lunedì 6 giugno 2016

NOVITA' HOMEVIDEO: LA GRANDE SCOMMESSA

La grande scommessa
di Adam McKay
con Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling, Brad Pitt, Margot Robbie, Marisa Tomei, Melissa Leo
Usa 2015
genere, commedia
durata 130’

“Se avessi potuto scegliere
tra la vita e la morte,
tra la vita e la morte…
avrei scelto l’America”.

- F.DeGregori -


“Segui i soldi”, ammonisce un vecchio adagio. A voler essere solerti, ai nostri giorni, ciò può voler dire con buona approssimazione, sbattere la faccia contro una delle cosiddette bolle, eufemismo addirittura tenero se non nascondesse, accanto all’ufficialità tecnica e dottrinale che si limita a registrare “le periodiche oscillazioni del Mercato”, la demolizione parziale o totale d’interi settori produttivi con le spicciole esistenze individuali ad essi sottese, nonché - a margine - l’interdizione tanto moderna di vellicare, spesso in modo maldestro, il dizionario per non esprimere concetti chiari e netti, nel caso quello di crisi.

In un contesto irriducibilmente grottesco, quanto più o meno consapevolmente suicida, non possono che muoversi figure ai limiti della caricatura e del demenziale, se non fosse che, oltre ad essere reali (nel senso di “in carne ed ossa”), essi hanno dato e continuano a dare una mano non da poco alla tendenza autofaga dell’intera società globale. Del resto, l’assunto stesso - si fa per dire - che sta alla base di uno dei tanti e complicatissimi meccanismi posti nella posizione di pietra angolare del nostro edificio comune, oramai perlopiù finanziario - ben rappresentato nel film da un instabile incastro di mattoncini di legno impilati a scendere dalla loro teorica affidabilità (indicata con una tripla A), fino alla volatilità più effimera (segnata con una singola B) - e cioè il prodotto bancario denominato CDO (ovvero, tenetevi forte, “Collateralized Debt Obligation”) che starebbe ad indicare “un’obbligazione che ha come garanzia un debito”, la dice lunga sullo stato d’ipnosi criminal-puerile-autolesionista in cui, a spanne, tutti siamo incastrati e da cui pare non ci sia verso (e voglia, almeno a giudicare dalla coazione a ripetere dei sedicenti pezzi grossi) di venire fuori. Se puntare sull’idiozia delle masse è sempre un buon investimento, cosa accade se un manipolo d’interessati guastatori di genio scommette contro il sistema (e, in subordine, contro la sicumera bancaria) che lucra su quell’idiozia ? Una follia al cubo, si potrebbe dire, ovvero si da forma a parte delle conseguenze del pantano a composizione mista tra incertezza delle prospettive, precarietà del quotidiano, progressivo inasprirsi del tasso d’impoverimento generale, nel quale si galleggia a tutt’oggi, anno di grazia 2016, ottavo consecutivo di dissesto economico (e non solo per la già traballante Eurozona). Proprio al fatidico 2008 e ai prodromi  ignorati/rimossi/sottaciuti, rimonta lo schema di riferimento di “The big short”/“La grande scommessa”, che Adam McKay (dal “Saturday Night Live” alla sceneggiatura di “Ant-Man”, passando per “Step brother”) assieme a C.Randolph assembla a partire dall’omonimo testo di M.Lewis e che con inesorabile coerenza - sul genere di un puzzle/prontuario della truffa intesa come connubio di spregiudicatezza intellettuale, indolenza/sudditanza/connivenza delle istituzioni e incorreggibile predisposizione dell’uomo medio al raggiro travestito da occasione-della-vita ad alto rendimento o da credito piovuto-dal-cielo immune all’apparenza dalla zavorra delle garanzie - organizza intorno alle vicende di alcuni eccentrici con le mani in pasta decisi, in virtù delle montagne di dollari a disposizione (diversi tra loro gestiscono, direttamente o indirettamente, fondi d’investimento), di andare-a-vedere il bluff della solidità del mercato immobiliare, puntando, attraverso l’utilizzo delle non del tutto sondabili circonvoluzioni dell’organigramma del denaro digitale e annessi strumenti, su un suo graduale ma inevitabile tracollo.


