domenica 20 novembre 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA





























Quando la moglie è in vacanza (Seven Year Itch) di Billy Wilder - Usa 1955

sabato 19 novembre 2016

AGNUS DEI

Agnus Dei
di Anne Fontaine
con Lou de Laâge, Agata Buzek, Agata Kulesza 
Francia-Polonia, 2016 
genere: drammatico
durata: 116' 


Nel 1945, Mathilde Beaulieu è una giovane dottoressa francese della Croce Rossa che vive in Polonia. Quando una suora cerca il suo aiuto, Mathilde la segue nel convento di benedettine, dove scopre che molte di loro, violentate dai soldati russi nel corso di un'irruzione, sono rimaste incinte e sono sul punto di partorire. Tenuta al segreto professionale, cui si aggiunge quello imposto dalla madre superiora e dalla situazione, Mathilde fa visita alle monache di notte, esponendosi a molti rischi. Gradualmente, riesce a superare la loro diffidenza, raggiungendo con una di loro, Suor Maria, un'intesa profonda. Anne Fontaine, che da sempre racconta storie di donne, questa volta supera la dimensione individuale per approcciare quella collettiva, non solo perché s'immerge nella vita di comunità del monastero, con la sua drammaturgia di differenti caratteri con tante motivazioni, paure e gerarchie, ma perché, sollevando il velo su una prassi di guerra tanto atroce quanto comune, parla di ciò che non può essere ignorato da nessuno, nemmeno nel nome del pudore. Lo stile di regia sembra tener presente un'ampia destinazione del messaggio: la storia intensa non si traduce mai in immagini forti, la vita della protagonista fuori dalle mura del convento è romanzata a fini narrativi e il film si chiude in maniera forse fin troppo ottimista.


La motivazione è chiara: il film è anche e soprattutto un racconto di resistenza e di superamento del male. Ispirato al diario del medico francese di stanza in Polonia Madeleine Pauliac, "Agnus Dei" trasforma la scrittura scarna e cronachistica degli appunti privati in un racconto vivo e pulsante, che trae una sorta di universalità e anche di contemporaneità dal fatto di essere ambientato in un mondo, quello del convento, in cui il tempo ha un altro passo, più lento, quasi immobile. È dunque la Polonia del 1945, ma potrebbe essere la Bosnia del 1993 o l'Africa di oggi. Divise tra l'essere donne per natura e spose di Cristo per scelta, grazie alla mediazione della discreta Mathilde, le suore trovano, col tempo, nella maternità, un'identità e una vocazione che può placare il dissidio. Parallelamente, nella collaborazione tra la religiosa Maria e l'atea Mathilde che porta alla soluzione finale, si compie una delle linee più riuscite del film, oltrepassando lo scandalo e la denuncia e parlando di relazione.
Riccardo Supino

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venerdì 18 novembre 2016

IBRAHIMOVIC - DIVENTARE LEGGENDA

Ibrahimovic - Diventare leggenda
di Fredrik e Magnus Gertten che in Ibrahimovic
Svezia, Paesi Bassi, Italia 2016
genere, documentario
durata, 100’



Nel mondo dello sport e in particolare nel football professionistico esiste il detto che per arrivare ai massimi livelli il talento da solo non basta, e che per riuscire a farcela bisogna essere campioni anche nella testa. Con qualche eccezione, a risultare costante nel pedigree dei fuoriclasse sono i crismi di un rigore che travalica il rettangolo di gioco per arrivare a toccare gli aspetti più disparati dell’esistenza umana. E se non sorprende che a fare tesoro di questa massima del calcio siano atleti come Messi e Ronaldo, in grado di convertire il proprio estro in un logo riconoscibile in ogni angolo del pianeta, si rimane spiazzati dall’apprendere che a tale categoria appartiene anche un tipo come Zlatan Ibrahimovic che ha fatto dell’eccesso e dell’intemperanza il proprio marchio di fabbrica.

A smontare la leggenda del calciatore tutto genio e sregolatezza contribuisce in parte il documentario girato dagli svedesi Fredrik e Magnus Gertten che in Ibrahimovic – Diventare leggenda costruiscono il ritratto di un fuoriclasse lontano dai soliti intenti celebrativi e invece predisposto a intercettare i fantasmi di una personalità fuori dagli schemi: perché se è vero che le doti calcistiche di “Zlatan” appaiono fin da subito cristalline è fuor di dubbio che l’affermazione delle stesse in termini di risultati è tutt’altro che indolore (complice un ‘autostima che in certi momenti lo rende inviso tanto agli avversari quanto ai compagni di squadra), nella maniera in cui si evince dalle immagini del film, intrise nelle sequenze più intime e private da un misto di fatalità e malinconia – di cui è complice lo spleen scandinavo irrorato a piene mani dalla messinscena dei registi – che riassume come meglio non si potrebbe la conflittualità del personaggio. 


Ed è proprio la capacità degli autori di trasformare gli aneddoti del resoconto sportivo negli elementi di un vero e proprio romanzo di formazione a fare di Ibrahimovic – Diventare leggenda un film universale, in grado di coinvolgere anche chi di calcio capisce poco o niente. Esemplare, in questo senso, è la scelta di trasgredire le regole del genere, optando per un biografia parziale che esaltando le potenzialità drammaturgie insite nel personaggio Ibrahimovic descrive come fosse un rito di passaggio l’ascesa di Ibrahimovic nel calcio che conta, quello che dal campionato svedese lo porta all’Ajax e successivamente alla corte della Juventus.

