giovedì 3 dicembre 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI - QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

Quel fantastico peggior anno della mia vita
di Alfonso Gomez-Rejon
con Thomas Mann, Olivia Cooke
Usa, 2015
durata, 104'


Nato come fucina di giovani talenti il Sundance Film Festival di Robert Redford si è progressivamente spogliato delle caratteristiche più innovative diventando di fatto uno dei serbatoi privilegiati della grandi Major che un poco alla volta hanno finito per condizionarne la creatività, diventata  con il passare degli anni sempre meno originale e sempre più standardizzata. Una tendenza che “Quel fantastico peggior anno della mia vita” - gran premio della giuria dell’ultima edizione della kermesse americana - sembrava confermare per il carico di vezzi e di stranezze di cui si faceva garante. E che riguardavano tanto la forma, dominata da colori pastello di ispirazione fumettistica e corredata da una serie di inserti di animazione che oramai sono un must imprescindibile della commedia indie, quanto nei contenuti, incentrati sul solito coagulo di adolescenze fuori dal coro per carattere e stile di vita (Greg e Earl i due protagonisti maschili nel tempo libero realizzano filmini amatoriali che fanno il verso a titoli più o meno rinomati). In questo caso però, a fare la differenza con quanto abbiamo detto è la condizione di Rachel, la terza protagonista del film che ammalandosi di leucemia e costretta a lasciare temporaneamente la scuola mette in moto gli avvenimenti che inducono Greg a diventargli amico e a fargli da supporto durante il decorso della patologia.



Diversamente da “Colpa delle stelle”  che inseriva il tema della malattia all’interno del contesto tipico del film di genere giovanilista per arrivare a replicare con qualche sorriso e molto romanticismo le situazioni che erano state di “Love Story”, il film di Gomez-Rejon esorcizza il dramma di Rachel cercando una via d’uscita  nella dimensione tragicomica dei suoi personaggi e in special modo nelle disavventure di Greg che, prossimo al diploma e consapevole delle responsabilità che lo attendono  di li a venire, enfatizza le paure tipiche della sua età attraverso una diversità che potrebbe essere quella del giovane Holden di salingeriana memoria. Ma l’intelligenza sarcastica e un pò saputella con cui “Quel fantastico peggior anno della mia vita” infarcisce la sua storia non riuscirebbe a cancellare la sensazione di deja vu che deriva dalla scontata successione degli eventi se non fosse per la modalità con cui il film viene al dunque rispetto al destino della sfortunata ragazza. E’ in questo momento che “Me, Earl and the Dying Girl” (questo il titolo originale del lungometraggio), complice uno dei finali più emozionanti e sorprendenti degli ultimi tempi, riesce a trovare il senso di ciò che racconta, assumendo le forme di un romanzo di formazione che rimane nel cuore prima ancora che negli occhi.

mercoledì 2 dicembre 2015

PUBBLICO LA SECONDA VIDEO GUIDA DI FALLOUT 4 FINITO ORA ESPLORIAMO LA MAPPA + LAGHI PT 2




CIAO RAGAZZI

 

 

PUBBLICO LA MIA SECONDA GUIDA DI FALLOUT 4 PER L'ESPLORAZIONE DELLA MAPPA+ I LAGHI, BUONA VISIONE A TUTTI

 

PS " STO ASPETTANDO QUESTA MALEDETTA PATCH CORRETTIVA PER POTER FARE LE MISSIONE SECONDARIE, SPERO ESCA PRESTO!! "

MON ROI

Mon Roi
di Maewenn
con Emanuelle Bercot,Vincent Cassel
Francia, 2015
genere, drammatico
durata, 128'