All’interno di un mondo - genericamente identificabile con Wall Street - molto compreso di sé, rutilante nelle cifre - mai al di sotto dei sei zeri - cinico nel gergo, insaziabile nelle aspettative, entro cui alligna, in fondo, sempre e solo la vecchia cara avidità, aggiornata ai tempi degli m-status symbol: milioni, macchine, magioni, mangiate, mignotte…, s’agita, a compartimenti stagni, una combriccola di mostri - i personaggi di Bale, Carell e Gosling, in primis - pronta, come niente fosse, a far saltare il banco, senza la minima esitazione, il minimo scrupolo. Il gioco (vincente) di McKay sta nello shakerare a dovere ingredienti di varia natura ma di materia piuttosto pregiata (non ultimo quello per cui di storia realmente accaduta, si tratta) dopo averli dosati in modo da preparare e servire un cocktail tanto alcolico nella gradazione quanto appetitoso alla vista.

In altre parole: fondere dialoghi iper-assertivi e taglienti (a cui non si risponde ma ci si allinea, in ragione delle medesima lunghezza d’onda retorica) ad un montaggio che non concede tregua e ritma al passo di una sua singolare, esotica psichedelia (si viaggia sull’ottovolante di ralentistop motion, brevi inserti para-giornalistici, commenti sarcastici verso la mdp. E ironici aggiornamenti circa lo stato-dell’-arte su neri di raccordo; spiegazioni che complicano il quadro d’assieme: sovrimpressioni, didascalie, diagrammi, et.) ed inscrivere affermazioni, colori - spesso sgargianti - e suoni al centro di un’irresistibile cornice supercool (attori strepitosamente rilassati - si noti, per dire, il farfugliamento monotono e finto indolente di Bale, analista visionario amante del metal e instancabile batterista-da-ufficio; o la sardonica ira mista a mestizia repressa di Carell, uomo scisso tra il senso di colpa per una tragedia personale di cui si sente responsabile e il desiderio di rivalsa su un ingranaggio, quello capitalistico, che di quella tragedia sembra il corrispettivo su scala esponenziale) che distorce, enfatizza, rende con perversa efficacia seducente (è la pin up Margot Robbie, a mollo dentro una vasca ricolma di candida schiuma e con un calice di champagne ad intrattenerla, a spiegare a noi, poveri scemi, come verremo di lì a poco cucinati dall’azzardo dei subprime), quindi, nella polpa, ancor più amara, la pietanza di un raggiro - sempre lo stesso, sempre quello: l’ultimo babbeo di turno a fissare il nulla smarrito “col cerino acceso in mano” - di proporzioni e conseguenze planetarie (pare che lo scherzo, e la stima vale di sicuro per difetto, ci sia costato qualcosa come cinque trilioni di dollari).

“The big short” s’accoda, allora e di buon grado, alle tante requisitorie sul Capitale disseminate qua e là nella cinematografia recente ma spicca per un suo particolare, indisponente disincanto, per il qual distacco con cui traffica attorno ad una deriva più stupida che bieca e che allude ad un’assurdità più vasta di quella che documenta: qualcosa in perenne oscillazione tra apatia, fatalismo, ebetudine e indifferenza, regredita o soprassatura - a questo punto, chissà ? - nelle forme di una fantasmagoria rutilante e irresistibile, come un destino carnascialesco e atroce in cui tutto avviene per fatale trascinamento al solo scopo di riproporsi, di nuovo, domani e poi domani. Fino alla Fine.
TFK

News: #TheDivision: svelata la data d'uscita dell'espansione Underground




Fonte Eurogamer.it




Il portale tedesco di Amazon avrebbe rivelato la data d'uscita della prima espansione di The Division, chiamata Underground.

Sulla pagina del gioco, adesso cancellata dallo store, era infatti possibile leggere la data 28 giugno.

La pagina è stata immortalata nell'immagine che potete vedere in calce.

L'espansione Underground uscirà in esclusiva temporale per 30 giorni su Xbox One e potrebbe quindi vedere la luce su PC e PlayStation 4 il 28 luglio.

Leggete la nostra guida di The Division per scoprire come ottenere il massimo dal gioco!

Fonte: VG247.it

domenica 5 giugno 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Tutti vogliono qualcosa, di Richard Linklater (USA, 2016)

MIAMI BEACH

Miami Beach
di Carlo Vanzina
con Ricky Memphis e Max Tortora
Italia, 2016
genere, commedia
durata, 88'



Le peripezie di tre adolescenti e dei loro genitori si intrecciano nella cornice di Miami. La diciassettenne Giulia fugge in Florida con le sue amiche per partecipare a un noto festival di musica elettronica. Qui si invaghisce di Filippo, immobiliarista seducente, mentre il padre si mette sulle sue tracce assistito da Bobo, studente fuoricorso squattrinato e perdigiorno. Intanto la relazione tra Luca e Valentina, entrambi neo iscritti all'università, si avvicenda a quella tra il padre di lui, espansivo commerciante romano, e la madre di lei, milanese altezzosa.

