DUE CAPOLAVORI PER SCOPRIRE IL REGISTA DI CULTO DANESE



Valgano per tutti, solo per citare i fatti di casa nostra, gli esempi di Rimetti a noi i nostri debiti, presentato in via esclusiva dal colosso americano e, notizia di questi giorni, l’acquisto nientedimeno che di Lazzaro Felice. Non stupisce allora di ritrovare accanto a serie di successo e campioni d’incasso due dei titoli più importanti della filmografia di Nicolas Winding Refn, regista danese celebrato dai cultori per un approccio anticonformista e talvolta persino radicale alla materia affrontata. In realtà trattandosi, nel caso, di Drive (2011) e di The Neon Demon (2016), in sede di presentazione, qualche distinguo appare doveroso.


Girati entrambi in America, i titoli in questione rappresentano insieme a Solo Dio Perdona le tappe di una trilogia destinata a ridefinire il cinema di Nicolas Winding Refn, spingendolo, se è possibile, ancora più avanti in termini di stilizzazione e impeto visionario. Invero, Drive non lasciava presagire ciò che poi è stato, figurando, per impostazione e messinscena, tra le opere meno eversive del nostro. Frutto di uno script altrui ricevuto dal divo Gosling, che aveva imposto Refn alla produzione e disegnato su una delle forme di genere più popolari come quella della crime story, nelle mani dell’autore di Copenaghen il film tralascia di quest’ultima gli aspetti più convenzionali per concentrarsi su alcuni topoi più personali, a cominciare dalla narrazione che procede per archetipi – vedi la figura dello straniero senza nome (in effetti il protagonista non ne ha uno) figlia di un immaginario western, come pure il paesaggio umano caratterizzato da fanciulle da difendere e cattivi da sconfiggere a delineare l’eterna lotta tra bene e male presente in molta narrazione mainstream – e dalla scelta di un personaggio, quello del pilota d’auto determinato a sacrificarsi per proteggere la vita della vicina di casa e il figlioletto, minacciati da una banda di malviventi, silenzioso, impassibile quanto, all’occorrenza, spietato. Ed è proprio la tentazione della violenza, chiamata da Nicolas Winding Refn a sostituire la ragione delle parole, a costituire il terminale di ogni possibile nucleo passionale e al contempo il suo più esplicito surrogato. Ciononostante Drive viene accolto a Cannes da grandi favori e da un premio – quello alla migliore regia – che ne testimonia la sostanziale aderenza ai gusti di un pubblico generalista.


The Neon Demon, al contrario, arrivato tra l’altro dopo il flop critico e commerciale di Solo Dio perdona, ribalta le prospettive contenutistiche e formali del suddetto Drive, archiviando in via definitiva ogni aspettativa di accessibilità. Con questo non si vuole dire che il film in questione nasconda temi e finalità finanche evidenti nella volontà di incarnare attraverso la parabola della giovane modella Alice/E.Fanning un’idea di bellezza affascinante e mortifera, fino al punto di divorare se stessa e la propria ambizione. A cambiare, cioè, non è ad esempio la persistenza della violenza – se possibile qui ancora più crudele e sadica – quanto la maniera e il tono generale della narrazione: meno legata a meccanismi di causa effetto la prima, allucinatorio e quasi onirico, il secondo.

Va da sé che in uno scenario siffatto acquisti minor importanza la presenza del personaggio principale: per quanto il Gosling di Drive figurava dall’alto di un’icona in grado di rappresentare da sola l’intera vicenda, la Fanning di The Neon Demon è destinata, se non a scomparire nel carosello barocco allestitole intorno da Refn, quantomeno a recitarvi un ruolo forzatamente secondario. Apice della poetica di Nicolas Winding Refn e alla pari degli altri due, destinato a un culto limitato ma tenace, The Neon Demon è respinto dall’establishment senza appello. Non gli si perdona, tra l’altro, la mancata realizzazione delle promesse messe in campo con Drive.

A Netflix e al suo pubblico il compito dunque di restituire ciò che in sede critica è stato tolto soprattutto al secondo dei due capolavori, nella speranza che questa volta non ci siano altri ostacoli alla visione di entrambi.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

mercoledì 20 giugno 2018

NOSFERATU - IL PRINCIPE DELLA NOTTE


Nosferatu – Il principe della notte

di Werner Herzog
con Klaus Kinski, Isabelle Adjani, Bruno Ganz
Germania, Francia, 1979
genere, horror
durata, 107’
La paura della solitudine.