Indipendentemente dai suoi risvolti, la contemporaneità raccontata dal cinema presenta delle costanti che ne fanno una specie di cartina di tornasole degli usi e dei costumi del nostro tempo. In tale scenario i sentimenti occupano da sempre una posizione di rilievo, per il senso d'identificazione   che scaturisce dalla visione di un campionario di emozioni corrispondente, almeno in parte, a quello sperimentato nella vita, dalla gente seduta in sala. Ed è forse questo a spiegare, da un lato, la decisione di Thierry Frémaux, il direttore del festival di Cannes, di inserire un film "popolare" come "Mon roi" nel concorso principale; e, dall'altra, a giustificare l'attitudine del pubblico, pronto a lasciarsi coinvolgere dalle vicende di Tony (Emanuelle Bercot) e Georgio (Vincent Cassel), i protagonisti del film, chiamati a rappresentare, con il loro con l'amour fou, le mille contraddizioni che attraversano i rapporti di coppia. La storia, scritta e girata da Maiwenn, regista messasi in luce nel 2011 grazie alla conquista del gran premio della giuria del festival francese ottenuto con "Polisse, segue per filo e per segno la struttura narrativa utilizzata per questo genere di film, raccontando le tappe di una parabola amorosa pronta a rovesciarsi sugli sciagurati personaggi non prima di averli illusi sull'eternità delle passioni umane. Anche qui, ad innescare la tenzone, ci pensa il più classico dei colpi di fulmine e, di pari passo, l'attrazione sessuale tra due opposti (lei è un avvocato arrivato ai quaranta con molto lavoro e pochi divertimenti, lui un ristoratore narciso e volubile) destinati a soccombere sotto i colpi delle incongruenze caratteriali; e nonostante la presenza di un neonato che dovrebbe funzionare come deterrente e che invece diventa il pretesto per continuare a "darsele" - in senso figurato - di santa ragione.


Raccontato dal punto di vista femminile e secondo il modello sociologico imposto da saggi come quello di Barbara Norwood, terapista americana che in "Donne che amano troppo", aveva esplorato la casistica di donne che si innamorano dell'uomo sbagliato, "Mon roi" sconta in qualche modo lo squilibrio che deriva dal contrasto tra la straordinaria naturalità degli attori - in grado di azzerare la finzione a favore di un sorprendendo realismo interpretativo - e la scontata convenzionalità della messinscena; quest'ultima, evidente soprattutto nell'espediente narrativo che fa coincidere, grazie a al montaggio alternato di passato e presente,  il risveglio emotivo di Tony, progressivamente cosciente dell'impossibilità del proprio menage coniugale, alla complessa e dolorosa guarigione del suo ginocchio, lesionato durante un incidente sciistico e preso in cura dall'istituto specializzato in cui la donna è ricoverata. Con la necessità di dipanare a dismisura i dettagli del ciclo terapico allo scopo di fornire il contraltare metaforico su cui innestare i flashback che illustrano la schizofrenico rapporto tra Georgio e Tony. I quali, non volendo, finiscono per  diventare i rappresentanti di quella borghesia parigina, benestante e autolesionistica, che Michel Houllebecq ha preso più volte in prestito per raccontare la decadenza del mondo occidentale.


Certo "Mon roi", con il suo appeal dichiaratamente edonistico (i corpi tonificati dall'esercizio fisico e generosamente esposti ne sono una dimostrazione), è lontano dall'infelicità senza speranza raccontata dallo scrittore francese; ma quando, verso la metà della storia, iniziamo ad assistere all'impari confronto tra il vitalismo dei ragazzi arabi, che condividono il percorso terapeutico di Tony, e la dispersione priva di costrutto del suo egocentrico partner, non si può fare a meno di pensare all'autore di "Estensione del dominio della lotta" e al tentativo di Maewenn di conferire spessore al soggetto del film, con una morale che risulta evidentemente programmatica. Per la sua interpretazione, Emanuelle Bercot si è aggiudicata il premio ex equo come miglior attrice del festival, legittimando i motivi di una partecipazione che l'aveva vista anche regista del film d'apertura. Per lei un'edizione sicuramente da incorniciare.
(pubblicato su ondacinema.it)

martedì 1 dicembre 2015

Diretta live alle 15:00 Video Guida di Fallout 4 con Esplorazione + Mappa PT 2





Ciao Ragazzi



Oggi continuiamo l'esplorazione della Mappa di Fallout 4, sto aspettando le Patch correttive prima di incominciare le Missione secondarie. Ecco perché voglio esplorare per scoprire il più possibile. Vi aspetto sempre sul mio Canale Gameplay1973  