In questo film si ritrova la borghesia vacanziera dei fratelli Vanzina, che, però, non amoreggia più  sottobanco come un tempo, ma è ha favore del divorzio, per adattarsi ai segni dei tempi. Questa volta viaggia al seguito della prole, al solito più matura di chi vorrebbe istruirla, anche se il bagaglio di valori dei rampolli è ambiguo. Questi ultimi si vantano di frequentare ambienti esclusivi, sono ossessionati dal loro status sociale ma anche virtuale; ostentano un'affettazione da parvenu, complice una sceneggiatura fuori dal tempo, con cui esprimono un orizzonte culturale miserrimo: "Sembra di stare in uno di quei film con Ben Stiller e Cameron Diaz", dirà della meta balneare uno dei giovani protagonisti ammiccando, senza effetto, ai fratelli Farrelly. 

Facili anacronismi (chi appellerebbe scarpaio il facoltoso proprietario di una boutique di calzature in via del Corso?), citazionismo blando (da "Cinquanta sfumature di grigio" al Bruce Willis pubblicitario), doppi sensi a rinverdire la vena scandalosa (birdwatching), prove attoriali stanche e ingessate: si evince questo dal film.
Riccardo Supino

venerdì 3 giugno 2016

WARCRAFT


Warcraft
di Duncan Jones
con Ben Forster, Paula Patton, Travis Fimmel
USA, 2016
genere, fantasy
durata, 123'



Tra le molte suggestioni messe in circolo dall'uscita di “Warcraft” ce n’erano due che risultavano più urgenti di altre. La prima, relativa al soggetto del film che come sappiamo è tratto dai personaggi di un famoso videogame, scaturiva dalla curiosità da parte di milioni di adepti di capire se la trasposizione cinematografica realizzata da Duncan Jones fosse stata in grado di cogliere lo spirito della materia che l’aveva ispirata.  La seconda invece, riguardava proprio il regista del film che, già in odore di culto per due lungometraggi (“Moon” e “Source Code”) di fantascienza realizzati con mezzi da cinema indipendente e comunque capaci di piazzarsi ai vertici delle classifiche stilate dagli appassionati del genere in questione, era chiamato a una confermare la propria fama dimostrandosi in grado di controllare la gigantesca macchina produttiva messa in piedi dalla Universal Pictures (centocinquanta milioni di dollari di costo a fronte dei 5 e dei 30 spesi dal regista per realizzare i film precedenti) assumendosi i rischi connessi con una tipologia di format– espressione del connubio tra cinema e video giochi -  che spesso e volentieri si è rivelato (“Max Payne” e “Prince of Persia) incapace di conquistare i favori del box-office.




Detto che anche per “Warcraft” valgono le stesse considerazioni espresse in sede di giudizio per altri blockbuster, e cioè che la mancanza dei dati relativi alla tenuta commerciale del film - gli unici in grado di giustificarne l’onerosità degli investimenti - impediscono di formularne una valutazione certa e definitiva, dobbiamo dire che per quanto ci riguarda Duncan Jones si dimostra all’altezza della situazione. In primo luogo perché, pur lavorando su un materiale già codificato, “Warcraft” riesce ad emanciparsi dalla sua fonte presentandosi con le forme di un cinema tecnologico e spettacolare che si serve della sua magnificenza visiva e delle migliori possibilità della computer grahicsper supplire alla mancanza di interattività tipica del prodotto da cui prende origine. E ancora più importante perché, alle prese con un genere – il fantasy – oramai inflazionato sia in termini di fantasia (“Il signore degli anelli” e “Avatar” sono ampiamente citati) che di meraviglia, Jones punta sull’empatia del fattore umano, riconducibile in parte alla scelta di facce e di corpi quasi del tutto inediti su questo tipo di palcoscenici. Sarà forse per questo che nella strenua lotta tra il bene e il male, e quindi, tra gli abitanti del regno di Azaroth e l’orda di Orchi intenzionata a conquistarlo, a rimanere nella memoria sono più le inadeguatezze dei vari protagonisti – resa con efficacia da attori scelti per l’adattabilità al ruolo e non per il divismo - che il loro straordinario coraggio. Con i personaggi di Garona (Paula Patton) e di Lothar (Travis Fimmel) destinati a mettere d'accordo l'intero spettro del pubblico pagante.