Remake dell’omonima pellicola di Friedrich Wilhelm Murnau del 1922, il Nosferatu  di Werner Herzog, uscito nel 1979, presenta anch’esso le stigmate del capolavoro dell’opera originale, riuscendo contemporaneamente a rimanergli fedele, riproponendone tagli e inquadrature, e al tempo stesso a rivisitarlo dal punto di vista poetico, strutturale e artistico,  portando a termine l’idea iniziale del regista di mostrare il legame che unisce il  cosiddetto  nuovo cinema tedesco, di cui egli fa parte, e il cinema espressionista del periodo della Repubblica di Weimar.  Herzog realizza un film dai tratti onirici e allucinati,  dai colori freddi ed eterei e dalle numerose citazioni pittoriche che trascinano lo spettatore in un viaggio in cui il confine tra realtà e sogno si fa sempre più sottile, così che a tratti la vicenda ci sembra essere frutto degli incubi di Lucy, come suggeriscono le immagini iniziali, o dei vaneggiamenti di Jonathan, fino ad assumere il punto di vista del conte Dracula.La storia ha uno sviluppo pressoché identico a quella del film di Murnau ma ne ribalta le prospettive. Il vampiro interpretato da Klaus Kinski, attore feticcio del regista, ispira così una forte empatia nello spettatore grazie ad una recitazione che, pur figlia degli insegnamenti di quella originale di Max Schreck, della quale vengono ripresi movimenti e posture, viene arricchita da Kinski con una nota fortemente drammatica e malinconica volta a sottolineare la solitudine del conte, lo strazio per la mancanza d’amore e i tormenti causati dall’incapacità di invecchiare e morire. Tale figura si va ad inserire nel novero dei personaggi, presenti nell’intera filmografia del cineasta, contraddistinti da una sorta di alterità a cui viene rivolto lo sguardo del regista proteso a scandagliare l’universo interiore di figure umane caratterizzate dalla diversità e dalla sofferenza, inserite in una comunità sociale che fatica ad accettarle e con le quali non riesce a comunicare. 

Il tema dell’incomunicabilità in realtà si manifesta in lunghi tratti della vicenda, e non riguarda solamente il personaggio del conte Dracula, basti pensare infatti alla diffidenza con cui Jonathan Harker accoglie gli avvertimenti degli zingari del posto, volti a scongiurare il suo incontro con il vampiro, o i tentativi della moglie Lucy di spiegare come ci si trovi di fronte al male assoluto e di come questo sia la causa dei deliri di Jonathan. Lucy, che assume nella parte finale del film il ruolo di protagonista, non viene creduta nemmeno dal dottor Van Helsing che pensa che le sue angosce  siano frutto di mere superstizioni, e nel suo vagare per le strade di Wismar, ormai in preda all’anarchia generata dalla peste, si ritrova anch’essa a vivere quella condizione di alterità, tipica del personaggio di Kinski, incapace di comprendere come sia possibile che essa sia l’unica persona preoccupata di una tale decadenza. Herzog fotografa l’intero film in maniera magistrale, ispirandosi all’arte romantica tedesca, in particolare ai quadri di Caspar David Friedrich, sia per l’utilizzo dei chiaro-scuri ma anche per la composizione di numerose inquadrature. Infatti osservando la passeggiata di fronte al mare di Jonathan e Lucy, ad esempio, è impossibile non notare la stretta somiglianza con il punto di vista e il cromatismo dell’opera Monaco in riva al mare (1810) ; lo stesso vale per le riprese degli splendidi paesaggi, le cui geometrie si rifanno al gusto estetico dell’arte di Friedrich capace di mostrare la natura in maniera idilliaca e malinconica, ma al tempo stesso minacciosa, e di farne uno dei soggetti principali senza mai utilizzarla come semplice sfondo. Per questo anche Herzog compone spesso le proprie scene in modo che il soggetto sia inquadrato di tergo mentre contempla la natura, secondo il Rückenfigur romantico. 

Un’altra fonte di ispirazione è sicuramente l’arte fiamminga, soprattutto per quanto riguarda una delle sequenze più memorabili del film che vede la piazza di Wismar invasa dai topi mentre si consuma l’ultimo banchetto di una borghesia ormai prossima alla morte. Qui il cineasta sembra rifarsi alle opere di Pieter Bruegel come il Combattimento tra carnevale e quaresima (1559) o  Il trionfo della morte (1566), sia per il gusto funereo e a tratti raccapricciante, che per l’analisi degli istinti primordiali, ma anche per lo splendido alternarsi tra un punto di vista dall’alto, volto ad inquadrare l’intera piazza, tipico del pittore fiammingo, e l’analisi dei singoli particolari dei macabri balli e  dei banchetti in cui si immerge la macchina da presa seguendo gli spostamenti di Lucy incredula di fronte a tale dissoluzione, accompagnata splendidamente  dal canto Zinzkaro georgiano. A creare ulteriormente l’atmosfera sognante, onirica e lisergica del film è sicuramente la colonna sonora affidata alla musica esoterica dei Popol Vuh, gruppo krautrock, già collaboratore di Herzog in Aguirre, furore di Dio (1972), ne L’enigma di Kaspar Hauser (1974) e successivamente in Fitzcarraldo (1982). I loro brani si integrano perfettamente con le immagini architettate dal regista, con quella natura affascinante e nemica dipinta nel film. Durante il viaggio verso la Transilvania il gruppo lascia spazio alla musica di Richard Wagner, in particolare al Preludio de L’oro del Reno, mentre nel finale, che vede Jonathan cavalcare ormai vampirizzato, possiamo sentire il Sanctus di Charles Gounod. In definitiva Herzog rilegge il Nosferatu di Murnau riuscendo a farlo suo, apparentemente senza stravolgerlo ma inserendo quei piccoli cambiamenti capaci di farne un’opera assolutamente originale, affascinante e drammatica che non smette mai di svelare, ad ogni visione, i suoi significati più nascosti rendendola semplicemente un capolavoro. 
Andrea Ravasi


