sabato 4 marzo 2017

FALCHI

Falchi
di Tony D'angelo
con Fortunato Cerlino, Michele Riondino, Xiaoya Ma
Italia, 2017
genere, poliziesco
durata, 90'

Peppe e Francesco sono due Falchi, ovvero due poliziotti della sezione speciale della Squadra mobile di Napoli: girano per i vicoli della città in moto e in borghese, dando la caccia alla piccola e grande criminalità, che comprende non solo la tradizionale camorra, ma anche le nuove mafie di importazione, come quella cinese. I Falchi sono "nati per difendere e combattere", come i cani che Peppe fa addestrare proprio agli esponenti della malavita cinese, che gestisce gli incontri clandestini fra molossi. Dalla vicenda di Marino, il capo della squadra mobile, prende le mosse la storia di Peppe e Francesco, fratelli di strada, l'uno impegnato a distinguere il giusto dall'ingiusto in un mondo in cui quel confine diventa sempre più labile, l'altro in cerca di conforto per il proprio senso di colpa, tanto dall'assunzione di droghe quanto dalla frequentazione di un bordello cinese.


Toni D'Angelo, figlio del cantante Nino che firma lo strepitoso come to musicale, ha la sceneggiata napoletana nel Dna, ma crea un melodramma che guarda più a Hong Kong che al Golfo partenopeo. L'estetica di "Falchi" vuole essere un omaggio a Johnnie To e John Woo, ma anche ad Andrew Lau e Alan Mak, e ricorda quella della serie TV "Gomorra", tantopiù che nei panni di Peppe c'è Fortunato Cerlino, alias Don Pietro Savastano. Peppe e Fortunato sono morituri per via del tipo di lavoro che hanno scelto, in quel mondo a metà fra legge e fuorilegge. D'Angelo sceglie di raccontare la brutalità della loro esistenza quotidiana con una cura estetica che si avvale della bella fotografia di Rocco Marra, imbevuta del cinema classico di genere e della graphic novel.


I dialoghi sono minimalisti, i silenzi eloquenti, le atmosfere fumose e malinconiche, le ombre profonde, le coscienze sporche. Cerlino prosegue nella sua immedesimazione con il lato dark della napoletanità, al di qua e al di là della legge, e Michele Riondino, nei panni di Francesco, aggiunge alla sua lista nuovi personaggi tormentati e assuefatti, mettendo la propria fragilità al servizio di una caratterizzazione maschile profondamente contraddittoria. Non c'è molto di nuovo in "Falchi", ma è molto apprezzabile la capacità di far confluire la conoscenza del cinema e delle tecniche di ripresa in un racconto sospeso nel tempo e ambientato in un luogo che in qualche modo racconta l'Italia di oggi, indecisa fra desiderio di riscatto e autolesionismo letale.
Riccardo Supino

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ORE 15:00 SI PARTE CON HORIZON ZERO DAWN, DURATA DELLA DIRETTA FINO ALLE 18:00

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giovedì 2 marzo 2017

GIOCHI DI MARZO GRATIS DI PS4 " GUARDA VIDEO CON 2236 NON MI PIACE"





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mercoledì 1 marzo 2017

LA LEGGE DELLA NOTTE

La legge della notte
di Ben Affleck
con Ben Affleck, Sienna Miller, Zoe Saldana, Elle Fanning, Brendan Gleeson
USA, 2017
genere, noir drammatico
durata, 128'