Diretta live Video Guida di Fallout 4 con Esplorazione + Mappa






I PUGNI IN TASCA

I pugni in tasca
di Marco Bellocchio
con Paola Pitagora, Lou Castel, Marino Masè, Liliana Gerace
Italia 1965,
genere, drammatico 
durata, 107'


Quattro fratelli vivono in una grande villa di famiglia sulle colline del Piacentino con la madre cieca. Augusto, il maggiore, è l'unico ad avere un lavoro. Giulia ne è morbosamente innamorata. Gli altri due sono Leone, affetto da ritardo mentale e Ale dal carattere nevrotico e solitario. Sarà quest'ultimo a far saltare i già precari equilibri familiari.

“Un arrivo folgorante nel cinema italiano”. Così Michel Ciment parla del lungometraggio d’esordio di Marco Bellocchio, I pugni in tasca, presentato nel 1965 al Festival di Locarno. Nel 50° anniversario della sua uscita, I pugni in tasca torna, restaurato dalla Cineteca di Bologna al laboratorio L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì e la promozione di Kavac Film,  sostenuta da Giorgio Armani.

Con I pugni in tasca, Bellocchio lancia il suo primo grido di rivolta, mettendo in scena l’autodistruzione di una famiglia sfortunata: infierisce con rabbia e disperazione contro i legami parentali e il cattolicesimo, istituzioni imprescindibili per la borghesia italiana del tempo.
Selvaggio, sarcastico, molto liberamente autobiografico, girato nelle campagne di Bobbio, porta in scena un eroe antisociale e ribelle. In equilibrio fra adesione e distacco dalla folle lucidità del protagonista, il regista, a cinquant’anni di distanza, mantiene intatta la propria modernità e carica corrosiva. “Impossibile non vedere nei Pugni in tasca una catarsi – scrive Michel Ciment, curatore del libro che accompagna la nuova edizione in DVD –, un esorcismo del passato recente di Bellocchio. L’ambiguità, la complessità della trama vanno di pari passo con l’eccezionale maturità di uno stile che rifiuta il compiacimento estetico tipico dei giovani [...]”.


L’e­sor­dio di Bel­loc­chio die­tro la mac­chi­na da presa ha tutto il gusto delle nuove on­da­te eu­ro­pee e ame­ri­ca­ne del pe­rio­do. L’ef­fi­ca­cia della pel­li­co­la ri­sie­de nelle no­vi­tà del­l’im­pian­to sti­li­sti­co, in grado di la­ce­ra­re il pas­sa­to con una messa in scena svin­co­la­ta da dogmi ci­ne­ma­to­gra­fi­ci e nel­l’ir­ruen­za con cui il re­gi­sta trat­ta temi “de­li­ca­ti” come rap­por­ti fa­mi­lia­ri, ma­lat­tia fi­si­ca e men­ta­le.
Parte del me­ri­to della riu­sci­ta del film va at­tri­bui­ta alle in­ter­pre­ta­zio­ni degli at­to­ri prin­ci­pa­li, tra le quali bril­la quel­la di Lou Ca­stel: l’al­lo­ra gio­va­ne at­to­re donò al suo per­so­nag­gio, San­dro, una ma­lin­co­ni­ca fol­lia unita a una fred­da cru­del­tà.
L’in­te­ra vi­cen­da ruota at­tor­no ad una fa­mi­glia di pro­vin­cia, un tema che in qual­che modo può esser con­si­de­ra­to at­ti­guo alla real­tà ita­lia­na. In tal modo Bel­loc­chio si av­vi­ci­na ai gran­di esor­di del­l’e­po­ca: trat­ta­re nello spe­ci­fi­co un ar­go­men­to per quan­to pos­si­bi­le pros­si­mo al­l’am­bien­te co­no­sciu­to, così da pren­de­re le di­stan­ze dalle gran­di sto­rie, con uno stile in­no­va­ti­vo e per­so­na­le. ­Attraversa me­lo­dram­ma e crudo rea­li­smo, sim­bo­li­smo ed echi di ri­vo­lu­zio­ne. Il ci­ni­smo del film è un mezzo ne­ces­sa­rio per rap­pre­sen­ta­re la pa­lin­ge­ne­si della ge­ne­ra­zio­ne che da lì a pochi anni sarà pro­ta­go­ni­sta dei mo­vi­men­ti del ’68.