(pubblicato su TaxiDrivers.it)

giovedì 17 novembre 2016

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KILLER JOE

Killer Joe
di William Friedkin
con Matthew McConaughey, Juno Temple, Emile Hirsh, GIna Gershon
Usa, 2011
genere, drammatico
durata, 102'


Nella sua ultima fatica Friedkin opera un ulteriore scarto rispetto alle modalità espressive utilizzate nel suo cinema più recente. In Killer Joe, infatti, a fronte di una rappresentazione realistica dell'orrore oramai considerata invalsa, si reagisce forzando lo stile al punto di mescolare il serio al faceto, il dramma alla commedia, con esiti che ampliano lo spettro della rappresentazione in una sintesi in cui angoscia e iperrealismo prendono alternativamente il sopravvento di una scena ormai preda di un'incontrollata follia. Al centro della storia del film troviamo una famiglia di rednecks avvilita da ignoranza e mancanza di denaro. L'altra faccia di un sogno americano richiamato dall'opzione di un benessere improvviso, regalato alla famiglia Smith attraverso la possibilità di riscuotere i soldi dell'assicurazione sulla vita intestata alla madre, separata e convivente. Per forzare gli eventi in quella direzione, l'improvvisato sodalizio decide di ingaggiare un poliziotto che arrotonda lo stipendio uccidendo le persone su commissione dietro lauto pagamento. 

E' lui Killer Joe, angelo della morte freddo e sistematico fino a quando si invaghisce di Dotti, sorella un po' tarda di Chris,  il figlio che ha ideato il  piano allo scopo di recuperare in tempo utile il denaro necessario a ripagare un debito che potrebbe costargli la vita. Da quel momento tutto si complica e si distorce spingendo la storia verso una conclusione tanto drammatica quanto grottesca. Friedkin sembra avere un solo scopo: distruggere i pilastri della società americana. Per farlo azzera qualsiasi differenza all'interno del nucleo familiare attorno a cui ruota la vicenda. E lo fa in maniera diretta e senza alcun rispetto, tanto per le convenzioni sociali quanto per quelle cinematografiche, a cominciare dalla prima scena con il full frontal della matrigna di Chris (una Gina Gershon invecchiata di colpo) sbattuto in faccia al ragazzo e allo spettatore, e continuando, senza distinzioni tra genitori (biologici o acquisiti) e figli, pronti a scannarsi per il più misero tornaconto. Incesto, matricidio, tradimento, pedofilia, tutto è possibile in questo inferno a cielo aperto. Senza stato ne famiglia, con la giustizia ridotta ad utopia, l'America di Friedkin si misura nella quantità di sangue versato. Per non farsi mancare niente, e ricordandosi della lezione del collega Romero che attraverso i suoi Zombie criticava il sistema consumistico, anche Friedkin organizza il suo de profundis capitalistico con una delle sequenze più agghiaccianti ed allo stesso tempo ridicole, quella in cui il personaggio della Gershon, in un crescendo di violenza e parossismo, è costretta ad inginocchiarsi di fronte al killer ed a fargli una fellatio prendendo in bocca la coscia di pollo fritto, tra i simboli di consumo più tipici del quotidiano a stelle e strisce, maneggiato come fosse un vero fallo. Quel pollo fritto, usato e poi gettato con disprezzo, è il crollo di ogni parvenza di efficienza e prosperità perchè tutto è destinato ad essere travolto dalla furia di un'umanità disperata. L'America non esiste più, inghiottita dentro l'oscurità della dissolvenza che chiude il film con il primo piano della pistola sul punto di far partire il proiettile che mette fine al gioco. Alle prese con una storia di disfunzioni e di paura, Friedkin non esita a fare del suo film una vera e propria apoteosi della carne offerta come esposizione in bella vista di corpi trascurati - date un'occhiata alle forme voluttuosamente imperfette di Juno Temple o a quelle rifatte e allentate di Gina Gershon per farvene un' idea - oppure conseguenza delle sevizie e della violenze subite che, nel caso di Chris (Emil Hirsh) malmenato e tumefatto diventano cartina di tornasole di una corruzione che distrugge l'individuo in senso fisico.
 


In alternativa, il regista contempla, seppur con un sorriso ghignante, taluni momenti di romantica sublimazione nella relazione tra Joe e Dotti, in cui lo slancio sentimentale e rarefatto vira spesso verso implicazioni pragmatiche, basti pensare al primo incontro dove la cena a lume di candela diventa il preliminare di un peepshow culminato in un inatteso amplesso. Scelta, questa, rafforzata dalla presenza costante di elementi naturali come l'acqua (nella prima parte del film la pioggia fa da sfondo alle azioni dei personaggi), e il fuoco, oppure ancestrali come il sogno e la pulsione - incestuosa quella di Chris nei confronti della sorella, amorale quella di Joe nei confronti della ragazzina - a ricordarci che Killer Joe è un esplosione irrazionale di istinti primordiali. 





Se la parte centrale dell'opera è quella meno efficace, con uno sviluppo fin troppo ordinario e qualche passaggio affrettato - la sottotrama relativa all'ultimatum dei creditori nei confronti di Chris viene abbandonata senza nessuna conseguenza - a rimanere in mente è quello che succede prima e dopo, in cui Friedkin pare rendere merito ad un cinema che mette insieme Lynch (nella prima parte, quella dedicata alla presentazione dei personaggi e della storia) e Tarantino (nella parte conclusiva), quella della resa dei conti. Presentato in concorso nell'edizione 2011 del Festival di Venezia, Killer Joe conferma il tratto distintivo di un regista la cui manifesta insoddisfazione verso la presunta normalità delle cose consegna a un itinerario ben lungi dal dirsi concluso.
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