Quando si arriva in cima a una montagna dopo una scalata lunga e complicata può capitare che venga a mancare l’ossigeno e non si riesca più a ragionare. In altri termini e contesto ma con gli stessi risultati è quello che deve essere successo a Ben Affleck durante la lavorazione di “La legge della notte”, l’ultimo realizzato nella triplice veste di regista, attore e sceneggiatore. Costellata da una scia di  ascese e di cadute conclusesi con la vittoria di un Oscar (grazie alla regia di “Argo”) tanto inaspettata quanto risolutrice dei problemi che fin li ne avevano messo in discussione carriera e vita privata, la vicenda del nostro è di quelle che una volta superate sono capaci di farti perde il contatto con la realtà . Con il mondo ai suoi piedi anche per la ritrovata credibilità a livello attoriale (“Batman v Superman: Dawn by Justice” e soprattutto di “The Accountant”) Affleck ha pensato di potercela senza l’aiuto di altri, “mettendosi in scena” con una trama e dei dialoghi scaturiti esclusivamente dalla propria penna e non, come era capitato in precedenza, dalla collaborazione con altri sceneggiatori. Considerato poi che la fonte a cui si ispirava “La legge della notte” era nientedimeno che l’omonimo romanzo di Dennis Lehane, nume tutelare di un classico come Mystic River” ma anche di “Gone Baby Gone” (dello stesso Affleck), e che bellezza e competenza non facevano difetto nel curriculum degli attori di contorno (Sienna Miller, Brendan Gleeson e Elle Fanning) si rimane ancora più sorpresi dalla scarsa qualità del film che ne è scaturito. A far difetto, in un panorama di grandi possibilità produttive è l’incapacità della regia di raccontare con coerenza e utilizzando al meglio i codici del cinema noir la scalata al potere malavitoso di Joe Coughlin (un Affleck impacciato e legnoso), il protagonista del lungometraggio come pure di definire la complessità di un personaggio che nelle intenzione doveva assemblare aspetti di una personalità a dir poco contraddittoria per la commistione di egocentrismo e misericordia, violenza e moderazione, idealismo e concretezza che ne scandiva la parabola esistenziale.




Accade infatti che Affleck, alle prese con una materia tanto oscura quanto esplicita nei molti nessi offerti dal testo nei confronti del genere di riferimento, si accontenti di rimaneggiare il copione originale con una sintesi orale e visiva priva di quei chiaro scuri e di quei doppi fondi narrativo esistenziali che da sempre rappresentano il cuore delle rappresentazioni hard boiled. L’equazione tra il punto di vista del regista e le aspettative dell’appassionato crea uno squilibrio che fa assomigliare “La legge della notte” ad una fiction televisiva nella quale lo scarto psicologico che dovrebbe giustificare le relazioni tra i personaggi e le loro motivazione (per esempio la liaison tra Joe e l’improbabile dark lady interpretata da Sienna Miller) viene dato per scontato e solo in parte rintracciabile nella composizione delle immagini. A risentirne è soprattutto l’effetto drammaturgico per lo scollamento tra i sentimenti che il film vorrebbe comunicare e quelli che in effetti si producono in chi se ne dovrebbe fare carico. Basti per tutti la comicità involontaria suscitata dall’altisonante magniloquenza di certi passaggi, e ancora il miscasting relativo alla presenza di Remo Girone che ingaggiato per la parte del capo mafia per cui Joe lavora non riesce mai a restituire l’autorevolezza richiesta dal ruolo. 

AGONIA DELL'IMMAGINARIO II: L'ETERNO RITORNO DI STAR WARS




Pur continuando a considerare il Cinema come una tra le più accessoriate camere di decompressione dellimmaginario collettivo, è difficile negare il suo dibattersi all’interno di quella cattività denominata eterno ritorno, qui nella forma di riproposizione sistematica non solo di temi e scenari ma di itinerari narrativi, di snodi, di soluzioni, anche le più elementari. Va mostrandosi, in altre parole, e quasi nelle forme dell'agnizione unanime di un destino, la trama sotterranea che - ed è un paradosso solo in apparenza - sostenta e depaupera insieme l'enorme involucro di figure/immagini/informazioni che la perspicacia pragmatica della velocità e del consumo, non a caso, ha indicato con il termine di industria culturale. Ossia, e per restare ad uno dei suoi tratti più macroscopici (e sinistri), quella tendenza, invalsa peraltro da decenni, che tentiamo qui di approssimare con l'espressione impossibilità della meraviglia e che coinvolge, tra i tanti eventuali esempi, la stessa monumentalità di un'operazione dell'ingegno che si protrae oramai da quasi otto lustri ("Star Wars, a new hope", retrodata al 1977), rendendo non peregrina la questione se, ai nostri giorni, la meraviglia, giardino segreto dellimmaginario sia, a conti fatti, ancora esperibile.