                                




martedì 19 giugno 2018

ULYSSES: THE DARK ODISSEY


Ulysses: The Dark Odissey
di Federico Alotto
con Andrea Zirio, Danny Glover, Anamaria Marinca, Udo Kier, Skin
Italia, 2018
genere, azione, drammatico
durata, 110'



Prima di entrare nel merito del lavoro svolto da Federico Alotto nel suo Ulysses: A Dark Odyssey vale la pena considerare le implicazioni derivate dalla scelta di ispirare la vicende del film a un classico dell’epica antica come quello scritto dal poeta Omero duemila anni fa.  Se, come lo è, il nostos di Johnny Ferro – soprannominato Ulysses -, reduce di guerra impegnato nella ricerca dell’amata Penelope e nell’eliminazione di coloro che glielo vorrebbero impedire, potrebbe essere la trama di uno dei tanti film prodotti dall’industria hollywoodiana, si ha la misura di quanto gli archetipi presenti in uno dei  grandi classici della letteratura greca siano ancora oggi fonte d’ispirazione per le nuove generazione di cineasti. Per contro c’è da dire che, di fronte a una fonte cosi sfruttata e popolare, a essere decisiva non è tanto il rispetto filologico della materia quanto la capacità di saperla tradire con un veste rinnovata e originale.

Sotto questo profilo Alotto non è da meno dei colleghi inglesi e alla pari del make-up operato dai vari Branagh e Loncraine sul testo e sul contesto delle tragedie shakesperiane, ambientando la sua Odissea in un futuro a noi molto vicino (il 2020), in una megalopoli (Torino, trasformata in  Taurus City) caotica e multirazziale in cui il malaffare è controllato dallo spietato Michael Ocean, determinato a ostacolare in tutti i modi possibile i propositi di Ulysses.

Prodotto in maniera indipendente, ma con l’ambizione di potersi confrontare con le grandi produzioni straniere e americane, Ulysses: A Dark Odyssey rinuncia – per forza di cose – alla grandeur scenografica e alle sequenze pirotecniche (sostituite in maniera efficace da inserti d’animazione) per concentrarsi sulle antinomie iconografiche dei personaggi e sulla loro caratterizzazione, tratteggiata all’insegna dell’eccentricità visiva e umorale, con  esasperazioni drammaturgiche chiamate a trasferire sul piano emotivo la decadenza e il terrore che si respirano per le strade della città. Confezionato per il mercato internazionale, il mix tra cinema mainstream e sguardo autoriale è garantito dallo status e sopratutto dall’immaginario che regalano gli interpreti, tra cui vale la pena ricordare il Danny Glover di Arma Letale, qui  nella parte del cattivo, la Anamaria Marinca di  4 mesi, 3 settimane e 2 giorni scelta per  il ruolo di Penelope e, ancora, Udo Kier e Skin, la cantante degli Skunk Anansie.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su taxidrivers.it)

Oggi alle 15:00 Vi Aspetto in Diretta Live su #Prey " il Dlc MoonCrash " Non Mancate



Ciao Ragazzi Oggi Porterò  il Dlc di Prey " MoonCrash " si Prospetta una vera Sfida Titanica nel portare al termine questo dlc " Vi aspetto oggi alle 15:00 sotto vi allego il Trailer del Gioco Buona Visione a Tutti "  






Mooncrash è un DLC zeppo di belle idee che cerca di spingere al massimo sul fronte della sperimentazione, a partire dalla non linearità dell'esplorazione per arrivare alla componente roguelike su cui si basa parte del gameplay e della rigiocabilità. Sembra davvero che Arkane non si sia fermata un attimo dopo l'uscita di Prey e voglia prima di tutto ricompensare i fan del suo titolo offrendo un'importante patch gratuita e soprattutto un add-on ricco di contenuti che tenta, per la prima volta, di far sbarcare il franchise anche nel multiplayer. Mentre state leggendo queste righe potete comprare a 19,99€ e scaricare Mooncrash, e state tranquilli che nei prossimi giorni sulle nostre pagine troverete una recensione approfondita.