Oggi in Diretta alle 15:30 the division Vi Spiegherò la mia build tank " Vi Aspetto :-) "







Ciao Ragazzi

Oggi Pomeriggio vi spiegherò la mia Build tank di the division, studiata a tavolino non perdetevi la diretta live delle 15:30 dove cercherò di essere più chiaro possibile ok fate passa parla vi aspetto sul mio canale Gameplays1973channel Iscrivetevi :-)



giovedì 2 giugno 2016

COLONIA

Colonia
di, Florian Gallenberger
con, Daniel Bruhl, Emma Watson, Michael Nyqvist
Lussemburgo, Francia, Germania, 2015 
genere, thriller
durata, 110'

L’assunto con il quale prende il via questa, come altre pellicole del suo genere, comporta inevitabilmente la necessità di un duro confronto la realtà ivi rappresentata, il “tratto da una storia vera” distintivo del cinema che fa del narrato storico il suo impianto portante reca con sé un marchio di adesione al reale impossibile da tradire o travisare. Per tali motivazioni Colonia si ritrova a non poter scavalcare l’importanza della memoria storica derivante dalla rappresentazione visiva delle rivolte politiche avvenute nel 1973 a Santiago del Cile, ma riesce nel mirabile intento di imbastire una storia che possa svilupparsi sul solco di esse, percorrendone i sentieri in corso di sviluppo e lasciando calare lo spettatore nel vissuto di quegli anni. La storia d’amore non è un pretesto utile a mettere in scena gli eventi storici narrati quanto il suo opposto, ovvero la realtà storica diviene funzionale alla costruzione e alla sopravvivenza del rapporto tra i due ragazzi. Colonia mostra le vicende che occorrono ad una giovane coppia di rivoluzionari, non offuscandone lo sfondo del golpe cileno che portò all’elezione di Salvador Allende e al suo rovesciamento avvenuto sotto la guida di Augusto Pinochet, ma rendendo le vicende storiche parte integranti del film. Daniel è un fotografo, sostenitore socialista di Allende e per questo internato a Colonia Dignidad durante una rappresaglia delle truppe di Pinochet; tale colonia, che a prima vista sembrerebbe un ente caritatevole, si rivela essere il tetro luogo in cui gozzoviglia con severità un capo spirituale che risponde al nome di Pius, guida di una congrega religiosa dagli stili di vita estremamente rigidi e copertura morale delle torture inflitte ai prigionieri politici nei sotterranei della struttura. Daniel viene lì inserito mentre Lena, la sua compagna di vita e di battaglie, riesce nell’intento di fingersi interessata alla vita coloniale e alla sua adesione, entrandovi e cercando un metodo per evadere assieme al ragazzo. 


Tra i molti temi snocciolati nella pellicola, diretta con mano abile da Florian Gallenberger, particolare importanza rivestono le fotografie, impressione su pellicola di immagini dal forte impatto e ricolme di significato, prove indelebili degli inumani metodi usati all’interno della colonia da esportare per poterne provare l’esistenza. La potenza delle fotografie come ultimi baluardi della libertà in un luogo in cui, poco alla volta, la libertà stava venendo meno, paladina di un modo di fare opposizione insurrezionale senza spargimenti di sangue. La narrazione suddivisa in capitoli, ognuno rappresentante un giorno a  partire dall’ingresso della protagonista all’interno dell’associazione, porta alla luce un gruppo sociale coeso nel suo anacronismo, con Pius al vertice e donne ed uomini immediatamente al di sotto di lui, pronti ad eseguire i suoi ordini come se derivassero direttamente dal volere divino. Pius intercede tra la società ed il Signore, si offre come aiuto spirituale per la comunità e tramite con il sovvertito neo-governo, risultando una figura ambigua, viscida al primo impatto e mai tradente questa prima impressione. Se la regia dimostra validità e professionalità da vendere, nel comparto scrittura qualcosa sembra venir meno, lasciando talvolta il sopravvento alla storia d’amore sulla realtà storica descritta, potendo di fatto contare su una coppia dalla rara affinità come quella formata da Bruhl-Watson, mai eccessivamente melensi od oltre le righe. Coscienziosa nel suo essere importante tassello di memoria storica, Colonia narra le vicende di Villa Baviera con efficacia, pur perdendosi quel quid che l’avrebbe sicuramente lasciata sopraelevarsi oltre la media di produzioni simili, permettendo ugualmente a Gallenberger di spianarsi la strada verso un futuro ricco, si spera, di nuovi importanti tasselli.
Alessandro Sisti