Senza dubbio, il baratto di quote d'immaginario operato nel tempo (come pure nello spazio: pensiamo, tra le tante, alla relativa uniformità strutturale assunta dagli aggregati metropolitani in giro per il mondo, intravista già nella sua deriva replicante da un visionario lucido come Ballard) in ossequio ad uno stillicidio basato tanto sull’omogeneità quanto sulla ripetizione su scala vastissima di un determinato numero di linee guida, inclinazione che non ha risparmiato paesi diversi per tradizioni, usi e costumi dall’Occidente, via via uniformatisi a questa sorta di prassi irresistibile, pagandone non trascurabili pegni - e in base al quale l'ambiente tecnico, ciò che ci circonda/in cui siamo immersi fino a farne il riferimento e il regolatore unico di tutti gli altri (nonché l'orizzonte ultimo in cui qualunque cosa può ambire a darsi, ossia funzionare-per-uno-scopo, acquisendo per tale via - e solo per essa - un senso), motu proprio, si sarebbe incaricato non solo di reiterarlo, quell'immaginario, sottraendolo alla mistificazione di se stesso nell'impasse di mera sommatoria d’immagini, ma pure di rinnovarlo, in una perpetua delega-in-bianco sulla scelta del mastice delle architetture del profondo proprie di un pubblico addomesticato ad essere (e rimanere) medio, ossia latamente giovane, di fondo aperto ma spesso superficiale, incline agli entusiasmi repentini, come in Sindrome di Stoccolma con la noia, versatile eppure a proprio agio con l'apatia, et. - ha contribuito all'erosione della disposizione alla meraviglia al punto da rendere il relativo ottimismo circa una sua momentanea, per quanto lunga, eclisse e la resa ad una sua irrecuperabile impossibilità, argomentazioni grossomodo sovrapponibili, facce quasi identiche di una moneta, come che sia, dall’avventurosa spendibilità.



In un contesto del genere, la saga di "Star Wars" - uguale osservazione vale, restando nel comparto del fantastico, per quelle di "Star Trek", di "Hunger games", di "Harry Potter” (quantunque le ultime due risolte o sul punto di esserlo) , et. - crocevia in cui confluiscono, a volte un po' alla rinfusa, altre con accorto sincretismo, ascendenze e rielaborazioni molteplici (dal ciclo bretone/arturiano a quello degli eroi nordici; da echi di frugalità shaolin a stilizzazioni e ritualità nipponiche, giù giù fino a semi-caricaturali allusioni naziste; da bandoli shakespeariani a dicotomie dantesche: dal fumetto, alla narrativa sci-fi d'appendice, et.), torna ogni volta, di fatto e senza requie, sui propri passi, persino con recuperati ardori semi-analogici (relitti di astronavi conficcati in biondissime dune immote si stagliano sotto cieli d'un azzurrità ialina; possenti esplosioni alla-vecchia-maniera intercalano gli eventi: e ferraglia, cavi, nastri adesivi, sempre in bell'evidenza...) in aggiunta a quelli (auto)citazionisti, sottraendosi, inoltre e in parte, all’evenienza di giovarsi, scommettendoci sopra, di quegli strumenti di costruzione/riproduzione dell'immaginario da tempo coestensivi al quotidiano e, allo stato attuale dei fatti, leve da tenere giocoforza in considerazione [teniamo a mente e solo per fare qualche esempio, le suggestioni, le implicazioni e le potenzialità evocate da lavori, diversi per estro ed esiti, come ”Source code” di D.Jones, “Under the skin” di J.Glazer, “I origins” di M.Cahill, “Ex machina di A.Garland. O, stringendo sull’attualità recente, “Morgan”, del figlio d’arte L.Scott, “Sense 8”, vicenda seriale di legami immateriali a grandi distanze in un mondo in cui la connessione globale lascia trasparire oramai pieghe trascendenti, a cura delle sorelle Wachowski, nonché la fede ribadita nelle prerogative del racconto come tramite utile alla definizione di mappe interiori alternative per percorsi di consapevolezza, consolazione e redenzione nella (unica ?) stagione di “The OA” del duo Z.Batmanglij/B.Marling]. 