lunedì 18 giugno 2018

il presidente di Sony -Shuhei Yoshida- Sgancia la Bomba ha rivelato che quanto visto all'E3 rappresenta solo la punta dell'iceberg alcuni titoli esclusivi annunciati già in sviluppo per PS4 ma non annunciati all'E3 2018"







Nel corso di una recente intervista, il presidente di Sony -Shuhei Yoshida- ha rivelato che quanto visto all'E3 rappresenta solo la punta dell'iceberg "targato" Playstation 4. Stando a quanto riportato dallo stesso presidente, esistono infatti titoli esclusivi già in sviluppo non ancora annunciati, che saranno rivelati al momento più opportuno in modo da non rubare troppo spazio a titoli di sicuro successo come The Last of Us 2, Days Gone e Death Stranding.

Notizia Confermata: su The Last of Us 2 " Ellie sarà l'unico personaggio giocabile "




Il trailer di The Last of Us 2 è stato foriero di informazioni in merito a diversi aspetti che ci accoglieranno, non sappiamo purtroppo quando, nella versione finale del gioco. Uno tra tutti è che Ellie sarà l'unico personaggio giocabile. Ok, è vero: un trailer è pur sempre un trailer e tutto potrebbe cambiare nella versione finale, ma sono stati gli stessi responsabili di Naughty Dog a dichiarare che sarà solo lei l'unica protagonista di cui potremo prendere i comandi nel corso dell'avventura.  "Nel primo episodio Ellie aveva solo 14 anni, ora è perfettamente in grado di difendersi da sola"  E Joel? Non è chiaro se potremo utilizzare anche il vecchio amico di Ellie in alcune sezioni del gioco, esattamente come accaduto a parti invertite nel primo The Last of Us, ma come sempre accade nei titoli Naughty Dog, le sorprese sono sempre dietro l'angolo.






Parliamo di Dying Light 2: Ciclo giorno/Notte "Ecco cosa vi Aspetta"






Dying Light 2 è stato annunciato durante la conferenza E3 2018 di Microsoft e gli sviluppatori hanno già promesso un sacco di miglioramenti rispetto al gioco originale. Uno dei più grandi sembra essere nel ciclo giorno / notte.
Il creative director Adrian Ciszewski ha dichiarato a DualShockers durante un'intervista all'E3 2018 che non può ancora rivelare molto sul ciclo perché è coinvolto un "grande cambiamento" e potrebbe essere un "argomento per un'intera conferenza".
Detto questo, ha fornito alcuni suggerimenti. La notte non è più una "costrizione", ma diventa un'opportunità in quasi tutto, compreso il combattimento e il completamento delle missioni. Poiché il giorno è per gli umani e la notte è per gli zombi, durante la notte ci sono più occasioni per combattere. Mentre c'è ancora la terribile esperienza di essere inseguiti nell'oscurità, non si tratta solo di scappare e trovare riparo.
D'altra parte, durante il giorno ci sono i degenerati, alcuni dei quali sono nemici più grandi e più difficili. Eppure, nei quindici anni trascorsi dagli eventi del primo gioco, le persone hanno imparato come vivere con loro e superare il problema della loro presenza. Per lo più bisognerà essere consapevoli della loro presenza e assicurarsi di non essere circondati.




Poiché la mappa è quattro volte più grande di quella di Dying Light e dell'espansione The Following combinate, ci sono alcune parti della città dove ci sono più nemici. Altre parti della città sono colonizzate da fazioni umane, questo crea una variegata esperienza per l'esplorazione e la scoperta. Il fatto che ci siano aree con più persone e altre con più infetti rende l'esplorazione sicuramente meno noiosa.
Gli infetti vivono nei loro rifugi, dove potrete trovare oggetti che sono molto difficili da trovare durante il giorno. La notte è, quindi, una grande opportunità per dare la caccia a questi premi quando gli infetti lasciano le loro tane. Poiché questi edifici sono spesso danneggiati, dovrete usare le vostre abilità nel parkour per raggiungere la cima ed esplorarli.
Ci sono altri esempi di cose che possono essere fatte durante la notte, ma Techland non ha condiviso altri dettagli in merito.
L'obiettivo di questo cambiamento è che la notte smetta di essere solo un momento in cui il giocatore è spaventato. Ora la notte diventa parte del gioco in cui il giocatore deve sentire l'opportunità di fare cose che non può fare durante il giorno.