L'iso­la­ta villa piacentina di­ven­te­rà una gab­bia dalla quale sarà im­pos­si­bi­le eva­de­re, un mi­cro­co­smo au­to­di­strut­ti­vo che si nutre della fol­lia dei suoi abi­tan­ti. L’u­ni­co che sem­bra riu­sci­re ad al­lon­ta­nar­si è Au­gu­sto, il fra­tel­lo mag­gio­re, il solo che con­du­ce una vita or­di­na­ria. Gli omi­ci­di che si sus­se­guo­no sono co­strui­ti in una cli­max che fa im­me­de­si­ma­re lo spet­ta­to­re nei sen­ti­men­ti vis­su­ti in quel­l’i­stan­te da San­dro. Alla morte non segue sof­fe­ren­za, non a caso, sen­ti­re­mo dire: “Que­sta casa non è mai stata cosi viva come per un fu­ne­ra­le”; letta in senso al­le­go­ri­co, la morte, che è un ta­glio netto con il vec­chio, di­ven­ta una ri­ge­ne­ra­zio­ne, un buon inizio per l'agoniata ri­vo­lu­zio­ne. Anche la ce­ci­tà della madre può esser in­te­sa in senso me­ta­fo­ri­co: è quella della vec­chia ge­ne­ra­zio­ne e della nuova so­cie­tà bor­ghe­se. La to­ta­le man­can­za di una fi­gu­ra pa­ter­na è sim­bo­lo di un vuoto di ri­fe­ri­men­ti.  
Nella pel­li­co­la, la ma­lat­tia fi­si­ca di­ven­ta­ il pre­sup­po­sto per leg­ge­re la real­tà che ci cir­con­da, così come quel­la men­ta­le di­vie­ne un modo nuovo d’in­ten­de­re la vita. Colui che nel film rap­pre­sen­ta la nor­ma­li­tà cioè Au­gu­sto, non raf­fi­gu­ra la se­re­ni­tà che vor­reb­be rag­giun­ge­re San­dro, ma l’o­mo­lo­ga­zio­ne che in­ve­ce ri­fug­ge. La città, con i suoi sche­mi, di­ven­ta più clau­stro­fo­bi­ca della villa iso­la­ta, forse unico luogo in cui è per­mes­sa l’e­spres­sio­ne del pro­prio es­se­re, dove la li­ber­tà, esa­spe­ra­ta fino alla fol­lia, sarà vis­su­ta pie­na­men­te.
Riccardo Supino


PUBBLICATE LE PRIME DUE ORE DI VIDEO GUIDA DI WOLFENSTEIN THE NEW ORDER



 

CIAO RAGAZZI

 

 

RINGRAZIO IL MIO AMICO CHE MI HA CONSIGLIATO QUESTO GIOCO, MI STO DIVERTENDO UN BOTTO, STO ESPLORANDO TUTTO HO TROVATO TANTI SEGRETI, DA COME POTERETE VEDERE DAL VIDEO. BUONA VISIONE A TUTTI :-)  

OGGI ALLE 14:30 DIRETTA LIVE DI " WOLFENSTEIN " SUL CANALE GAMEPLAY1973 VI ASPETTO :-)



CIAO RAGAZZI 

RINGRAZIO IL MIO AMICO DI AVERMI CONSIGLIATO DI ACQUISTARE QUESTO GIOCO, CHE NON CONOSCEVO, HO  LETTO LA RECENSIONE E SONO RIMASTO MOLTO MERAVIGLIATO NE PARLANO MOLTO BENE, QUINDI MI SONO CONVINTO E LO ACQUISTATO -) VI ASPETTO OGGI RAGAZZI :-)