Torna/ritorna, quindi, la galassia oramai quasi vicina-vicina della recente ditta Lucas/Abrams, con intento fatalmente retrospettivo, mantenendosi, per usare una felice espressione, ben al di qua del margine argentato delle nuvole, adagiandosi a volte, cioè, nel cul de sac di un immaginario, il nostro (ricordiamolo, a tutti gli effetti, oggi come oggi, globale) che non solo si limita a sedimentare orizzontalmente strati di sé; non solo si rimira come modello guida (leggi: superiore) e da imitare (leggi: ri-proporre, ri-ciclare, ri-vendere) ma è, manco a ripeterlo, sempre rivolto all'indietro. Per dire: si riprende e si tara il baricentro dei filoni narrativi sulla ricerca di Luke Skywalker, autoesiliatosi in un remoto recesso dei cieli - forse, chissà, lui sì conscio dell'aporia implicita in una condizione che cristallizza, un ciclo via l'altro, il passaggio dell'immaginario moderno da patrimonio fruttifero a trappola in comune, verso lo smarrimento, il naufragio dell'identità indicato anche, nonostante sfumature ulteriori, dalla francofonia di Sokurov - Protagonisti e comprimari (buona parte dei secondi di palese modestia empatica) si acconciano subito deferenti/impotenti a ripercorrere sentieri mai stati così poco selvaggi di un corpus di luoghi, di destini, di contrasti, di amori e di odii di cui essi - e noi con loro - sono/siamo al tempo emissari, testimoni ed ostaggi. 

Tanto, a tal proposito, è con coerenza struggente, perché presago della fine in forma del compimento di una parabola emblematica (sempre al netto, notiamolo anche qui di sfuggita, di strategiche resurrezioni) il nostos di Han Solo/H.Ford a casa, nelle sembianze della Principessa/Generale Leia/C.Fisher ("In fondo, non è stato così male", le dice, riassumendo e suggellando il legame delle loro esistenze), allo stesso modo ed in pacifico controsenso, risulta grossolanamente legnoso e, nonostante lo stato d'abbozzo, poco promettente, l'investimento futuro tra Rey/D.Ridley e Finn/J.Boyega, sulla scorta di un imprinting immaginativo che, marcusianamente, "al di sotto della sua ovvia dinamica di superficie... è completamente statico" (per non dire inerte), ovvero in linea nemmeno tanto riveduta e corretta alle coordinate circa quaranta anni fa segnate e, da allora, indefessamente ricalcate e nei confronti delle quali le supreme ragioni del profitto hanno con l'avvicendarsi dei capitoli giocato il ruolo - talmente era diventato spropositato il loro peso remunerativo ("Star Wars, ep. VII" a qualche manciata di giorni dalla sua uscita già levitava nella stratosfera del miliardo di dollari drenato alle aspettative planetarie) - di ulteriore tirannico fattore inibitorio nei confronti della predetta disposizione alla meraviglia, con le prevedibili ricadute negative sullo stato-dell'immaginario.


Avvince, allora, il lasciar strada al pensiero per cui il miglior modo di trarre ancora nutrimento da un immaginarioagonizzante perché saturo, è quello di disfarsene mano mano, disperdendo tra le sanie in primis la deprimente e sempre più diffusa categoria del credevo peggio (a cui, più o meno unanimemente e tacitamente, è stata accostata l’opera in questione). E se - ma è banale - affidarsi a quella che sembra - ed in parte è - una metanoia ad oggi ben interrata nel campo dell'improbabile, passa per esercizio sterile, per di più ancor oggi contraddetto dai numeri, è pur vero che, oltre alla rinnovata follia di pretendere più da noi stessi al fine di porre le premesse per inaugurare un vortice virtuoso che coinvolga esponenzialmente le coscienze, c'è solo l'insidiosa razionalità tecnica e la sua inesorabile capacità di affastellare orizzonti materiali. Sarebbe, cioè, il caso di soffermarcisi, a questo bivio. Un po', almeno. E che - per una volta - niente sia con noi.
TFK